Jack London.
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Racconti dei Mari del Sud.
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Titolo originale: SOUTH SEA TALES. 1911.
Traduzione di: BEATRICE BOFFITO.
1995. B.U.R. Editrice.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il libro che qui si presenta: Racconti dei mari del Sud (nell'originale : South Sea Tales, 1911),  il frutto dei ricordi dei viaggi compiuti dal London come mozzo, al tempo della misera giovent, poi sullo splendido yacht, lo Snark, di sua propriet, negli anni d'oro della sua massima fortuna. Comprende otto racconti: La casa di Mapuhi (The House of Mapuhi), Il dente di balena (The Whale Tooth), Mauki, l! l! l! (Yah! Yah! Yah!), Il pagano (The Heathen), Le terribili Salomone (The Terrible Solomons), L'inevitabile bianco (The Inevitable White Man) e Il discendente di MacCoy (The Seed of McCoy).
Esso si riconnette alla grande corrente della letteratura anglosassone e americana che sullo scorcio del secolo scopr l'incanto dei mari del Sud; e vale a completare la visione di quella favoleggiata parte del mondo, tipica di un'epoca.
La magia del mare, la crudelt dell'uomo, la purezza incontaminata della natura, il piacere dell'avventura, il coraggio e la vilt, l'onore e l'emarginazione, vincere ed essere sconfitti: tutto il mondo di London in questi racconti.
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NOTA SULL'AUTORE E LA SUA OPERA.
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Molto  stato scritto sulla vita e l'opera di Jack London, assurto dalla miseria e dall'oscurit alla ricchezza e alla fama, e divenuto quasi l'incarnazione dell'eroe del secolo nuovo, avventuroso, autodidatta, creatore della propria fortuna, seguace delle nuove dottrine sociali che fermentavano nella coscienza popolare e vittima appunto delle estreme conseguenze del determinismo materialistico. Basti qui ricordare che nacque a San Francisco il 12 gennaio 1876, figlio naturale di Flora Wellman, una originale adepto delle dottrine spiritualistiche, e di un ancor pi strano tipo di irlandese, W. Chaney, astrologo vagabondo. Nella sua derelitta giovinezza ricorse, per tirare avanti, ai pi disparati mestieri: fu marinaio e contrabbandiere, lavandaio e portiere di scuola, scaricatore di porto e cercatore d'oro; e intanto si veniva istruendo come poteva, e soprattutto raccoglieva gli elementi umani e fantastici della sua opera futura: opera fittissima di romanzi e novelle (circa cinquanta volumi nel breve giro di sedici anni) che fu salutata da un successo clamoroso. Si spense tragicamente a San Francisco, quarantenne appena, il 22 novembre 1916.
A quasi mezzo secolo dalla morte dell'"avventuriero che aveva dato la scalata al Parnaso", per usare le sue stesse parole, la critica ha messo a punto il giudizio su quest'opera disuguale, spesso affrettata e disordinata, riconoscendone il pregio d'una vitalit che la riscatta dai numerosi difetti e le assicura ancora il successo.
Se Joseph Conrad  l'interprete insuperabile della tragedia del bianco decaduto e reietto, sospinto da un'implacabile fatalit nei lontani porti dell' Oriente ; se Herman Melville  il poeta della tragica bellezza della natura primitiva e delle tempeste oceaniche; se R. L. Stevenson vide sorgere dal mare, come paradisi terrestri, le isole incantevoli, patria di una superstite et dell'oro, Jack London, pi modestamente, e senza sfuggire alle inevitabili influenze dei grandi predecessori, dice un'altra parola, tipicamente sua.
Il mondo che egli presenta, senza appannaggio di lirismi o di preoccupazioni stilistiche, eppure con qualche cosa di pi del mero intento narrativo,  la Melanesia ancora selvaggia, abitata da una razza tutt'altro che poetica, i papua e i canachi, negri primitivi, ancora a tutt'oggi, in alcune isole, antropofaghi: il povero selvaggio, insomma, il cannbale dalla chioma cresputa, conculcato dal bianco potente e prepotente, che, stupido e feroce, non riesce a capire, e che a sua volta spregia di capirlo.
Il London ne osserva senza scherno, anzi con un senso di piet profonda, l'umanit elementare e misteriosa, districandone qualit nascoste e insospettate: la pazienza, la prontezza, il coraggio, la brama di libert; come si legger, ad esempio, nella storia del piccolo selvaggio di Malaita e delle sue cento fughe (Mauki), o in quella della vecchia Nauri e della perla meravigliosa (La casa di Mapuhi,), per non ricordare che due dei pi bei racconti del libro.
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Indice dei racconti.
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La casa di Mapuhi.
Il dente di balena.
Mauki.
La la la.
Il pagano.
Le terribili salomone.
l'inevitabile bianco.
Il discendente di McCoy.
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Fine indice.
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LA CASA DI MAPUHI.
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Nonostante la sagoma pesante e sgraziata, l'Aoral rispondeva bene
alla brezza leggera e il capitano la manovr con facilit fino a che
la mise in panne, proprio al limite della risacca della barriera.
L'atollo di Hikueru si stendeva basso sull'acqua: un cerchio di fine
sabbia corallina d'un centinaio di iarde di larghezza, venti miglia
di circonferenza e da tre a cinque piedi d'altezza sopra il livello
della marea. Sul fondo dell'ampia e lucente laguna c'era una distesa
di conchiglie perlifere e dal ponte della goletta, al di l del
sottile anello dell'atollo, si vedevano i sommozzatori al lavoro. Ma
la laguna non offriva ingresso a una comune goletta. Con una brezza
favorevole magari un cutter riusciva a infilare e superare il canale
tortuoso e basso, una goletta doveva invece tenersi al largo e calare
una lancia.
L'Aoral ne cal una, con svelta manovra, e a bordo prese posto una
mezza dozzina di abbronzati marinai con indosso unicamente un
perizoma scarlatto. Si misero ai remi, mentre a poppa, al timone, si
poneva un giovanotto vestito del tropicale bianco che
contraddistingue l'europeo. Solo che lui non era affatto europeo: la
discendenza polinesiana si rivelava nella bella, dorata abbronzatura
e accendeva di splendore anch'esso dorato il lucente azzurro degli
occhi. Era Raoul, Alexandr Raoul, ultimo figlio di Marie Raoul, la
ricca quartosangue che possedeva e amministrava una mezza dozzina di
golette come l'Aoral. Superata una controcorrente proprio all'imbocco
del canale e infilato questo nel ribollio delle increspature per il
fondo basso, la lancia guadagn l'ineguagliabile calma della laguna.
Il giovane Raoul sbarc con un balzo sulla bianca sabbia e strinse
la mano a un indigeno alto. Magnifici il petto e le spalle di costui,
ma il moncherino del braccio destro, dalla cui carne cicatrizzata
sporgeva di vari pollici l'osso schiarito dal tempo, testimoniava
dell'incontro con uno squalo che aveva messo fine ai suoi giorni da
sommozzatore e aveva fatto di lui un servile intrigante alla ricerca
di piccoli favori.
Hai sentito, Alec? furono le sue prime parole. Mapuhi ha trovato
una perla. E che perla. Una cos a Hikueru non l'hanno mai pescata, n
in tutte le Paumotu e neppure nel mondo intero. Compragliela. Ce l'ha
ancora. E ricordati che sono stato io a informartene. uno sciocco e
la compri per niente. Hai un po' di tabacco?
Su per la spiaggia, Raoul si diresse verso una capanna sotto un
pandano. Era il sovrintendente ai carichi di sua madre e aveva il
compito di setacciare tutte le Paumotu per i loro tesori di copra,
madreperla e perle.
Come sovrintendente ai carichi era giovane e quello era il suo
secondo viaggio in tale veste; la mancanza di esperienza nel valutare
il prezzo delle perle gli procurava pertanto una segreta apprensione.
Ma quando Mapuhi gli mise sotto gli occhi la perla riusc a
controllare lo stupore che gli esplose dentro e a mantenere una certa
distaccata espressione da mercante. Quella perla, per, era stata un
vero e proprio colpo per lui. Grande quanto un uovo di piccione, era
una sfera perfetta, d'un bianco opalescente che rifletteva tutti i
colori del mondo circostante. Insomma, una cosa viva. Lui non aveva
mai visto niente di simile, e quando poi Mapuhi gliela mise in mano
fu stupito dal suo peso. Prova di ottima qualit. L'esamin
attentamente con l'aiuto d'una lente d'ingrandimento tascabile. Non
una minima pecca: d'una purezza che sembrava irradiare tutt'intorno
alla mano che la reggeva. Nell'ombra presentava una luminosit
soffusa, brillava come una pallida luna. Ed era per giunta d'un
bianco cos trasparente che lui, quando l'immerse in un bicchiere,
ebbe difficolt a ripescarla. Era affondata con tanta rapidit e cos
perpendicolarmente che anche la giustezza del peso fu a questo punto
chiara.
Bene, quanto vuoi? chiese con un ben riuscito tono di noncuranza.
Voglio... esord Mapuhi. Dietro di lui, incorniciando la sua
faccia scura, le facce altrettanto scure di due donne e di una
ragazza esprimevano assenso a quello che lui voleva. Erano tese in
avanti, animate da un'avidit repressa, gli occhi che mandavano lampi
di cupidigia.
Voglio una casa, prosegu Mapuhi. Deve avere un tetto di lamiera
e una pendola ottagonale. Deve essere lunga trentasei piedi con una
veranda tutt'intorno. Al centro dev'esserci una grande stanza con un
tavolo rotondo in mezzo e la pendola ottagonale alla parete. Devono
poi esserci quattro stanze da letto, due per ogni lato della grande
stanza al centro, e in ognuna dev'esserci un letto di ferro, due
sedie e un lavamano. E in fondo alla casa deve esserci una cucina,
una bella cucina, con pentole e padelle e fornello. E devi costruire
la casa sulla mia isola, che  Fakarava.
 tutto? chiese Raoul, incredulo.
Deve esserci una macchina per cucire, intervenne Tefara, moglie
di Mapuhi.
E non dimenticare la pendola ottagonale, aggiunse Nauri, madre di
Mapuhi.
S,  tutto, dichiar Mapuhi.
Il giovane Raoul si mise a ridere. Rise a lungo e di cuore, ma
mentre rideva esegu mentalmente alcune operazioni aritmetiche. In
vita sua non aveva mai costruito una casa e in materia di edilizia
aveva dunque nozioni molto vaghe. Intanto che rideva calcol il costo
di un viaggio a Tahiti per l'acquisto del materiale, quello del
materiale stesso e del viaggio di ritorno fino a Fakarava, pi quello
dello sbarco del materiale e infine della costruzione della casa.
Veniva intorno ai quattromila dollari francesi, lasciando per un
certo margine di sicurezza. Ora quattromila dollari francesi erano
l'equivalente di ventimila franchi: una cifra impossibile. Come
faceva lui a stabilire il valore di una perla come quella? Ventimila
franchi erano un mucchio di soldi. Soldi di sua madre, per giunta.
Mapuhi, disse, sei un pazzo scatenato. Stabilisci un prezzo in
denaro.
Ma Mapuhi scosse il capo, e dietro di lui le tre teste si scossero
all'unisono con la sua.
Voglio la casa, disse. Deve essere lunga trentasei piedi con una
veranda tutt'intorno...
S, s, lo interruppe Raoul. So tutto della tua casa, ma non va
lo stesso. Ti do mille dollari cileni.
Le quattro teste risposero in coro con un silenzioso no.
Pi altri cento dollari cileni in merce.
Voglio la casa, ricominci Mapuhi.
Ma che te ne fai di una casa? obiett Raoul. Il primo uragano
che arriva te la porta via. Dovresti saperlo. Il capitano Raffy dice
che gi se ne annuncia uno.
Non a Fakarava, rispose Mapuhi. L la terra  molto pi alta. Su
quest'isola s. Qualunque uragano pu spazzar via Hikueru. Io la casa
la voglio a Fakarava. Deve essere lunga trentasei piedi con una
veranda tutt'intorno...
E Raoul riascolt la descrizione della casa. Pass ore a cercare di
strappar via dalla mente di Mapuhi quell'ossessione della casa, ma la
moglie e la madre di Mapuhi, insieme con Ngakura, la figlia di
Mapuhi, lo sostenevano in quella sua risoluzione. Mentre ascoltava
per la ventesima volta la dettagliata descrizione della casa
desiderata, a un certo punto Raoul vide, attraverso la porta aperta,
la seconda lancia della sua goletta approdare sulla spiaggia. I
marinai rimasero ai remi, chiaro segno che avevano fretta di
ripartire. Il primo ufficiale dell'Aoral balz a terra, scambi
qualche parola con l'indigeno monco dopodich si affrett verso di
lui. Una nera nuvolaglia aveva oscurato la faccia del sole e, di
colpo, il giorno era diventato buio. Al di l della laguna Raoul vide
avvicinarsi la massa minacciosa d'un groppo nero.
Capitan Raffy dice che deve piantar tutto, fu l'esordio
dell'ufficiale. Qualunque affare stia trattando deve correre il
rischio di rimandarlo a dopo. Cos dice. Il barometro  calato a
venti-nove-settanta.
La raffica colp il pandano sopra le loro teste e soffi tra le
palme pi oltre, facendo cadere a terra, con grossi tonfi, una mezza
dozzina di cocchi maturi. Poi, da lontano, arriv la pioggia e avanz
col mugghio d'una burrasca, levando dall'acqua della laguna volute di
spruzzi. Quando le prime gocce scrosciarono sulle foglie, Raoul scatt
in piedi.
Mille dollari cileni. In contanti, Mapuhi, disse. E duecento
dollari cileni in merce.
Voglio una casa... riattacc l'altro.
Mapuhi, url Raoul per farsi sentire. Sei un pazzo!
Schizz fuori dalla capanna e, con l'ufficiale al fianco, arranc
verso la spiaggia, in direzione della lancia. Non riuscivano a
vederla; la pioggia tropicale gli creava uno schermo tutt'intorno e a
malapena distinguevano la sabbia sotto i piedi e le piccole ma
rabbiose onde della laguna che aggredivano e mordevano la spiaggia.
In quel diluvio comparve una figura. Era Huru-Huru, il monco.
Hai avuto la perla? strill nell'orecchio di Raoul.
Mapuhi  pazzo! fu la risposta, urlata. Un attimo dopo s'erano gi
persi tra gli scrosci.
Mezz'ora dopo, guardando dal lato verso il mare dell'atollo,
Huru-Huru vide le due lance issate a bordo e l'Aoral puntare la prua
al largo. Vide anche, poco discosta da lei, come giunta fin l sulle
ali della burrasca di vento, un'altra goletta mettersi in panne e
calare una lancia. La conosceva. Era la Orohena, di propriet di
Toriki, il mercante mezzosangue che ne era anche il capocarico e che
certamente in quello stesso momento si trovava l a bordo, nella
camera di poppa. A quella vista Huru-Huru gongol. Sapeva che Mapuhi
era in debito con Toriki per le merci consegnategli l'anno prima.
La burrasca aveva tirato oltre. Il sole era tornato a splendere
implacabile e la laguna era tornata a essere uno specchio. Ma l'aria
era attaccaticcia e vischiosa come mucillagine e pesante, sembrava
gravare sui polmoni e impedire la respirazione.
Hai saputo la notizia, Toriki? chiese Huru-Huru. Mapuhi ha
trovato una perla. Una perla cos a Hikueru non l'hanno mai pescata,
n in tutte le Paumotu e neppure nel mondo intero. Mapuhi  uno
sciocco. Inoltre ti deve dei soldi. Ricordati che sono stato io a
informartene. Hai un po' di tabacco?
E cos Toriki and alla capanna d'erba di Mapuhi. Era un
prepotente, Toriki, e per di pi abbastanza stupido. Lanci
un'occhiata incurante alla magnifica perla, un'occhiata che dur un
attimo soltanto, e con noncuranza se la cacci in tasca.
Sei fortunato, disse. una bella perla. Continuer a farti
credito.
Voglio una casa, attacc Mapuhi. Era costernato. Dev'essere
lunga trentasei...
Trentasei un corno! ribatt il mercante. Devi pagare i debiti,
altro che casa. Mi devi milleduecento dollari cileni: benissimo, non
me li devi pi. Siamo pari. Inoltre, ti far credito di altri
duecento cileni. Se poi, quando arrivo a Tahiti, vendo bene la perla,
ti far credito per altri cento, e cos saranno trecento. Attenzione,
per, solo se vendo bene la perla. Potrei anche rimetterci.
Afflitto, Mapuhi incroci le braccia e chin il capo. Era stato
derubato della sua perla. Invece di avere una casa aveva pagato un
debito. Non gli restava niente in mano.
Sei uno stupido, disse Tefara.
Sei uno stupido, disse Nauri, sua madre. Perch gli hai messo in
mano la perla?
Cosa potevo fare? ribatt Mapuhi. Gli dovevo dei soldi e lui
sapeva che avevo la perla. L'hai sentito anche tu quando ha chiesto
di vederla. Io non gliel'avevo detto. Lo sapeva gi. Qualcuno deve
averglielo detto. E gli dovevo dei soldi.
Mapuhi  uno stupido, scimmiott Ngakura.
Aveva dodici anni e ancora non aveva imparato niente: il padre, per
dar sfogo a quel che covava dentro, la stord con una botta
sull'orecchio. Tefara e Nauri intanto scoppiarono in lacrime e, alla
maniera delle donne, continuavano a tormentarlo.
Sulla spiaggia, nel frattempo, Huru-Huru vide una terza goletta,
che gli era anch'essa nota, mettersi in panne all'ingresso del canale
e calare una lancia. Era la Hira, nome appropriato, perch era di
propriet di Levy, l'ebreo tedesco, il pi grosso di tutti i mercanti
di perle, assai conosciuto. Hira era il dio tahitiano dei pescatori e
dei ladri.
Hai saputo la notizia? chiese Huru-Huru allorch, grasso e
grosso, con quei suoi lineamenti sproporzionati, Levy mise piede
sulla spiaggia. Mapuhi ha trovato una perla. Non s' mai vista una
perla cos a Hikueru e in tutte le Paumotu. Nel mondo intero. Mapuhi 
uno sciocco. L'ha venduta a Toriki per millequattrocento cileni: l'ho
sentito da fuori, coi miei orecchi. Ma Toriki non  meno sciocco.
Gliela compri per niente. Ricordati che t'ho informato io. Hai del
tabacco?
Dov' Toriki?
da capitan Lynch, a bere assenzio. l da un'ora.
E mentre Levy e Toriki bevevano assenzio e contrattavano sulla
perla, da fuori Huru-Huru ascoltava e li sent accordarsi sull'enorme
cifra di venticinquemila franchi.
Fu a quel punto che ambedue le golette, l'Orohena e la Hira,
accostando contemporaneamente, presero a sparare colpi di cannone,
segnalando frenetiche. I tre uomini uscirono all'aperto in tempo per
vedere le due golette passare veloci e puntare al largo, mentre a
bordo ammainavano le vele maestre e i controfiocchi per affrontare di
faccia la burrasca che le piegava di fianco sull'acqua increspata.
Poi la pioggia le nascose completamente.
Torneranno quando ha sfogato, disse Toriki. Intanto  meglio
sgombrare da qui.
Credo che il barometro sia sceso ancora, disse capitan Lynch.
Aveva la barba bianca ed era troppo vecchio per prendere ancora il
mare; sapeva solo che l'unica possibilit di venire ad accettabili
patti con la sua asma gliela offriva Hikueru. Entr in casa e and a
guardare il barometro.
Gran Dio! lo sentirono esclamare gli altri due e corsero dentro.
Insieme rimasero a fissare il barometro, che segnava
venti-nove-venti.
Poi tornarono fuori, ansiosi ora di scrutare e cielo e mare. La
burrasca era proceduta oltre, ma il cielo rimaneva coperto. A vele
spiegate ora, le due golette stavano tornando, tirandosene dietro una
terza nella scia. Poi, un'improvvisa variazione del vento le
costrinse ad allascare, ma cinque minuti dopo le sorprese un'altra
variazione, dal fianco opposto questa volta, e da terra videro i
bozzelli dei boma cedere o allentarsi nell'afflosciarsi della randa.
La voce dei frangenti era alta, cupa e minacciosa; il mare stava
ingrossandosi molto. Davanti agli occhi dei tre saett un lampo
accecante che illumin il giorno buio, dopodich sulle loro teste
rotol, impazzito, il tuono.
Toriki e Levy si misero immediatamente a correre verso le
rispettive lance; il secondo trottava come un ippopotamo
terrorizzato. Quando le loro lance sbucarono fuori dal canale
incrociarono quella dell'Aoral che tornava indietro. Al timone,
spronando i rematori, c'era Raoul. Incapace di togliersi dalla mente
la visione di quella perla, stava tornando da Mapuhi per accettare il
suo prezzo, la casa.
Sbarc proprio mentre esplodeva tuonante una burrasca di vento e di
pioggia cos fitta che egli and a sbattere contro Huru-Huru prima di
vederlo.
Troppo tardi, strill il monco. Mapuhi l'ha venduta a Toriki per
millequattrocento cileni, e Toriki l'ha venduta a Levy per
venticinquemila franchi. E Levy la vender in Francia per centomila
franchi. Hai un po' di tabacco?
Raoul prov un improvviso sollievo: i guai erano finiti. Non aveva
la perla, ma neppure pi preoccupazioni. Epper non credeva a
Huru-Huru. Mapuhi poteva benissimo averla venduta per
millequattrocento dollari cileni ma che Levy, che di perle se ne
intendeva, l'avesse pagata venticinquemila franchi era un po' troppo.
Decise di chiedere informazioni al riguardo a capitan Lynch, ma
quando arriv alla casa del vecchio marinaio lo trov che stava
fissando a occhi spalancati il barometro.
Cosa ci legge lei? esclam il capitano, in tono ansioso. Si pul
gli occhiali e torn a studiare lo strumento.
Venti-nove-dieci, disse Raoul. In vita mia non l'ho mai visto
cos basso.
Direi proprio di no! sbott il capitano. Cinquant'anni di
carriera su tutti i mari e non l'ho mai visto calare tanto. Ascolti!
Rimasero immobili, mentre i tuonanti frangenti scuotevano la casa,
poi uscirono fuori. La burrasca era passata. Vedevano l'Aoral, in
panne a circa un miglio di distanza, beccheggiare e impennarsi
impazzita sull'onde tremende che s'avvicendavano in continua
processione da nord-est per precipitarsi furiose sulla barriera di
corallo. Poi uno dei marinai della lancia indic la bocca del canale
e scosse il capo. Raoul guard da quella parte e vide un bianco
inferno di schiuma e marosi.
Credo che stanotte rimarr da lei, capitano, dichiar. Quindi,
rivolto al marinaio, gli disse di tirare a secco la lancia e di
trovarsi un ricovero, per s e i compagni.
Venti-nove esatti! annunci capitan Lynch, tornando fuori dopo
aver dato un'altra occhiata al barometro. S'era portato dietro una
sedia.
Sedette e rimase a guardare lo spettacolo che offriva il mare. Il
sole venne fuori, aumentando l'afa del giorno, mentre continuava la
calma di vento. Le onde intanto continuavano a ingrossarsi.
Ci che non capisco  come mai quel mare  cos grosso, brontol
Raoul, seccato. Non c' vento, eppure guardi. Guardi laggi!
Per miglia e miglia, quel mare trasportava decine e decine di
migliaia di tonnellate d'energia distruttrice al cui impatto il
fragile atollo era scosso come in un terremoto. Capitan Lynch era
senza parole.
Numi santissimi! esclam alla fine, alzandosi a met e
ripiombando poi a sedere sulla sedia.
Ma non c' vento! ripet Raoul. Capirei se soffiasse forte.
Lo avr presto il vento, non si preoccupi. Ne avr a sufficienza,
gli ribatt, cupo, il capitano.
Dopodich tacquero, rimasero l in silenzio, col sudore spuntato in
miriadi di perle che formava chiazze umide che a loro volta formavano
rivoli che gocciolavano a terra. Ansimavano, e l'affanno del vecchio
marinaio era particolarmente penoso. Un'ondata s'abbatt sulla
spiaggia, lambendo i tronchi delle palme e arrestandosi quasi ai loro
piedi.
Molto oltre il livello della marea, osserv capitan Lynch, e
sono qui da undici anni. Guard l'ora. Sono le tre.
Un uomo e una donna, seguiti da un branco variopinto di marmocchi,
passarono poco lontano trascinandosi con aria sconsolata. Si
fermarono oltre la casa e, dopo molta esitazione, sedettero sulla
sabbia. Pochi minuti dopo, dalla direzione opposta arranc un'altra
famiglia; tutti, uomini e donne, trasportavano i loro averi, un
eterogeneo assortimento. In poco tempo, intorno all'abitazione del
capitano si radunarono varie centinaia di persone d'ogni et e sesso.
Capitan Lynch si rivolse a un'ultima arrivata, una donna con un
neonato in braccio, e apprese cos che la casa della poveretta era
stata spazzata via e scaraventata nella laguna.
Per miglia e miglia tutt'intorno quella era la terra pi alta e
gi, in molti punti su entrambi i lati, le grandi ondate avevano
aperto una breccia nel sottile anello dell'atollo e gonfiavano e
agitavano la laguna. L'anello s'allungava per venti miglia e in
nessun punto era largo pi di trecento piedi. Era il pieno della
stagione della pesca e gli indigeni erano accorsi da tutte le isole
intorno, persino da Tahiti.
Ci sono milleduecento uomini, donne e bambini su quest'isola,
disse capitan Lynch. Mi chiedo quanti ce ne saranno ancora domani
mattina.
Ma perch non soffia? Questo vorrei sapere, osserv Raoul.
Non si preoccupi, giovanotto, non si preoccupi. Se la vedr brutta
presto.
E proprio in quel momento, mentre capitan Lynch parlava, una gran
massa d'acqua s'abbatt sull'atollo. L'acqua gli spumeggi sotto le
sedie e tutt'intorno per un buon tre pollici d'altezza. Da molte
donne si lev un lungo gemito di paura. Abbracciati a loro, i bambini
fissavano i cavalloni immensi e piangevano da far piet. Sconvolti,
gatti e polli guazzarono nell'acqua per poi, di concerto, svolazzando
e saltando e scattando, rifugiarsi sul tetto della casa del capitano.
Un paumotano, con una cucciolata di cagnotti neonati in un canestro,
s'arrampic su una palma e assicur il canestro lass, a una ventina
di piedi da terra; la madre dei cuccioli intanto, agitatissima,
saltellava nell'acqua di sotto, guaendo e uggiolando.
E in tutto questo il sole continuava a brillare e la calma assoluta
di vento durava. Seduti sulle loro sedie i due guardavano l'ondate e
le folli impennate dell'Aoral. Capitan Lynch fissava le enormi
montagne d'acqua che avanzavano finch la vista non gli resse pi. Si
copr il volto con le mani cancellando quella visione e alla fine
rientr in casa.
Venti-otto-sessanta, annunci, calmo, quando venne fuori.
In mano aveva un rotolo di corda. Ne tagli pezzi lunghi due
braccia, ne diede uno a Raoul, uno lo tenne per s e distribu il
resto tra le donne, consigliando loro di scegliere un albero e di
arrampicarvisi.
Quindi da nord-est prese a soffiare una lieve brezza la cui carezza
sulle guance parve rallegrare Raoul. Vide l'Aoral orientare le vele e
dirigersi al largo e rimpianse di non essere a bordo. La nave se la
sarebbe certamente cavata in ogni caso, l'atollo invece... Un'ondata
arriv fino a lui e quasi gli fece perdere l'equilibrio, addocchi
allora un albero ma si ricord del barometro e corse in casa. Sulla
soglia s'imbatt in capitan Lynch, che aveva avuto la stessa idea, ed
entrarono insieme.
Venti-otto-venti, esclam il vecchio lupo di mare. La casa
intanto tremava e vibrava ed entrambi udirono il rimbombo d'uno
schianto. I vetri tintinnarono, due pannelli s'infransero e dentro si
precipit una folata che li invest con tanta violenza da farli
barcollare. La porta sulla parete di fronte sbatt, la serratura salt
e il bianco pomo della maniglia cadde a terra e and in pezzi. Subito
le pareti della stanza si gonfiarono come un pallone in cui venga
immesso d'improvviso un gas, poi s'ud un nuovo schianto seguito da
un crepitio, come una scarica di fucileria, mentre gli spruzzi di
un'ondata colpivano il muro della casa. Capitan Lynch guard
l'orologio che aveva al polso. Le quattro. And allora a infilarsi un
giaccone da marinaio, stacc il barometro dalla parete e se lo cacci
in una delle capaci tasche. Una nuova ondata colp la casa con un
altro grande schianto e la costruzione si pieg su un fianco, ruot
di novanta gradi su se stessa e affond, col pavimento sollevato a un
angolo di dieci gradi.
Raoul si precipit fuori per primo. Subito il vento lo afferr e
trascin via, ma lui ebbe il tempo di notare che s'era girato, che
ora soffiava da est. Si butt subito a terra sulla sabbia,
appiattendosi tutto per affrontare la situazione. Intanto, trascinato
e travolto come una pagliuzza, capitan Lynch and a sbattergli
addosso. Immediatamente, chini contro il vento, piegati ad angoli
impossibili, lottando, avanzando palmo a palmo, due dei marinai
dell'Aoral, lasciata la palma a cui stavano aggrappati, vennero in
loro aiuto.
Avendo le giunture ormai troppo irrigidite il vecchio capitano non
ce la faceva ad arrampicarsi, e allora i due marinai, legate insieme
per le estremit due corde, poco alla volta, lentamente, lo
sollevarono lungo il tronco dell'albero finch riuscirono a legarlo
su in cima, a una cinquantina di piedi da terra. Raoul invece pass
il suo tratto di corda intorno alla base di un albero vicino e si tir
su. Quindi si guard intorno. Il vento soffiava in maniera
spaventosa; proprio non aveva idea che esistessero venti cos forti.
Poi un'ondata invest l'atollo e l'acqua gli arriv fino al ginocchio
prima di ritirarsi di nuovo nella laguna. Il sole ormai era
scomparso, c'era un crepuscolo plumbeo. All'improvviso, gocce di
pioggia, che sembravano arrivare non dall'alto ma di fianco, lo
colpirono e l'impressione esatta fu che fosse stato investito da una
scarica di pallini di piombo; poi sul viso gli s'abbatt uno scroscio
violento d'acqua salata: un vero e proprio schiaffo. Le guance gli
dolsero e improvvise lacrime di dolore gli spuntarono negli occhi
brucianti. A centinaia gli indigeni s'erano arrampicati sugli alberi
e, alla vista di quei grappoli umani pendenti dalle cime degli alberi
come frutti, a lui quasi venne da ridere ma, tahitiano nato, si pieg
in due, afferr il tronco della sua palma con ambedue le mani, vi
piant contro i piedi e prese a salire. Giunto in cima vi trov due
donne, una bambina, un bambino e un uomo. La bambina stringeva in
braccio un gattino.
Dal suo rifugio lass salut con la mano capitan Lynch e il prode
vegliardo rispose al saluto. Poi guard il cielo e rimase atterrito:
sembrava si fosse abbassato. Gli pendeva in realt dritto sul capo, e
da plumbeo era diventato nero. Intanto molti erano rimasti a terra e
affrontavano la situazione raggruppandosi intorno agli alberi; molti
di quei gruppi pregavano e in uno di essi un missionario mormone
esortava i suoi fedeli: uno strano suono, ritmico, debole come lo
stridio vago d'un grillo lontano. Dur un attimo, ma in quell'attimo
a lui, Raoul, evoc l'idea del cielo; all'orecchio gli giunse una
musica celeste. Torn a guardarsi intorno e, alla base di un altro
albero, vide un altro numeroso gruppo di indigeni che si tenevano
alle corde e si reggevano a vicenda. Ne vide le facce e le labbra
contrarsi e muoversi all'unisono. Nessun suono gli giunse
all'orecchio ma cap che stavano cantando inni.
E sempre pi forte soffiava intanto il vento. Lui non aveva n
conosceva modo di misurarne la forza, perch questa era andata ormai
oltre ogni sua esperienza, e tuttavia capiva e sentiva che andava
crescendo sempre pi. Ed ecco che, non lontano da lui, quella furia
sradic un albero scagliando a terra il suo carico d'esseri umani:
scomparvero, trascinati via da un'ondata abbattutasi sulla striscia
di sabbia. Gli avvenimenti si succedevano, dunque, in fretta. Nella
bianca, increspata, agitata laguna distinse la forma d'una testa nera
e d'una spalla abbronzata. Un attimo dopo anch'esse erano svanite.
Altri alberi partirono, crollarono incrociandosi come fiammiferi. La
forza del vento lo lasciava senza parole, quanto all'albero sul quale
si trovava lui ondeggiava pericolosamente e una delle donne, gemendo,
stringeva a s la bambina, che a sua volta stringeva a s il gattino.
L'uomo che stringeva a s il bambino, gli tocc il braccio e
indic. Lui guard da quella parte e vide la chiesa mormone, a un
centinaio di piedi di distanza, scivolar via veloce e sobbalzante.
Strappatala dalle fondamenta e sollevatala in alto, vento e onda
insieme stavano spingendola verso la laguna. Ma di colpo uno
spaventoso muro d'acqua la blocc, la rovesci e la scagli contro un
gruppo d'una mezza dozzina di palme. All'impatto, come cocchi maturi,
caddero gi da quelle i grappoli di frutti umani che vi pendevano.
Ritirandosi, l'onda li lasci a terra, alcuni inerti altri che si
dibattevano e sussultavano. Stranamente, allora, lui pens alle
formiche. Non era stupefatto, aveva superato ogni orrore. Anzi,
quando l'ondata successiva spazz via quei relitti umani sulla
spiaggia lo spettacolo gli parve quasi naturale. Poi una terza
ondata, la pi colossale che avesse mai visto, afferr la chiesa e la
trascin nella laguna dove, galleggiando, mezza sommersa, s'allontan
col vento nel buio. A lui venne fatto di pensare all'arca di No.
Si volse allora a guardare la casa di capitan Lynch, e la sua
scomparsa riusc ancora a sorprenderlo. S, succedeva tutto con furia
precipitosa. Poi not che molti di quelli che stavano sugli alberi
rimasti ancora in piedi erano scesi a terra. Eppure il vento era
aumentato ancor pi. Se ne accorgeva dal comportamento del proprio
albero: non si curvava n ondeggiava pi, e rimaneva praticamente
fermo, limitandosi a vibrare, piegato dal vento ad angolo fisso. La
vibrazione per era terribile, sgradevolmente terribile; sembrava
quella di un diapason o della lamina di uno scacciapensieri. Ed era
proprio la sua rapidit a renderla tanto terribile. Le radici
dell'albero ancora reggevano, ma era chiaro che non avrebbero
resistito a lungo. Lo schianto era inevitabile.
Ah, eccone partire un altro. Veramente non lo vide partire, ma ecco
l il resto del tronco, spezzato a mezza altezza. Se non lo vedevi
coi tuoi occhi non t'accorgevi di quello che stava succedendo. Il
semplice schianto degli alberi e i gemiti dell'umana disperazione non
avevano posto in quell'immenso frastuono.
Il caso volle che stesse guardando in direzione di capitan Lynch
quando successe. Vide l'albero, a met tronco, spezzarsi e volar via
senza il minimo rumore. La sua cima, con i tre marinai dell'Aoral e
il vecchio capitano, sorvol la laguna. Non precipit a terra o in
acqua, vol nell'aria come paglia. Lui ne segu il volo per un
centinaio di iarde, finch cadde in acqua. Aguzz gli occhi e fu
sicuro d'aver visto capitan Lynch agitare la mano in segno d'addio.
A quel punto non volle aspettare oltre. Tocc la spalla
dell'indigeno e gli fece segno di scendere a terra. L'uomo era
disposto a scendere ma le sue donne erano paralizzate dal terrore e
cos decise di restare con loro. Raoul pass la corda intorno al
tronco e scivol gi. Fu sommerso da una cascata d'acqua salata;
trattenne il fiato e strinse disperatamente la corda. L'acqua si
ritir e, al riparo del tronco, lui pot riprendere a respirare.
Assicur meglio la corda al tronco dopodich fu sommerso da un'altra
ondata. Una delle donne scivol gi e lo raggiunse. L'indigeno rimase
su insieme con l'altra donna, i due bambini e il gattino.
Il giovane sovrintendente ai carichi aveva per notato che i gruppi
che si tenevano aggrappati ai tronchi degli altri alberi andavano
continuamente diminuendo; ora vide la cosa accadergli pi vicino.
Occorreva tutta la forza per tenersi aggrappati e la donna che lo
aveva raggiunto diventava invece sempre pi debole. Ogni volta che
emergeva da un'ondata era sorpreso di ritrovarsi ancora l e, subito
dopo, che ci fosse anche la donna; alla fine, per, emerse e si
ritrov solo. Era scomparsa anche la cima dell'albero: s'era spezzato
a met e il troncone rimasto vibrava tutto. Ma lui era salvo. Pur
reciso nel tronco, l'albero resisteva nelle radici. Prese allora ad
arrampicarsi sul troncone, ma era cos debole che procedeva
lentamente e, una dopo l'altra, le ondate lo coglievano prima che si
portasse pi in alto di loro. Alla fine si leg al tronco e,
risoluto, s'apprest ad affrontare la notte e chiss cos'altro
ancora.
Si sentiva molto solo nel buio. A volte gli sembrava che quella
fosse la fine del mondo e lui fosse l'unico sopravvissuto. E il vento
continuava ad aumentare. Aumentava di ora in ora. Secondo i suoi
calcoli dovevano essere le undici e la forza del vento era ormai
incredibile. Una cosa orribile, mostruosa; una furia urlante, un muro
mobile che ti passava sopra e continuava a muoversi e a passarti
sopra, all'infinito. Gli sembrava di aver perso peso, d'essere
diventato leggerissimo, etereo, e di muoversi, spinto a una velocit
incredibile, attraverso qualcosa di infinitamente solido. S, il
vento non era pi un movimento d'aria, era diventato qualcosa di
sostanzioso, come acqua o mercurio, argentovivo. Aveva l'impressione
di poter allungare una mano, d'immergervela dentro e di tirarne via
pezzi, come puoi fare con la carne della carcassa d'un manzo:
l'impressione di potere afferrare quel vento, aggrapparsi a esso come
ci si aggrappa a una roccia.
Ma lo soffocava, intanto. Se rivolgeva il viso a esso non respirava
perch gli si precipitava in bocca e nelle narici, gonfiandogli i
polmoni come fossero vesciche. E allora, in quegli attimi, aveva la
sensazione che il corpo gli si riempisse di solida terra. Riusciva a
respirare solo schiacciando le labbra contro il tronco dell'albero.
Ma intanto quell'incessante impatto col vento lo spossava fino
all'esaurimento. Muscoli e cervello cominciavano a cedere. Non
osservava pi, non respirava pi, era mezzo morto e basta. La
consapevolezza che gli restava era costituita da una sola idea:
Dunque,  questo un uragano. E quell'idea gli tornava a intervalli
irregolari. Era come una fiammella che vacillava a tratti. Lo
risvegliava dall'intontimento. Dunque,  questo un uragano. Dopodich
precipitava in altro stupore.
Il culmine dell'uragano dur dalle undici di sera alle tre del
mattino, e intanto fu proprio alle undici che l'albero al quale si
tenevano aggrappati Mapuhi e le sue donne si schiant. Mapuhi emerse
alla superficie della laguna stringendo ancora a s la figlia
Ngakura. Solo un isolano dei mari del Sud poteva sopravvivere a una
tale furia indemoniata. Il pandano al quale riusc ad aggrapparsi ora
ruotava su se stesso nell'acqua ribollente e spumeggiante, e solo
aggrappandovisi e aspettando, oppure mollandolo immediatamente al
momento opportuno, lui riusciva a tenere la testa propria e quella di
Ngakura a galla, a intervalli abbastanza vicini l'uno all'altro da
inspirare aria a sufficienza, lui e la figlia. Ma l'aria non era
altro che acqua anch'essa, con tutti quegli spruzzi sferzanti e
quegli scrosci che colpivano trasversalmente, ad angolo retto.
Da quel punto della laguna all'anello esterno di sabbia erano dieci
miglia. L la pioggia di tronchi d'albero, pezzi di legno, relitti di
barche e rottami di case uccideva nove su dieci dei poveri
disgraziati che riuscivano ad attraversare la laguna. Esausti, mezzo
affogati, venivano risucchiati in quel pazzo vortice degli elementi e
maciullati, ridotti a carne informe. E tuttavia Mapuhi ebbe fortuna.
La sue possibilit erano di dieci a uno, ma il capriccio del destino
lo salv. Riemerse sulla spiaggia, perdendo sangue da un'infinit di
ferite. Ngakura, dal canto suo, aveva il braccio sinistro spezzato,
le dita della mano destra schiacciate e guancia e fronte squarciate
fino all'osso. Mapuhi s'aggrapp a un albero ancora in piedi e,
respirando a singulti, strinse a s tronco e figlia, mentre l'acqua
della laguna gli s'avventava contro arrivandogli fino alle ginocchia
e, a volte, alla vita.
Alle tre del mattino la furia dell'uragano scem. Alle cinque
soffiava solo un vento teso e, alle sei, subentr una calma piatta e
il sole brill. Il mare s'era ritirato. Sul bordo irrequieto della
laguna Mapuhi vide i corpi inerti di quelli che non erano riusciti a
raggiungere la spiaggia. Certamente Tefara e Nauri erano tra quelli.
Percorse la spiaggia esaminando i corpi e trov, met nell'acqua e
met fuori, la moglie. Le si sedette accanto e pianse, gridi bestiali
di primitivo dolore. A un certo punto la moglie si mosse e mand un
gemito. Allora lui la guard pi da vicino: non solo era viva ma non
era neppure ferita. S'era solo addormentata. Anche le sue probabilit
erano state di una su dieci.
Dei milleduecento vivi della sera prima ne restavano solo trecento.
Il missionario mormone e un gendarme fecero la conta. La laguna era
ingombra di cadaveri. Non una casa era rimasta in piedi e neppure una
capanna, in tutto l'atollo non erano rimaste due pietre l'una
sull'altra. Delle palme da cocco ne restava in piedi solo una ogni
cinquanta e anche quella era malridotta, senza neppure pi una noce
di cocco. Mancava l'acqua da bere, i bassi pozzi che raccoglievano
l'acqua piovana erano pieni di sale. Nella laguna vennero recuperati
alcuni sacchi di farina inzuppata d'acqua. I sopravvissuti estrassero
la polpa delle noci di cocco cadute e la mangiarono. Il missionario
costru un rozzo alambicco ma era impossibile con quello distillare
acqua per trecento persone. Alla fine del secondo giorno, facendo il
bagno nella laguna, Raoul scopr che la sete gli si alleviava in
parte. Url la notizia agli altri e in un attimo si videro trecento
persone, tra uomini, donne e bambini, immerse fino al collo nella
laguna che cercavano di dissetarsi assimilando l'acqua attraverso i
pori della pelle. I morti - i loro morti - gli galleggiavano intorno
e quelli rimasti sul fondo li calpestarono. Il terzo giorno, per, li
seppellirono e si disposero all'attesa dell'arrivo di una nave di
soccorso.
Nel frattempo, strappata alla famiglia dall'uragano, Nauri venne
trascinata in una sua personale avventura. Aggrappata a una rozza
tavola di legno, che la graffiava e tagliava tutta, riempiendole il
corpo di schegge, venne strappata anche all'atollo e trascinata al
largo. Era vecchia Nauri, aveva quasi sessant'anni, ma era una
paumotana nata e in vita sua non aveva visto altro che il mare.
Nuotando nel buio, soffocando, lottando per respirare, per ogni
singola boccata d'aria, a un tratto venne colpita violentemente a una
spalla da una noce di cocco. Bast perch, in un attimo, il suo piano
nascesse. Afferr dunque la noce di cocco, cerc in giro e, in meno
di un'ora, ne cattur altre sette. Legate insieme, formarono un
salvagente che le salv la vita ma, al tempo stesso, per poco non la
ridusse in poltiglia. Era grassa di costituzione e i lividi le
spuntavano facilmente cosicch in breve tempo ne fu piena, ma aveva
esperienza degli uragani e cos, pregando il suo dio squalo perch la
proteggesse dagli squali, attese che il vento calasse. Alle tre di
notte, per, era in tale stato d'intontimento da non accorgersi di
niente n, dunque, s'accorse della calma piatta che, alle sei, era
improvvisamente subentrata. Rinvenne di colpo solo quando fu sbattuta
sulla spiaggia; allora, scavando con mani e piedi scarniti e
sanguinanti e strisciando sulla sabbia, lott contro la risacca finch
non fu fuori portata delle onde.
Sapeva dove si trovava. Quello non poteva essere altro che il
minuscolo isolotto di Takokota. Non aveva laguna n abitanti e
distava quindici miglia da Hikueru, che non era visibile ma che, lei
sapeva, si trovava a sud. Passarono cos giorni e giorni durante i
quali si nutr con la polpa delle noci di cocco che l'avevano tenuta
a galla: le fornirono da bere e da mangiare, ma lei non si precipit
a bere e mangiare tutto quello che avrebbe voluto bere e mangiare.
Quanto al soccorso, era un problema non piccolo. Vedeva all'orizzonte
il fumo delle navi accorse, ma chi poteva aspettarsi che una di
quelle s'avvicinasse all'isolata e disabitata Tokokota?
I cadaveri intanto furono un incubo sin dagli inizi. Il mare
continuava a ributtarli sul suo pezzetto di spiaggia e, finch le
forze le durarono, lei continu a ricacciarli in mare, dove gli
squali li addentavano e divoravano. Una volta venutele meno le forze,
per, la piccola spiaggia ne fu orrendamente tutta decorata e lei
dovette ritirarsi nell'angolo pi lontano possibile, che tuttavia era
pur sempre vicino.
Il decimo giorno l'ultima noce era ormai finita e lei bruciava
dalla sete. Si trascinava lungo la spiaggia in cerca di altre noci di
cocco. Strano che il mare ributtasse a riva tanti cadaveri e nessuna
noce di cocco. Certamente tra le onde dovevano galleggiare pi noci
di cocco che cadaveri! Alla fine s'arrese e, esausta, si distese
sulla sabbia. Era giunta alla fine, non le restava che aspettare la
morte.
A un certo punto torn in s e, a poco a poco, si rese conto che
stava fissando un ciuffo di capelli rossicci in testa a uno dei
cadaveri. Poi un'onda glielo spinse ancora pi vicino e lei si
ritrasse: s'era rivoltato ora e lei vide che non aveva pi faccia.
Quel ciuffo di capelli rossicci, per, le era familiare. Pass cos
un'ora, durante la quale non tent neppure di identificare quel
relitto umano; in realt, stava aspettando la morte, chiunque fosse
stato da vivo quell'orribile cadavere a lei non importava pi niente.
Alla fine di quell'ora, tuttavia, si tir su e fiss il cadavere
finch un'onda insolitamente lunga lo spinse ancora pi all'asciutto.
S, certo, quei capelli rossi potevano appartenere a un solo uomo in
tutte le Paumotu: Levy, l'ebreo tedesco, colui che aveva comprato la
perla e l'aveva portata a bordo dell'Hira. Bene, una cosa a quel
punto era chiara: l'Hira s'era persa nell'uragano. Il dio dei
pescatori e dei ladri aveva abbandonato il mercante di perle al suo
destino.
S'avvicin carponi al morto. La camicia era strappata e cos vide
la cintura portamonete che il mercante aveva in vita. Trattenendo il
fiato, diede uno strappo alla fibbia, che cedette pi facilmente di
quanto lei s'aspettasse, dopodich, sempre carponi, s'allontan in
fretta portandosi via la cintura. Questa aveva molte tasche e lei
l'apr una per una trovandole vuote. Dove poteva averla messa? Era
nell'ultimissima tasca: la prima e unica perla comprata dal mercante
ebreo in quel viaggio. Per sottrarsi al fetore della cintura si
trascin pi lontano ancora e finalmente esamin la perla.
Era quella che Mapuhi aveva trovato e che Toriki gli aveva
sottratto. La soppes sul palmo della mano e poi, come una carezza,
la fece rotolare sul palmo sotto il polpastrello d'un dito. Lei in
quella perla non scorgeva nessuna intrinseca bellezza, ci vedeva solo
la casa che Mapuhi, Tefara e lei avevano accuratamente costruito
nella loro fantasia. Ogni volta che guardava la perla vedeva quella
casa, in tutti i particolari, compresa la pendola ottagonale alla
parete. Ecco dunque un motivo per vivere.
Si strapp una striscia di stoffa dell'ahu e si leg la perla al
collo, se l'assicur ben bene; poi, ansimando, gemendo, riprese a
perlustrare la piccola spiaggia alla ricerca di noci di cocco. Ne
trov subito una e, guardandosi bene intorno, una seconda. Spacc la
prima, ne bevve il latte, che sapeva per di muffa, e ne mangi la
polpa fino all'ultimo pezzetto.
Quindi riprese le sue ricerche e trov una canoa scassata, priva di
bilanciere; ma la speranza ormai s'era ingigantita e, prima della
fine del giorno, trov anche il bilanciere. Ogni ritrovamento era un
augurio. La perla era davvero un talismano. Nel tardo pomeriggio
nell'acqua bassa, accosto alla riva, vide galleggiare una cassetta di
legno; la tir a secco e dentro vi trov dieci scatolette di salmone.
Ne apr una sbattendola contro il bordo della canoa e bevve il
contenuto liquido che prese a gocciolare fuori, poi impieg ore,
martellando e schiacciando la scatoletta, a tirar fuori il salmone un
pezzo per volta.
Per altri giorni ancora attese l'arrivo d'un qualche soccorso.
Intanto riusc ad assicurare il bilanciere alla canoa usando come
legaccio tutta la fibra di cocco che riusc a trovare e anche ci che
restava del suo ahu. La canoa era piena di squarci ed era impossibile
ripararla, cos caric a bordo il guscio d'una noce di cocco come
gottazza. Un problema era anche la pagaia. Con un pezzo di latta si
tagli i capelli fin quasi alla radice e con essi intrecci una corda
con la quale a un manico di scopa lungo un tre piedi leg una
tavoletta della cassetta del salmone. Con i denti stacc poi delle
zeppe che incune sotto la legatura, tesandola.
L'ottavo giorno, a mezzanotte, var la canoa tra le onde e si
diresse verso Hikueru. Era vecchia, gli stenti l'avevano spogliata
d'ogni grasso riducendola a poco pi che pelle e ossa; dei muscoli le
rimaneva appena qualche fascetto sottopelle. Di contro, la canoa era
grande e per spingerla occorreva la forza di tre uomini. Prese invece
a spingerla da sola, pagaiando con quell'affare improvvisato. In pi
faceva acqua e doveva dedicare almeno un terzo del tempo a sgottare.
Quando fu giorno inutilmente cerc Hikueru con lo sguardo ansioso. A
poppa intanto Takokota era scomparsa sotto la linea dell'orizzonte;
per giunta il sole picchiava sul suo corpo nudo asciugandone tutti
gli umori. Le restavano a quel punto solo due scatolette di salmone e
a met giornata vi pratic dei buchi e ne bevve il liquido, quanto al
salmone, non ebbe il tempo di estrarlo. Aveva incontrato una corrente
e, sud o non sud, stava andando a ovest.
In un sussurro disperato, lev allora una preghiera al suo dio
squalo e scivol fuoribordo, mettendosi a nuotare. L'acqua la
rinfresc e in poco tempo si lasci dietro la canoa; in capo a un'ora
la terra era impercettibilmente pi vicina. Ma ecco che sopraggiunse
il terrore: l, davanti ai suoi occhi, a neppure una ventina di
bracciate di distanza, una grossa pinna fendeva l'acqua. La bestia
stava nuotando decisa nella sua direzione poi, a un tratto,
lentamente scivol via compiendo un'ampia curva sulla destra, quindi
prese a girarle intorno. Senza perdere di vista la pinna, lei
continu a nuotare. Quando la vide scomparire mise il viso in acqua e
guard sotto, ma la pinna riapparve e lei riprese a nuotare. Era
chiaramente pigro, quel mostro; di sicuro doveva essere sazio,
l'uragano doveva averlo ben nutrito. Se fosse stato affamato non
avrebbe esitato un attimo ad assalirla. Era lungo un quindici piedi e
con un solo morso l'avrebbe spezzata in due.
Lei per non aveva tempo da perdere con quello squalo. Che nuotasse
o no, la corrente l'allontanava comunque da terra. Pass cos
mezz'ora e lo squalo cominci a prendere coraggio. Visto che non
c'era nessun pericolo s'era avvicinato, in cerchi sempre pi
concentrici, quasi ammiccandole a ogni passaggio. Ormai era chiaro
che prima o poi avrebbe raccolto abbastanza coraggio da avventarlesi
contro. Decise cos di agire per prima. Un gesto disperato, quello
che s'accingeva a fare: era vecchia, inerme e sola, sperduta in mezzo
al mare, indebolita per giunta dalla fame e dagli stenti, eppure,
messa di fronte a quella tigre del mare doveva agire; doveva
prevenire l'attacco attaccandola.
Riprese a nuotare aspettando l'occasione opportuna. Alla fine, in
un lento cerchio, lo squalo le pass accanto a neppure due bracciate
di distanza e lei, di scatto, all'improvviso, gli si precipit contro
come se volesse attaccarlo. Con un sol colpo immediato di coda quello
schizz via strisciandole contro e, con quella sua pelle scabra,
l'escori dal gomito alla spalla. Comp un giro molto pi largo
stavolta e s'allontan, scomparendo finalmente.
In un buco scavato nella sabbia e coperto di pezzi di lamiera di un
tetto, Mapuhi e Tefara stavano intanto discutendo animatamente.
Se avessi fatto come dicevo io, l'accus Tefara per la millesima
volta, e avessi tenuto nascosta la perla senza dire niente a
nessuno, ora l'avresti ancora.
Ma Huru-Huru era con me quando ho aperto la conchiglia. Te l'ho gi
detto tante volte che ormai ho perso il conto.
In ogni modo, il risultato  che ci troviamo senza casa. Proprio
oggi Raoul mi ha detto che se tu non avessi venduto la perla a
Toriki...
Non gliel'ho venduta, se l' presa.
...se non gliel'avessi venduta lui ci avrebbe dato cinquemila
dollari francesi, che fanno diecimila cileni.
Ha parlato con la madre, spieg Mapuhi, paziente. Lei ne capisce
di perle.
Intanto quella l  perduta, brontol lagnosa Tefara.
Per ho pagato il mio debito con Toriki. Ne ho cavato comunque
milleduecento.
Toriki  morto, piagnucol la moglie. Non si sa pi niente della
sua goletta. S' persa insieme con l'Aoral e la Hira. Forse che
Toriki ti pagher i trecento dollari di premio che ti ha promesso?
No, perch  morto. E se tu non avessi trovato nessuna perla oggi
dovresti a Toriki quei milleduecento? No, perch Toriki  morto e i
morti non li paghi.
Ma Levy non ha pagato Toriki, disse Mapuhi. Gli ha dato un pezzo
di carta che a Papeete vale denaro. E ora Levy  morto e non pu
pagare, e Toriki  morto e il pezzo di carta s' perso con lui, come
la perla s' persa con Levy. Hai ragione, Tefara: ho perso la perla e
non ho niente in cambio. Ora dormiamo.
A un tratto alz la mano e rimase in ascolto. Da fuori giunse un
rumore, come di qualcuno che respirava a stento e con dolore. Una
mano armeggi con la stuoia che serviva da porta.
Chi  l? grid Mapuhi.
Nauri, fu la risposta. Puoi dirmi dov' mio figlio Mapuhi?
Tefara lanci un urlo e s'aggrapp al braccio del marito.
Un fantasma esclam. Un fantasma!
Mapuhi era diventato terreo in volto. S'aggrapp a sua volta alla
moglie.
Brava donna, balbett, sforzandosi di nascondere il tremito della
voce, conosco bene tuo figlio. Vive dall'altra parte della laguna.
Da fuori giunse il suono di un sospiro. Mapuhi si sent sollevato:
aveva ingannato il fantasma.
Ma da dove vieni, vecchia? chiese.
Dal mare, fu la sconsolata risposta.
Lo sapevo! Lo sapevo! grid Tefara, dondolando su e gi.
E da quando Tefara dorme in una casa estranea? chiese la voce di
Nauri da dietro la stuoia.
Spaventato, Mapuhi lanci un'occhiata di rimprovero alla moglie.
Era stata la sua voce a tradirli.
E da quando Mapuhi, mio figlio, rinnega la sua vecchia madre?
continu la voce.
No, no, io non... Mapuhi non ti ha rinnegata, grid. Io non sono
Mapuhi. Lui si trova all'estremit orientale della laguna, te lo
ripeto.
Ngakura si mise a sedere e a piangere. La stuoia s'agit.
Cosa fai? chiese Mapuhi.
Entro, rispose la voce di Nauri.
Un lembo della stuoia si sollev. Tefara fece per cacciarsi sotto
le coperte ma Mapuhi la trattenne aggrappandosi a lei. Doveva pur
aggrapparsi a qualcosa. Avvinti, lottando l'uno contro l'altra,
tremando e battendo i denti, guardarono con gli occhi da fuori la
stuoia che si sollevava. Videro cos Nauri, tutta bagnata e
gocciolante, senza il suo ahu, scivolar dentro. Rotolarono allora su
un fianco, per tenersene lontani, e afferrarono insieme la coperta di
Ngakura per cacciarvi sotto la testa.
Potresti anche dare un sorso d'acqua alla tua vecchia madre, si
lament il fantasma.
Dalle un sorso d'acqua, ordin Tefara con voce tremante.
Dalle un sorso d'acqua, ordin a sua volta Mapuhi, rivolto a
Ngakura.
E, insieme, a calci, buttarono Ngakura fuori dalla coperta. Un
attimo dopo, sbirciando, Mapuhi vide che il fantasma stava bevendo.
Quando poi esso allung una mano e la poggi sulla sua, ne sent il
peso e si convinse che non era un fantasma. Allora venne fuori dalla
coperta tirandosi dietro Tefara e pochi minuti dopo entrambi stavano
ascoltando il racconto di Nauri. E quando poi questa disse di Levy e
mise la perla in mano a Tefara, persino questa si convinse che la
suocera era vera e reale.
Domani mattina, disse subito, venderai la perla a Raoul per
cinquemila francesi.
E la casa? chiese Nauri.
La costruir lui, rispose Tefara. Dice che coster quattromila
francesi, e in pi ci far credito per mille francesi, che sono
duemila cileni.
E sar lunga trentasei piedi? insist Nauri.
Certo, rispose Mapuhi. Trentasei piedi.
E nella stanza di mezzo ci sar la pendola ottagonale?
Certo, e anche il tavolo rotondo.
Allora datemi qualcosa da mangiare, perch ho fame, dichiar
Nauri, soddisfatta. Dopodich dormiremo, perch sono stanca. E
domani parleremo ancora della casa, prima di vendere la perla. I
mille francesi sar bene prenderli in contanti. I soldi fanno sempre
comodo se vuoi comprare merci dai mercanti.


IL DENTE DI BALENA.

Fu ai primissimi tempi delle missioni nelle Figi che John Starhurst
si present nel villaggio di Rewa per annunciare la propria
intenzione di portare il vangelo in tutta Viti Levu. Ora Viti Levu
significa Grande Terra, ed  la pi grossa di un gruppo di molte
isole grandi, a parte un centinaio di altre piccolissime. Qua e l,
sulle coste di queste isole, in condizioni di vita quanto mai
precarie, erano sparsi in discreto numero missionari, mercanti,
pescatori di oloturie e balenieri disertori. Sotto le loro finestre
si levava il fumo dei forni roventi e davanti alle loro porte
sfilavano, trascinati ai festini, i corpi dei trucidati.
Il Lotu, ovvero il Culto, faceva infatti lenti progressi a quel
tempo, anzi spesso pareva addirittura regredire. Capi che si
dichiaravano cristiani, e come tali erano accolti tra i fedeli nelle
cappelle, rivelavano di colpo la disarmante abitudine di ricadere nel
vizio, pur di assaggiare la carne di qualche adorato nemico. Del
resto, mangiare o essere mangiati era stata da sempre la legge del
posto e minacciava di restarlo ancora per molto. C'erano capi, come
Tanoa, per esempio, o Tuiveikoso o Tuikilakila, che praticamente
s'erano mangiati centinaia di compaesani. Ineguagliabile, tra questi
ingordi, eccelleva senz'altro Ra Undreundre.
Viveva a Takiraki Ra Undreundre, e teneva pignolescamente il
conteggio delle proprie imprese di mangione: fuori della sua casa,
una fila di pietre stava a indicare i corpi divorati. Ebbene, questa
fila era lunga duecentotrenta passi e le sue pietre raggiungevano il
numero di ottocentosettantadue. E a ogni pietra, s' detto,
corrispondeva un corpo. Orbene, quella fila di pietre avrebbe
continuato a crescere in lunghezza se la sfortuna non avesse voluto
che Ra Undreundre ricevesse una lancia nelle reni nel corso di una
scaramuccia nella boscaglia di Somo Somo e venisse quindi servito
alla tavola di Naungavuli, la cui fila di pietre arrivava al mediocre
numero di quarantotto appena.
E tuttavia, ostinati, gli operosi e febbrili missionari non
rinunciavano alla loro missione. A volte disperavano ma altre
speravano d'incontrare una qualche speciale manifestazione, un vero e
proprio scoppio di entusiasmo pentecostale, per esempio, che avrebbe
portato loro una bella messe di anime. Le cannibali Figi, invece,
rimanevano insensibili. Fin quando la messe di corpi umani era
abbondante, gli antropofagi dai capelli crespi riluttavano a mettere
da parte le loro marmitte. Semmai, a volte, quando la messe era pi
che abbondante, imbrogliavano i missionari facendo trapelare la
notizia che il tal giorno ci sarebbero stati una strage e un
banchetto. Immediatamente i missionari si precipitavano a riscattare
le vite delle vittime designate con stecche di tabacco, braccia di
calic e libbre di perline, facendo fare in tal modo ottimi affari ai
capi cannibali, i quali contemporaneamente si liberavano delle
eccedenze di carne viva. Nel caso, poi, potevano sempre procurarsene
altra.
Fu pertanto in una simile congiuntura che John Starhurst ebbe a
proclamare la propria intenzione di portare il vangelo da una costa
all'altra della Grande Terra, cominciando con lo spingersi tra i
contrafforti alle sorgenti del fiume Rewa.
All'annuncio, i catechisti indigeni piansero in silenzio; dal canto
loro, i suoi due compagni missionari ce la misero tutta per cercare
di dissuaderlo mentre, per parte sua, il re di Rewa lo mise in
guardia: i montanari lo avrebbero sicuramente kai-kaito (kai-kai
significava mangiare) e lui, il re di Rewa, che apparteneva ormai
al Lotu, si sarebbe venuto a trovare nella necessit di far guerra ai
montanari. Che poi non sarebbe mai riuscito a vincerli, il re ne era
perfettamente consapevole, come altrettanto consapevole era del fatto
che quelli sarebbero calati gi dalla montagna fino al fiume e
avrebbero saccheggiato il villaggio di Rewa. E allora lui cosa
avrebbe potuto fare? Insomma, se John Starhurst s'ostinava ad andare
a farsi mangiare ci sarebbe stata una guerra che sarebbe costata
centinaia di vite.
Pi tardi, quello stesso giorno, una delegazione di capi rewani si
present a John Starhurst il quale, paziente, li ascolt e, sempre
paziente, replic e discusse ma non retrocesse di un millesimo di
pollice dal suo proposito. Ai suoi compagni missionari spieg poi di
non avere la minima vocazione al martirio ma semplicemente la
certezza di aver ricevuto il compito di propagare il vangelo per
tutta Viti Levu, e che pertanto non faceva altro che obbedire alla
volont del Signore.
Ai mercanti che andarono a protestare nel modo pi energico di
tutti disse poi: Le vostre obiezioni non hanno il minimo valore.
Esse sono dettate unicamente dal timore del danno che pu derivarne
ai vostri traffici. Voi mirate solo a far quattrini, io miro invece a
salvare le anime. Bisogna salvare i pagani di questa terra
ignorante.
Non era un fanatico John Starhurst; lui per primo avrebbe respinto
un'accusa del genere. Era soprattutto un uomo equilibrato e pratico,
con la certezza che la propria missione si sarebbe risolta nel bene
di tutti. Dentro di s egli si vedeva come colui che avrebbe fatto
scoccare nelle anime di quei montanari la scintilla pentecostale e
provocato un risveglio che dalle montagne sarebbe sceso gi a valle e
avrebbe percorso per lungo e per largo la Grande Terra, da un mare
all'altro fino ai pi sperduti isolotti. No, non c'erano lampi di
follia nei suoi miti occhi grigi ma solo calma determinazione e
un'incrollabile fiducia nella Potest Somma che lo guidava.
Un uomo solo tuttavia incontr che approvava il suo progetto: Ra
Vatu, il quale in segreto lo incoraggi e si offr di prestargli le
guide per arrivare sino ai primi rilievi pedemontani. Un tale
comportamento da parte di Ra Vatu piacque non poco a John Starhurst:
per essere un incorreggibile pagano, con un cuore nero come le sue
pratiche, Ra Vatu cominciava a emanar luce. Parlava persino di
accostarsi al Lotu. Vero era che gi tre anni prima aveva espresso
una simile intenzione e sarebbe entrato nella chiesa se John
Starhurst non avesse obiettato al fatto che voleva portarsi dietro
anche le sue quattro mogli. Dal canto suo, Ra Vatu aveva avuto da
sempre i suoi bravi motivi etici ed economici per opporsi alla
monogamia, cosicch la pedante obiezione del missionario lo aveva
grandemente offeso e, per provare il proprio senso della libert e
dell'onore, aveva calato l'enorme mazza da guerra sul capo di
Starhurst. Il missionario se l'era cavata per un pelo, scansandosi e
attanagliando il pagano in un abbraccio finch non erano arrivati
aiuti. Ma ormai tutto questo era acqua passata, ora Ra Vatu
frequentava la chiesa non solo come pagano convertito ma anche come
poligamo convertito. Aspettava soltanto, aveva confessato a
Starhurst, la morte della moglie pi anziana, che era molto malata.
John Starhurst risal dunque il lento Rewa in una delle canoe di Ra
Vatu. Questa lo avrebbe portato fin dove era possibile navigare,
dopodich sarebbe tornata indietro. Lontano, eccelse nel cielo,
s'intravedevano le grandi montagne fumose che segnavano la spina
dorsale della Grande Terra. Per tutto il giorno John Starhurst le
contempl con avida impazienza.
Ogni tanto pregava in silenzio. A volte alle sue preghiere s'univa
Narau, un catechista indigeno che apparteneva al Lotu da sette anni,
cio dal giorno in cui era stato salvato dal forno rovente da padre
James Ellery Brown con la modica spesa di cento stecche di tabacco,
due coperte di cotone e una grossa boccetta di antidolorifico.
All'ultimo momento, dopo venti ore di suppliche e preghiere
solitarie, alle orecchie di Narau era giunto l'invito a unirsi a John
Starhurst nella sua missione tra le montagne.
Master, voglio venire con te, aveva annunciato.
E John Starhurst lo aveva salutato con misurata contentezza. Era
proprio vero che il Signore era con lui se riusciva a spronare una
creatura tanto demoralizzata come Narau.
Sono assolutamente privo di spirito, spieg poi Narau il primo
giorno a bordo della canoa. Sono la pi debole creatura del Signore.
Devi aver fede, una fede pi forte, lo rimprover il missionario.
Un'altra canoa risal il Rewa quel giorno, tenendosi tuttavia a
un'ora di viaggio di distanza, a poppa, e badando a non farsi
scorgere. Anch'essa apparteneva a Ra Vatu e a bordo c'era Erirola,
cugino di primo grado e scagnozzo fidato di Ra Vatu. Nel cestino che
costui stringeva in mano c'era un dente di balena. Anche questo dente
era di propriet di Ra Vatu. Nelle Figi, bisogna sapere, quando un
dente del genere passa di mano di solito succede qualcosa. Perch 
questo il pregio del dente di balena: chiunque lo accetta non pu poi
respingere la richiesta che al dono s'accompagna o segue. E la
richiesta pu riguardare di tutto, da una vita umana a un'alleanza
fra trib, e nessun figeano  talmente privo d'onore da non
soddisfare la richiesta una volta che abbia accettato il dente. Certo
pu capitare che a volte indugi o rinvii, ma in tal caso le
conseguenze sono quanto mai incresciose.
Alla fine del secondo giorno di viaggio, John Starhurst si ferm
nel villaggio di un capo di nome Mongondro, a monte del Rewa. Contava
di proseguire a piedi, accompagnato da Narau, la mattina dopo, verso
le fumose montagne che ora, in vicinanza, erano verdi e vellutate.
Mongondro era un piccolo capo, vecchio, di buon carattere e modi
gentili, miope e affetto da elefantiasi, non pi incline agli
scompigli della guerra; accolse il missionario con ospitale
entusiasmo, lo fece accomodare alla propria tavola e persino affront
con lui argomenti religiosi. Per natura era avido di sapere,
Mongondro, e fece dunque la felicit di John Starhurst chiedendogli
di spiegargli l'inizio e il motivo delle cose. Ma quando il
missionario ebbe completato la sua sommaria spiegazione della
Creazione secondo la Genesi, not che il vecchio capo era rimasto
profondamente impressionato. Continu infatti a fumare per un po' in
silenzio, quindi si tolse la pipa di bocca e scosse il capo con aria
rincresciuta.
Non  possibile, dichiar alla fine. Io, Mongondro, da giovane
lavoravo bene di ascia, eppure mi ci vollero tre mesi per fabbricare
una canoa. Una piccola, piccolissima canoa. E tu vieni a dirmi che
tutta questa terra e quest'acqua furono fatte da un solo uomo...
Nossignore, furono create da un solo Dio, lo interruppe il
missionario.
 la stessa cosa, prosegu Mongondro. Tutta la terra e tutta
l'acqua, gli alberi, i pesci e la boscaglia e le montagne, il sole,
la luna e le stelle, furono fatte in sei giorni! No, no. Io ti dico
che da giovane ero bravo e abile, eppure mi ci vollero tre mesi
interi per fabbricarmi una piccola canoa. una storia buona a
impressionare i bambini, ma nessun uomo adulto pu crederci!
Io sono un uomo adulto, fece notare il missionario.
Certo, sei un uomo adulto, ma non  dato al mio piccolo
comprendonio di sapere in che cosa credi.
Te lo dico io: credo che tutto, ogni cosa, fu creato in sei
giorni.
Questo lo dici tu, solo tu, mormor in tono tranquillissimo il
vecchio cannibale.
Solo quando John Starhurst e Narau furono andati a letto, Erirola
s'intrufol in casa di Mongondro e, dopo un diplomatico discorso, gli
porse il dente di balena.
Il vecchio capo lo tenne a lungo in mano: era un bel dente,
bellissimo, e lui lo desiderava molto. Intuiva per anche la
richiesta che l'avrebbe accompagnato. No, no; i denti di balena erano
belli e a lui piacevano molto, tuttavia lo restitu a Erirola con
molte scuse.
Alle prime luci dell'alba John Starhurst s'avvi per il sentiero
nella boscaglia, a piedi, coi suoi stivaloni di cuoio, seguito dal
fedele Narau e preceduto da una guida nuda prestatagli da Mongondro
perch gli mostrasse la strada fino al villaggio successivo, al quale
giunsero entro mezzogiorno. Da l una nuova guida indic la strada
per proseguire. A un miglio di distanza gli arrancava dietro Erirola,
col dente di balena nel cestino appeso alla spalla. Per altri due
giorni ancora tenne dietro al missionario, offrendo il dente di
balena ai capi dei villaggi, che per uno dopo l'altro lo
rifiutarono. L'offerta di quel dente seguiva cos da presso la
comparsa del missionario che quelli intuivano la richiesta che
sarebbe stata fatta e dunque non volevano saperne.
Quando il missionario prese a inoltrarsi tra le montagne Erirola
imbocc un sentiero segreto e, precedendolo, raggiunse la roccaforte
del Buli di Gatoka. Ora il Buli non sapeva dell'arrivo imminente di
John Starhurst; in pi, il dente era bello, un esemplare
straordinario, d'un colore di tipo rarissimo. In pi, ancora, venne
offerto pubblicamente. Seduto sulla sua stuoia migliore, circondato
dai suoi dignitari, con tre indaffarati cacciamosche alle spalle, il
Buli di Gatoka si degn dunque di accettare dalle mani del proprio
ciambellano il dente di balena inviatogli in dono da Ra Vatu e
portato fin l tra le montagne dal cugino di questi, Erirola. Subito
un applauso segu all'accettazione del dono, dignitari, ciambellani e
cacciamosche, tutti, gridarono in coro:
A! woi! woi! woi! A! woi! woi! woi! A tabua levu! woi! woi! A
mudua, mudua, mudua!
Presto arriver un uomo, un uomo bianco, esord allora Erirola al
momento opportuno. un missionario e arriver oggi. Ra Vatu ne
accetterebbe con gioia gli stivali. Desidera regalarli al suo buon
amico Mongondro, e l'intenzione sua  di inviarglieli con i relativi
piedi dentro, perch Mongondro  ormai vecchio e non ha pi buoni
denti. Accrtati, o Buli, che i piedi siano dentro gli stivali.
Quanto al resto del missionario, pu restare qui.
La gioia di possedere il dente di balena svan subito dagli occhi
del Buli, il quale si guard intorno con incertezza. Ma aveva gi
accettato il dente.
Una cosa da poco come un missionario non ha importanza, incit
allora Erirola.
No, una cosa da poco come un missionario non ha importanza,
rispose il Buli, ripresosi. Mongondro avr gli stivali. Andate,
dunque, voi giovanotti, tre o quattro di voi, andate incontro al
missionario sul sentiero. E badate di non tornare senza gli stivali.
Troppo tardi, esclam Erirola. Ascolta! Sta arrivando!
Sbucato fuori dalla boscaglia, con Narau alle calcagna, John
Starhurst in quel momento avanz sulla scena. I famosi stivali,
riempiti d'acqua nel guado del ruscello, sprizzavano sottilissimi
getti d'acqua a ogni passo. Il missionario si guard intorno con
occhi luccicanti e, sorretto com'era da una fiducia incrollabile, non
sfiorato dal dubbio e ancor meno dal timore, esult allo spettacolo
che gli si present. Sapeva d'essere il primo bianco che, dagli inizi
dei tempi, metteva piede nella roccaforte montana di Gatoka.
Le case d'erba erano abbarbicate al fianco scosceso della montagna
o strapiombavano sul turbinoso Rewa. Dall'una e dall'altra parte
s'apriva un minaccioso precipizio. In quella stretta gola dovevano
penetrare al massimo tre ore di luce del sole al giorno. Niente palme
da cocco e niente banani si scorgevano in quella pur fitta
vegetazione tropicale che avvolgeva tutto, pendendo in aerei festoni
dai precipiti bordi dei dirupi e arrampicandosi rigogliosa su tutte
le sporgenze e penetrando ogni recesso. All'estremit della forra il
Rewa si precipitava gi d'un solo balzo per ottocento piedi e
l'atmosfera tutta di quella fortezza di roccia pulsava al ritmico
boato della cascata.
Dalla casa del Buli, John Starhurst vide ora venir fuori il Buli
con il suo seguito.
Ti porto buone notizie, fu il saluto del missionario.
Chi ti manda? replic il Buli, tranquillo.
Dio.
 un nome nuovo a Viti Levu, schern il Buli. Di quale isola o
villaggio o valico sar mai il capo?
 il capo di tutte le isole e villaggi e valichi, rispose John
Starhurst in tono solenne.  il Signore del cielo e della terra, e
io sono venuto a portarti la Sua parola.
Manda denti di balena? fu l'insolente domanda.
No, ma pi preziosa dei denti di balena  la...
uso, tra capi, inviarsi denti di balena, lo interruppe il Buli.
O il tuo capo  uno spilorcio o tu sei uno sciocco a inoltrarti tra
le montagne a mani vuote. Guarda, ti ha preceduto qualcuno pi
generoso di te.
Ci dicendo, il Buli mostr il dente di balena che aveva ricevuto
da Erirola.
Narau mand un gemito.
il dente di balena di Ra Vatu, disse in un bisbiglio a Starhurst.
Lo conosco bene. Siamo finiti.
Grazioso, osserv il missionario, carezzandosi la lunga barba e
sistemandosi gli occhiali. Ra Vatu ci ha organizzato una buona
accoglienza.
Ma Narau mand un altro gemito e indietreggi, allontanandosi dalle
calcagna dietro le quali s'era tenuto finora con tanta lealt.
Ra Vatu entrer presto nel Lotu, spieg Starhurst, e io sono
venuto a portare il Lotu anche a te.
Il tuo Lotu non m'interessa, rispose fiero il Buli. E ho in
mente che ti si dia di mazza oggi stesso.
E col capo il Buli fece cenno a uno dei suoi grossi montanari, il
quale avanz brandendo una mazza. Narau si tuff nella casa pi
vicina, cercando riparo tra le donne e le stuoie, mentre John
Starhurst scansava la mazza con un balzo e di scatto passava un
braccio intorno al collo del suo carnefice, bloccandolo in una ferrea
cravatta. Acquistato tale vantaggio, pass a discutere. Era in ballo
la sua vita, e lo sapeva, ma non era n emozionato n spaventato.
Faresti male a uccidermi, disse al montanaro. Io non ti ho fatto
nessun torto, n l'ho fatto al Buli.
E si teneva cos ben stretto al collo del montanaro che gli altri
non osavano colpire con le mazze. Continu quindi a tenervisi stretto
e a difendersi la vita obiettando a quelli che invocavano la sua
morte.
Mi chiamo John Starhurst, proclam, senza perdere la calma n
mollare la stretta. E lavoro alle Figi da tre anni. Lo faccio senza
scopo di profitto. Sono venuto tra voi per portare il bene. Perch
uno dovrebbe uccidermi? Uccidermi non porterebbe profitto a nessuno.
Il Buli diede un'occhiata al dente di balena: l'incarico
affidatogli era ben pagato.
Il missionario intanto era circondato da una massa di selvaggi nudi
che si davano tutti da fare cercando di colpirlo. Poi si lev il
canto di morte, che  il canto del forno, e le sue rimostranze non fu
pi possibile udirle. E tuttavia si contorceva e aggrappava al corpo
del suo carnefice con tanta abilit che il colpo mortale non poteva
essere inferto. Erirola sorrideva e il Buli vieppi s'infuriava.
Basta! grid a un certo punto. Bella storia da far sapere gi
sulla costa: dodici di voi e un missionario solo e disarmato, debole
come una femmina, che vi supera tutt'e dodici.
Aspetta, o Buli, grid John Starhurst in mezzo al parapiglia, e
superer anche te. Perch le mie armi sono la Verit e il Bene, ai
quali nessun uomo pu resistere.
E allora vieni, vieni qui da me, rispose il Buli, perch la mia
arma  solo una misera mazza che, come dici, non ti resiste.
Il gruppo si disperse e John Starhurst si trov solo davanti al
Buli, che se ne stava appoggiato a un'enorme e nodosa mazza da
guerra.
Vieni, missionario, vieni a superarmi, sfid il Buli.
Vengo, s, e ti superer, rispose John Starhurst, pulendosi prima
gli occhiali e sistemandoseli bene sul naso e poi prendendo ad
avanzare.
Il Buli lev in aria la mazza e attese.
In primo luogo, la mia morte non ti porter nessun profitto, fu
l'esordio del missionario.
Lascio la risposta alla mia mazza, fu la risposta del Buli.
E a ogni argomento oppose la stessa risposta, senza perdere intanto
di vista neppure un attimo il missionario per prevenire quell'abile
balzo in avanti al di sotto della traiettoria della mazza. Allora, e
fu la prima volta, John Starhurst cap che la sua morte era prossima.
Non tent nessun balzo, rimase l, a capo nudo, al sole, e preg ad
alta voce, misteriosa figura dell'inesorabile uomo bianco che, con
Bibbia, fucile o bottiglia di rum ha affrontato lo stupido selvaggio
in tutte le sue roccaforti. E altrettanto stava facendo John
Starhurst nella fortezza tra le rocce del Buli di Gatoka.
Perdona loro perch non sanno quel che fanno, preg. O Signore,
abbi piet e commiserazione delle Figi. O Geova, ascoltaci per amor
di Lui, Tuo Figlio, attraverso il quale concedesti a tutti gli uomini
di divenire anch'essi Tuoi figli. Da Te veniamo e nostra convinzione
e intenzione  che a Te si ritorni. La terra  buia, o Signore, la
terra  buia. Ma tu hai la forza di salvare. Allunga la mano, o
Signore, e salva le Figi, le povere cannibali Figi.
Il Buli si spazient.
Ora ti dar io la risposta, mormor, calando la mazza che
stringeva con ambedue le mani.
Narau, nascosto tra le donne e le stuoie, ud il tonfo della
mazzata e trem. Poi si lev il canto di morte e lui cap che il
corpo del suo amato missionario veniva trascinato al forno. Intanto
ud le parole:
Piano, trascinatemi piano.
Io sono il campione della mia terra.
Siano rese grazie! Siano rese grazie! Siano rese grazie!
Poi, nel chiasso, si lev una voce. Chiese:
Dov' andato il coraggioso?
Cento voci ruggirono la risposta:
Al forno, per essere cucinato.
Dov' andato il codardo? chiese la voce.
A riferire! ruggirono in risposta le cento voci. A riferire! A
riferire!
Narau gem, con l'angustia nell'animo. Le parole del vecchio canto
erano vere. Il codardo era lui e non gli restava altro da fare che
andare a riferire, appunto.


MAUKI.

Pesava centodieci libbre, aveva i crespi capelli del negroide ed
era nero. D'un nero particolare, non un nero brunito n un nero
rossiccio, ma un nero livido. Si chiamava Mauki ed era figlio di un
capo. Aveva tre tambo. Tambo  parola melanesiana che sta per tab,
quindi parente stretta di quella parola polinesiana. I tre tambo di
Mauki erano i seguenti: primo, non doveva mai stringere la mano a una
donna, n essere mai sfiorato da mano di donna, lui e le sue cose
personali; secondo, non doveva mai mangiare molluschi n alcun cibo
proveniente da un fuoco sul quale fossero stati cotti molluschi;
terzo, non doveva mai toccare un coccodrillo n viaggiare in una
canoa che recasse a bordo alcuna parte di coccodrillo, sia pure
piccola come un dente, tanto per dire.
D'un nero diverso erano invece i suoi denti. Erano nero carbone, o
forse sar meglio dire nerofumo. Gli erano stati resi cos, in una
sola notte, da sua madre, che li aveva strofinati con la polvere di
un minerale ricavato dal terreno franoso alle spalle di Port Adams.
Port Adams  un villaggio marino di Malaita, e Malaita  la pi
selvaggia isola delle Salomone; cos selvaggia che ancora nessun
mercante o colono  riuscito a stabilirvisi; mentre, dal tempo dei
primissimi pescatori di oloturie fino agli ultimissimi reclutatori di
mano d'opera equipaggiati di fucili automatici e motori a scoppio, un
numero infinito di avventurieri bianchi sono stati abbattuti dalle
accette e dalle pallottole deformabili. E cos ancora oggi, nel
ventesimo secolo, Malaita rimane il luogo di ritrovo dei reclutatori
di mano d'opera, che ne battono la costa per ingaggiarvi le braccia
da portare nelle piantagioni delle isole vicine e pi civilizzate per
una paga di trenta dollari l'anno. Gli indigeni di quelle isole
vicine e pi civilizzate sono diventati infatti troppo civilizzati
per lavorare nelle piantagioni.
Le orecchie di Mauki erano forate. Non in un punto e neppure in due
ma in un paio di dozzine di punti. Nei fori pi piccoli portava una
pipa di terracotta essendo quelli pi grandi troppo grandi per un
tale uso: il fornello della pipa vi sarebbe passato facilmente
attraverso. Di fatto, nei fori pi grandi di ciascun orecchio Mauki
di solito portava tasselli tondi di legno che arrivavano fino a
quattro pollici di diametro. Grosso modo, la circonferenza di quei
fori era di dodici pollici e mezzo. Essendo di gusti cattolici, poi,
nei vari fori pi piccoli portava oggetti come cartucce vuote di
fucile, chiodi di maniscalco, viti di ottone, legacci, trecce di
paglia per cappelli, foglie verdi di tabacco e, nel fresco del
giorno, fiori scarlatti di ibisco. Dal che si capir come la comodit
delle tasche fosse superflua per Mauki. Del resto, le tasche erano
impossibili, consistendo il suo abbigliamento in un unico straccetto
di calic largo qualche pollice. Tra i capelli, poi, portava un
serramanico, la lama serrata su una crespa ciocca. Il suo possesso pi
prezioso era per il manico di una tazza di porcellana che portava
appesa a un anello di tartaruga che, a sua volta, passava attraverso
la cartilagine del setto nasale.
Eppure, nonostante questi ornamenti, Mauki aveva una bella faccia.
Bella davvero, sotto ogni punto di vista, e per un melanesiano, poi,
straordinariamente bella. L'unico suo neo era la mancanza di forza
espressiva. Era leggermente effeminata, la faccia di una fanciulla. I
tratti erano minuti, regolari e delicati; il mento era debole e cos
pure la bocca. Mascelle, fronte e naso non avevano n forza n
robustezza e negli occhi si coglieva un accenno soltanto agli ignoti
elementi che dovevano pur far parte del suo carattere e che tuttavia
sfuggivano ai pi. Questi elementi incogniti erano l'audacia, la
tenacia, l'ardimento, la fantasia e l'astuzia, che quando trovavano
espressione in una azione decisa e sorprendente coglievano di
sorpresa coloro che gli erano vicini.
Il padre di Mauki era capo del villaggio di Port Adams e cos, uomo
di mare per nascita, Mauki era mezzo anfibio. Esperto di pesci e
ostriche, per lui la barriera corallina era un libro aperto. Anche in
fatto di canoe era un esperto. Aveva imparato a nuotare a un anno, a
sette riusciva a trattenere il fiato per un minuto intero e a
raggiungere il fondo a trenta piedi. Sempre a sette anni era stato
rapito dagli uomini della boscaglia, che non solo non sanno nuotare
ma hanno addirittura paura dell'acqua salata. Da quell'et in poi,
dunque, aveva visto il mare solo da lontano, tra gli squarci nella
giungla e dagli spazi aperti sui pendii delle montagne. Era diventato
cos schiavo del vecchio Fanfoa, capo supremo d'una ventina di
villaggi sparsi nella boscaglia sui pendii montuosi di Malaita il cui
fumo, nelle mattinate senza vento,  pi o meno l'unica prova che i
naviganti bianchi hanno dell'esistenza d'una popolazione nel
brulicante interno dell'isola. Perch i bianchi, infatti, non
s'inoltrano all'interno di Malaita. Ci provarono una volta, al tempo
in cui si cercava l'oro, ma ci rimisero la testa, rimasta l a
ghignare, appesa alle travi affumicate delle capanne degli uomini
della boscaglia.
Quando Mauki era ormai un giovanotto di diciassette anni, Fanfoa
rimase a corto di tabacco. Terribilmente a corto di tabacco. Erano
quelli tempi difficili per tutti i suoi villaggi. Lui infatti aveva
commesso uno sbaglio. Suo, cos si chiamava, era un porto tanto
piccolo che una grossa goletta non poteva certo dondolarvisi
all'ancora. In pi, circondato com'era da mangrovie che crescevano
fitte nell'acqua profonda, era una vera e propria trappola. E in
quella trappola una volta s'erano inoltrati due bianchi a bordo di un
piccolo ketch. Erano reclutatori e avevano con s molto tabacco e
molta merce di scambio, per non parlare di tre fucili e di
un'abbondanza di munizioni. Ora a Suo non vivevano uomini di mare ed
era l che quelli della boscaglia potevano avvicinarsi all'acqua
salata. Il ketch aveva dunque fatto ottimi affari, reclutando venti
uomini nel solo primo giorno. Persino il vecchio Fanfoa aveva
firmato. Ma quello stesso primo giorno i venti reclutati avevano
mozzato la testa ai due bianchi, massacrato l'equipaggio e dato fuoco
al ketch. Dopodich, per tre mesi, c'erano stati tabacco e merce di
scambio in abbondanza, da metterne anche da parte, in tutti i
villaggi della boscaglia. Ma alla fine era arrivata la nave da guerra
e aveva vomitato proiettili fino alle colline, per miglia
nell'interno, spaventando la gente che aveva abbandonato i villaggi e
s'era spinta ancor pi nell'interno. Quindi la nave da guerra aveva
mandato squadre a terra. I villaggi erano stati tutti incendiati
insieme col tabacco e la merce di scambio, le palme e i banani erano
stati abbattuti, le coltivazioni di taro sconvolte e i polli e i
maiali uccisi.
Una lezione per Fanfoa; intanto, per, era rimasto senza tabacco.
In pi, i suoi giovanotti erano troppo spaventati per lasciarsi
reclutare dalle navi successive. Per questo Fanfoa ordin che
portassero gi il suo schiavo, Mauki, e lo consegnassero ai
reclutatori contro mezza cassa di tabacco di anticipo, oltre a
coltelli, asce, calic e perline, che avrebbero pagato il lavoro del
suo schiavo nella piantagione. Mauki, dal canto suo, quando lo
portarono a bordo della goletta era spaventato a morte. Un agnello
portato al macello. Gi, perch i bianchi erano creature feroci.
Dovevano esserlo, del resto, altrimenti non avrebbero potuto
bazzicare la costa di Malaita n tutti gli altri porti, in due
soltanto a bordo di una goletta che contava come equipaggio fino a
venti neri e, spesso, fino ad altri sessanta o settanta appena
reclutati come braccia da lavoro. In aggiunta a questo, c'era poi
sempre il pericolo d'un attacco improvviso da parte delle popolazioni
della costa e della distruzione della goletta e del massacro di tutti
gli uomini. I bianchi, dunque, dovevano essere feroci. In pi,
disponevano di tante diavolerie: fucili che sparavano colpi uno
dietro l'altro, congegni di ferro e ottone che facevano andare le
golette anche quando non c'era vento e scatole che parlavano e
ridevano come gli uomini, tale e quale. Proprio cos, e lui, Mauki,
aveva anche saputo di un bianco la cui particolare diavoleria era cos
diabolica che poteva togliersi tutti i denti e rimetterli al loro
posto quando voleva.
Quel giorno, dunque, portarono Mauki di sotto, gi nella cabina.
Sul ponte, il bianco stava di guardia con due pistole alla cintola.
Nella cabina, l'altro bianco se ne stava seduto con davanti un libro
in cui tracciava strane cose, segni e righe. Alz il capo e guard
Mauki come fosse un maiale o un pollo, gli guard sotto le ascelle e
scrisse cose nel libro. Quindi gli porse l'asticciola per scrivere e
Mauki la sfior appena col dito, col che s'impegn a lavorare per tre
anni nelle piantagioni della Moonglean Soap Company. Non gli venne
spiegato che tutta l'ostinazione dei feroci bianchi sarebbe stata
rivolta a fargli mantenere quell'impegno e che, soprattutto, allo
stesso scopo sarebbero state impiegate tutta la potenza e tutte le
navi da guerra della Gran Bretagna.
C'erano altri neri a bordo, di luoghi lontani mai sentiti neppure
nominare, e quando il bianco gli parl strapparono la lunga piuma dai
capelli di Mauki, gli tagliarono corti quegli stessi capelli e gli
avvolsero intorno alla vita una lava-lava di calic giallo acceso.
Dopo molti giorni a bordo della goletta, e dopo aver visto pi
terra e isole di quanto mai si fosse sognato, Mauki venne sbarcato a
New Georgia e messo subito al lavoro a spianare la giungla e a
tagliare la canna. Per la prima volta in vita sua conobbe il lavoro e
non gli piacque affatto. Neppure quando era schiavo di Fanfoa aveva
mai lavorato tanto. In piedi all'alba per rientrare col buio, con due
pasti al giorno. E in pi il cibo era monotono: per settimane di fila
non davano altro da mangiare che patate dolci, e per un'altra fila di
settimane nient'altro che riso. Giorno dopo giorno non faceva che
staccare la polpa dal guscio delle noci di cocco e per giorni e
settimane interminabili alimentava il fuoco per essiccare la copra
finch gli occhi gli facevano male, dopodich lo mettevano ad
abbattere alberi. Era bravo con l'ascia e col tempo lo aggregarono
alla squadra che costruiva ponti. Una volta, per punizione, fu
aggregato a quella che costruiva strade. A volte lavorava a bordo
delle lance quando portavano la copra da spiagge lontane o quando i
bianchi andavano a pesca con la dinamite.
Tra le altre cose impar il beach-la-mar, la lingua franca con la
quale poteva comunicare con tutti i bianchi e tutti gli altri
reclutati come lui, che per conto loro parlavano mille diversi
dialetti. Impar anche certe cose sui bianchi, soprattutto che
mantenevano sempre la parola. Se a uno dei ragazzi dicevano che
avrebbe ricevuto una treccia di tabacco puntualmente quello la
riceveva; se invece gli dicevano che se avesse fatto una certa cosa
gliel'avrebbero fatta veder brutta e quello la faceva, puntualmente
gliela facevano veder brutta. Che cosa mai di brutto gli facessero
poi vedere Mauki proprio non sapeva, ma in beach-la-mar cos si
diceva e lui immaginava che in fondo si trattasse del sangue e dei
denti che spesso scorrevano e cadevano quando i bianchi la facevano
veder brutta. E un'altra cosa impar: nessuno veniva colpito o punito
a meno che non facesse qualcosa di sbagliato. Anche quando erano
ubriachi, e lo erano spesso, i bianchi non colpivano mai, a meno che
non ci fosse stata un'infrazione.
Comunque la piantagione non gli piaceva per niente, ed essendo
figlio di un capo odiava il lavoro. In pi, erano passati dieci anni
da quando Fanfoa lo aveva rapito e portato via da Port Adams, e ora
aveva nostalgia di casa sua. Aveva nostalgia persino della schiavit
sotto Fanfoa. Cos scapp. S'inoltr nella boscaglia con l'idea di
puntare a sud fino alla costa, di rubare una canoa e di tornarsene a
casa a Port Adams. Ma fu preso dalla febbre e lo catturarono e
riportarono indietro pi morto che vivo.
Poi scapp una seconda volta, in compagnia di due ragazzi di
Malaita. Arrivarono fino alla costa distante venti miglia e si
nascosero nella capanna di un uomo libero di Malaita che abitava in
quel villaggio. Ma in piena notte arrivarono due bianchi, che non
avevano paura di tutti gli abitanti del villaggio, e gliela fecero
veder brutta, poi li legarono come maiali e li scaraventarono a bordo
della lancia. Quanto all'uomo nella cui casa s'erano nascosti, gliela
dovettero far vedere bruttissima a giudicare dai denti, pelle e
capelli che volarono da ogni parte; e in seguito, per tutto il resto
della sua vita naturale, quello si guard bene dall'ospitare coloro
che fuggivano dalla piantagione.
Per un intero anno Mauki sfacchin. Poi lo fecero servo di casa e
il cibo miglior e anche la vita: tenere la casa pulita e servire ai
bianchi whiskey e birra a tutte le ore del giorno e di buona parte
della notte era dopotutto un lavoro leggero. Tutto sommato, gli
piaceva. Ma gli piaceva di pi Port Adams. Gli restavano ancora altri
due anni da fare ma per lui, nelle strette della nostalgia, due anni
erano troppo lunghi. In quell'anno era diventato pi saggio, per, e
in pi, come servo di casa, le occasioni non gli mancavano. Gli
toccava la pulizia dei fucili e sapeva dove era appesa la chiave
dell'armeria. Programm dunque la fuga e una notte dieci ragazzi di
Malaita e uno di San Cristoval sgattaiolarono via dalle baracche e
trascinarono fin gi alla spiaggia una delle lance. Fu Mauki a
fornire la chiave del deposito delle barche e lui a fornire una
dozzina di Winchester, un'immensa quantit di munizioni, una cassetta
di dinamite, con detonatori e micce, e dieci cassette di tabacco.
Soffiava il monsone di nord-ovest e loro fuggirono a sud, navigando
di notte e nascondendosi di giorno sugli isolotti disabitati e fuori
mano oppure trascinando la lancia nella boscaglia delle isole pi
grandi. Guadagnarono in tal modo Guadalcanal, la costeggiarono al
largo e attraversarono gli Indispensable Straits fino alla Florida
Island. Fu l che uccisero il giovanotto di San Cristoval,
risparmiandone la testa e cucinando e mangiando il resto. La costa di
Malaita era a sole venti miglia di distanza, ma l'ultima notte una
forte corrente e un vento variabile gli impedirono la traversata. La
luce del giorno li colse ancora a molte miglia dalla loro meta, non
solo, ma port anche un cutter con a bordo due bianchi che non
avevano paura di undici giovanotti di Malaita armati di dodici
fucili.
Mauki e i suoi compagni furono riportati a Tulagi, dove viveva il
grande master bianco pi importante di tutti i bianchi. E questo
grande master bianco tenne giudizio e, come risultato, uno per uno, i
fuggiaschi vennero legati e ricevettero venti frustate ciascuno,
oltre alla condanna a una multa di quindici dollari. Dopodich
vennero rimandati a New Georgia, dove gli altri bianchi gliela fecero
vedere e rivedere brutta e li rimandarono al lavoro; Mauki, per, non
pi a servire in casa ma nella squadra che lavorava alla costruzione
delle strade. La multa di quindici dollari era stata intanto pagata
da quelli dai quali lui era fuggito, i quali lo informarono che gli
toccava ripagarla col lavoro, il che significava sei mesi in pi. La
sua parte del tabacco rubato, poi, gli cost un altro anno di lavoro.
Port Adams, a questo punto, era dunque lontana tre anni e mezzo e
cos, una notte, lui rub una canoa, si nascose tra gli isolotti
degli Stretti di Manning, attravers gli Stretti e risal la costa
orientale di Ysabel per essere catturato alla fine dai bianchi nella
Meringe Lagoon, vale a dire a due terzi di strada. Dopo una settimana
scapp nella boscaglia. Su Ysabel non c'erano indigeni nella
boscaglia, solo uomini di mare, e questi erano tutti cristiani. I
bianchi misero una ricompensa di cinquecento trecce di tabacco e cos
ogni volta che Mauki s'avventurava fino al mare per rubare una canoa
veniva inseguito dagli uomini di mare. Passarono in tal modo quattro
mesi alla fine dei quali, essendo stata portata la ricompensa a mille
trecce, Mauki venne catturato e rimandato a New Georgia a costruire
strade. Ora mille trecce valgono cinquanta dollari e tocc a Mauki
pagare la ricompensa con un anno e otto mesi di lavoro da aggiungere
al resto. Port Adams distava ora cinque anni.
Ma la nostalgia era pi forte che mai e a Mauki non andava l'idea
di mettersi buono e farsi i suoi quattro anni di lavoro per
tornarsene alla fine a casa. La volta successiva lo catturarono
nell'atto stesso di fuggire. Questa volta il suo caso fu portato
davanti a Mr Haveby, il dirigente della Moongleam Company sull'isola,
il quale giudic Mauki un incorreggibile. Ora la compagnia possedeva
delle piantagioni sulle isole Santa Cruz, a centinaia di miglia di
distanza, dove mandava gli incorreggibili delle Isole Salomone. Vi fu
mandato anche Mauki, che tuttavia non v'arriv mai.
La goletta fece scalo a Santa Anna e durante la notte Mauki
raggiunse la terra a nuoto, rub all'agente della compagnia del posto
due fucili e una cassetta di tabacco e punt verso Cristoval su una
canoa. Malaita veniva a trovarsi ora a nord, a cinquanta o sessanta
miglia, ma quando lui prov a superare quelle miglia un bel vento
fresco lo riport a Santa Anna, dove l'agente lo mise ai ferri e ve
lo tenne fino al ritorno da Santa Cruz della goletta. I due fucili
l'agente li recuper ma la cassetta di tabacco dovette addebitarla a
Mauki, al prezzo di un altro anno di lavoro. La somma degli anni
dovuti alla compagnia era dunque sei.
Sulla via del ritorno a New Georgia la goletta gett l'ancora nello
Stretto di Marau, che si trova all'estremit sudorientale di
Guadalcanal. Bene, Mauki nuot fino a terra con i ferri ai polsi e
guadagn la boscaglia. La goletta prosegu il suo viaggio ma l'agente
della Moongleam a terra mise una taglia di mille trecce e Mauki gli
venne puntualmente consegnato da quelli della boscaglia, con un
ulteriore addebito di otto mesi. Ma scapp di nuovo prima dell'arrivo
della goletta, questa volta su una lancia con a bordo una cassetta
del tabacco dell'agente. Un altro vento fresco, tuttavia, questa
volta da nord-ovest, lo sbatt a terra a Ugi, dove gli indigeni
cristiani gli sottrassero il tabacco e lo consegnarono all'agente
della Moongleam di l. Il tabacco sottrattogli dagli indigeni
cristiani signific per lui un altro anno, cosicch il totale sal
ora a otto anni e mezzo.
Lo mandiamo a Lord Howe, concluse Mr Haveby. L c' Bunster, cos
se la vedranno loro due. Il caso  uno, immagino: o Mauki becca
Bunster oppure questi becca lui. Comunque, sar una liberazione.
Ora se uno lascia la Meringe Lagoon, a Ysabel, e punta dritto al
nord, quello magnetico, alla fine di centocinquanta miglia vedr
spuntare dal mare le spiagge coralline di Lord Howe, che  un anello
di terra d'un centocinquanta miglia di circonferenza largo al massimo
qualche centinaio di iarde e alto, in certi punti, una decina di
piedi sul livello del mare. All'interno dell'anello di sabbia c'
un'immensa laguna zeppa di banchi di corallo. Lord Howe tuttavia non
appartiene alle Salomone n geograficamente n etnicamente.  un
atollo, mentre le Salomone sono isole; la sua gente e la sua lingua
sono polinesiane, mentre gli abitanti delle Salomone sono
melanesiani. Lord Howe  stata popolata dall'emigrazione polinesiana
verso ovest che continua ancora oggi, col vento da sud-est che
trascina alle sue spiagge le grandi canoe con bilanciere. Che durante
il periodo del monsone da nord-ovest ci sia stata inoltre una non
molto accentuata emigrazione melanesiana  anche evidente.
Nessuno mai mette piede a Lord Howe, o Ontong-Java, come talvolta
viene chiamata. La Thomas Cook & Son non vende biglietti per quella
destinazione e i turisti ne ignorano completamente l'esistenza. N vi
 mai sbarcato nessun missionario bianco. I suoi cinquemila indigeni
sono pacifici quanto primitivi. Non sempre, per, completamente
pacifici. Il Sailing Directions li definisce ostili e infidi. Ma
quelli che compilano il Sailing Directions non sanno niente del
cambiamento avvenuto nel cuore di quegli indigeni che, non molti anni
fa, assalirono un grosso brigantino a palo e uccisero l'equipaggio a
eccezione del secondo ufficiale. Sopravvissuto, questi port la
notizia ai suoi fratelli e cos i capitani di tre golette ritornarono
con lui a Lord Howe. Spinsero le loro navi dritto fin dentro la
laguna e predicarono e misero in pratica il vangelo dell'uomo bianco,
secondo il quale solo i bianchi possono uccidere i bianchi e le razze
inferiori devono tenere le mani a posto. Le golette percorsero la
laguna in lungo e in largo infuriando e distruggendo. Impossibile
fuggire da quella stretta lingua di sabbia, senza alcuna boscaglia
nella quale rifugiarsi. I bianchi sparavano a vista ed era
impossibile non essere visti. I villaggi furono incendiati, le canoe
fatte a pezzi, le galline e i porci uccisi e le preziose palme da
cocco abbattute. La cosa and avanti un mese, alla fine del quale le
golette fecero vela e scomparvero, ma la paura del bianco era stata
tanto bene inculcata nell'animo degli isolani che da allora in poi
questi furono abbastanza avveduti da non fare pi male a chicchessia.
Bene, Max Bunster era il bianco di Lord Howe che commerciava al
soldo dell'onnipresente Moongleam Soap Company. La quale lo aveva
mandato a Lord Howe perch, a meno di non liberarsi definitivamente
di lui, era il posto pi fuorimano che esistesse. E non aveva
interesse a liberarsi di lui perch sarebbe stato difficile trovare
chi lo rimpiazzasse. Si trattava di un tedesco grande e grosso che
aveva qualcosa che non andava al cervello. Parlare di semifollia
sarebbe stato forse un tantino troppo generoso. Era un violento e un
vigliacco, tre volte pi selvaggio di qualsiasi selvaggio dell'isola.
Essendo un vigliacco, poi, la sua brutalit era di tipo vigliacco.
Quando era stato assunto dalla compagnia era stato mandato a Savo e
quando in seguito vi mandarono un tisico a sostituirlo lui lo prese a
cazzotti e lo rimand malconcio sulla goletta che lo aveva portato
fin l.
Allora Mr Haveby scelse un giovane gigante dello Yorkshire per
rilevarlo. Il gigantesco giovanotto era famoso come pugile e
praticamente viveva per fare a pugni. Ma Bunster non volle battersi.
Per dieci giorni si comport come un agnello, al decimo giorno, per,
il gigante dello Yorkshire fu distrutto da un attacco combinato di
febbre e dissenteria. Allora Bunster and da lui e dopo averlo
abbattuto a pugni lo pest ben bene a calci dopodich, spaventato
all'idea di quello che, una volta ripresasi, la sua vittima gli
avrebbe fatto, fugg a bordo di un cutter fino a Guvutu, dove si
distinse pigliandosela con un inglese azzoppato da una pallottola
boera che gli aveva attraversato ambedue le natiche.
Era stato allora che Mr Haveby lo aveva mandato a Lord Howe, in
quel posto fuori mano, dove, una volta arrivato, lui aveva celebrato
il proprio sbarco facendo fuori una mezza cassa di gin e pestando
senza piet l'anziano e ansimante secondo ufficiale della goletta che
lo aveva portato fin l. Quando poi questa era partita aveva radunato
i kanaka sulla spiaggia e li aveva sfidati a un incontro di lotta,
promettendo una cassa di tabacco al vincitore. Tre kanaka aveva
battuto, ma era stato poi battuto da un quarto, il quale per invece
di ricevere la cassa di tabacco aveva ricevuto una pallottola nei
polmoni.
Cos era cominciato il regno di Bunster a Lord Howe. Il villaggio
principale contava tremila anime ma diventava di colpo deserto quando
lui l'attraversava, anche in pieno giorno. Davanti a lui fuggivano
tutti, uomini, donne e bambini. Anche i cani e i maiali lo evitavano,
mentre il re non esitava a nascondersi sotto una stuoia. I due primi
ministri vivevano nel terrore del tedesco, il quale non era portato
per niente a discutere ma solo a menare le mani.
E a Lord Howe arriv Mauki, a scontarvi otto anni e mezzo di lavoro
sotto questo Bunster. Non essendo possibile fuggire da Lord Howe, i
due, nel bene e nel male, erano legati l'uno all'altro. Ora il
tedesco pesava duecento libbre mentre Mauki ne pesava centodieci; il
primo era un bruto e un depravato e il secondo un selvaggio
primitivo, ed entrambi avevano ciascuno il proprio modo di vedere e
di fare.
Mauki non aveva la minima idea del tipo di master per il quale
avrebbe dovuto lavorare; nessuno lo aveva avvertito e dunque lui
aveva concluso che ovviamente Bunster fosse come tutti gli altri
bianchi: un ingordo di whiskey che comandava, dettava legge,
manteneva la parola data e non colpiva mai nessuno se non lo
meritava. Bunster invece aveva il vantaggio di sapere tutto sul conto
di Mauki, e non vedeva l'ora di averlo tra le mani; poich l'ultimo
cuoco s'era rotto un braccio nomin dunque Mauki cuoco e servo di
casa tuttofare.
Ma presto Mauki impar che ci sono bianchi e bianchi. Il giorno
stesso della partenza della goletta gli fu ordinato di comprare un
pollo da Samisee, il missionario tongano. Ma Samisee era andato
dall'altra parte della laguna e non sarebbe stato di ritorno prima di
tre giorni. Mauki torn quindi a casa con la notizia. Sal la ripida
scala (la casa si levava su palafitte a dodici piedi dalla sabbia) ed
entr nel soggiorno per dare appunto la notizia. Il tedesco chiese
del pollo e lui fece per aprire la bocca per riferire dell'assenza
del missionario. Ma a Bunster non interessavano le spiegazioni,
quindi colp. Il cazzotto prese Mauki sulla bocca, sollevandolo in
aria. Vol dritto fuori dalla porta, attravers la stretta veranda,
abbatt la balaustra e atterr gi di sotto. Le labbra erano
spaccate, proprio malconce, e la bocca era piena di sangue e denti
spezzati.
Questo t'insegner che l'impertinenza con me non funziona, gli
grid dietro Bunster, rosso di rabbia, affacciandosi alla ringhiera
rotta.
Mauki non aveva mai conosciuto un bianco come quello e cos decise
di starsene buono e di non offendersi. Vide i ragazzi della lancia
presi continuamente a pugni e uno di essi messo ai ferri per tre
giorni senza niente da mangiare per aver commesso il delitto di
rompere uno scalmo mentre remava. Poi sent anche quello che si
diceva al villaggio e apprese in che modo Bunster s'era preso una
terza moglie: con la forza, come tutti ben sapevano. La prima e la
seconda erano al cimitero, sotto la bianca sabbia corallina, con
lastre di roccia corallina alla testa e ai piedi. Erano morte, si
diceva, per i maltrattamenti subiti dal marito. Maltrattata era
certamente anche la terza, come Mauki poteva benissimo vedere.
Ma non c'era modo di evitare d'offendere quel bianco, che sembrava
avercela proprio con la vita intera. Quando Mauki se ne stava zitto
veniva colpito e chiamato animale taciturno, quando apriva bocca
veniva colpito perch dava risposte indisponenti. Quando se ne stava
per conto suo, il bianco lo accusava di complottare e gli dava
qualche frustata tanto per prudenza, e quando si sforzava d'essere
allegro e di sorridere veniva accusato di far smorfie al suo signore
e padrone e gli veniva fatto assaggiare il bastone. Insomma, Bunster
era un diavolo. Il villaggio se ne sarebbe volentieri liberato, se
non ci fosse stato il ricordo della lezione impartita dalle tre
golette. Ma anche cos se ne sarebbe liberato lo stesso, se ci fosse
stata almeno una boscaglia nella quale fuggire. Stando le cose come
stavano, l'uccisione di un uomo bianco, di qualsiasi uomo bianco,
avrebbe fatto arrivare una nave da guerra che avrebbe ucciso i
colpevoli e abbattuto le preziose palme da cocco. C'erano poi i
ragazzi della lancia, determinatissimi a farlo morire affogato per
caso, capovolgendo la barca alla prima occasione. Solo che Bunster
badava bene a non farla capovolgere, quella barca.
Mauki per era di tutt'altra razza ed essendo la fuga, con Bunster
vivo, impossibile, si decise di sistemarlo lui quel bianco. Il guaio
era che non trovava mai l'occasione, Bunster stava sempre in guardia.
Aveva sempre le pistole a portata di mano, giorno e notte. Non
permetteva a nessuno di passargli alle spalle, come impar bene Mauki
dopo parecchi cazzotti in piena faccia. Bunster sapeva benissimo
ormai che aveva pi da temere dall'allegro e mite ragazzo di Malaita
che dall'intera popolazione di Lord Howe, e cos si dedicava con
maggior zelo al programma di strazi e tormenti che stava attuando. E
Mauki intanto se ne stava buono, sopportava tutto e aspettava.
Tutti gli altri bianchi avevano sempre rispettato i suoi tambo, non
cos Bunster. La razione settimanale di tabacco di Mauki era di due
trecce; bene, Bunster le consegnava alla moglie e ordinava a Mauki di
prenderle dalle mani di lei. Il che non era possibile, e dunque Mauki
restava senza tabacco. Allo stesso modo gli venne fatto perdere pi
di un pasto, affamandolo per molti giorni. Gli veniva ordinato di
preparare zuppe con i grossi molluschi che crescevano nella laguna,
cosa che lui non poteva fare, perch i molluschi erano tambo. Sei
volte di seguito rifiut di toccare i molluschi e sei volte fu
ridotto privo di sensi. Bunster sapeva che Mauki sarebbe morto
piuttosto, eppure chiamava ammutinamento il suo rifiuto, e lo avrebbe
ammazzato se solo ci fosse stato un altro cuoco con cui sostituirlo.
Uno degli scherzi preferiti dal tedesco era di afferrare Mauki per
i crespi capelli e sbattergli la testa contro il muro. Un altro era
di coglierlo di sorpresa e di piantargli la brace di un sigaro nella
carne. Lui la chiamava vaccinazione, e cos Mauki veniva vaccinato
varie volte la settimana. Una volta, in uno sbotto di rabbia, Bunster
gli strapp il manico della tazza dal naso, lacerandogli cos la
cartilagine.
Che razza di tazza! osserv poi, alla vista del danno fatto.
Ora la pelle di uno squalo  carta vetrata ma quella di una raia 
una raspa. Nei mari del Sud gli indigeni la usano come lima per
sgrossare e rifinire canoe e pagaie. Bene, Bunster aveva un guantone
fatto di pelle di raia. La prima volta che lo prov su Mauki con una
sola passata gli asport la pelle della schiena dalla nuca fino
all'ascella. Ne rimase deliziato. Lo fece saggiare anche alla moglie
e lo prov a dovere sui ragazzi della lancia. I primi ministri
dovettero andare a prendersi ciascuno la propria raschiata,
sorridendo per di pi come se si trattasse di uno scherzo.
Ridete, maledetti, ridete! li esortava il tedesco.
Toccavano per a Mauki gli assaggi pi consistenti del guantone.
Non passava giorno che non venisse accarezzato, e a volte l'asporto
di tanta pelle lo teneva sveglio la notte; spesso, poi, la parte
mezzo guarita veniva rigrattata da quell'allegrone di Mr Bunster. Ma
Mauki insisteva nella sua paziente attesa, sicuro che prima o poi la
sua occasione sarebbe venuta. E sapeva esattamente che cosa avrebbe
fatto allora, lo sapeva fino nel minimo particolare: doveva solo
arrivare l'occasione.
Una mattina Bunster s'alz nello stato d'animo di fargliela vedere
brutta all'universo intero. Cominci da Mauki e concluse pure con
lui, strapazzando, nel frattempo, la moglie e pestando tutti i
ragazzi della lancia. A mezzogiorno defin il caff una brodaglia e
gett il contenuto bollente della tazza in faccia a Mauki. Ma alle
dieci di sera fu preso da tremiti e mezz'ora dopo bruciava dalla
febbre. Non si trattava di un normale attacco di malaria: presto
divenne perniciosa e si trasform in febbre da piscia nera. Col
passare dei giorni, senza mai lasciare il letto, Bunster andava
facendosi sempre pi debole mentre Mauki stava a guardare: aspettava,
e intanto nei punti in cui era stata grattata via la pelle gli
ricresceva. Poi un giorno ordin ai ragazzi di tirare a secco la
lancia, di raschiarne lo scafo e di farne una buona revisione. Quelli
pensarono che l'ordine venisse da Bunster e obbedirono, in quel
momento invece l'agente giaceva a letto privo di coscienza e non era
certo in condizioni di dare ordini. Era dunque l'occasione di Mauki,
e tuttavia lui ancora aspettava.
Quando il peggio fu passato e Bunster era ormai convalescente e
cosciente, ma debole come un bambino, Mauki cacci le sue poche cose,
compreso il manico della tazza di porcellana, nella sua cassetta
degli attrezzi e and al villaggio a chiedere al re e ai suoi due
primi ministri:
Questo bianco Bunster  un buon bianco che a voi piace molto?
In coro, quelli gli spiegarono che l'agente non gli piaceva
affatto. I ministri gli fecero l'elenco di tutte le malversazioni
subite e le disgrazie capitategli e il re arriv a piangere. Mauki li
interruppe bruscamente.
Allora sentitemi, io grande marster importante al mio paese. A voi
non piace questo marster bianco. A me non piace neanche. Molto bene
assai, mettete cento cocchi, duecento cocchi, trecento cocchi l
nella lancia. Finito questo dormite profondo da bravi. Tutti i kanaka
vanno a dormire da bravi. Intanto in tutta la casa scoppia grande
chiasso e voi non sentite il grande chiasso. Voi dormite profondo
troppo per sentire.
In modo non dissimile si rivolse Mauki ai ragazzi della lancia,
quindi ordin alla moglie di Bunster di tornarsene a casa sua, dalla
sua famiglia. Se quella avesse rifiutato si sarebbe trovato in un
impiccio perch il suo tambo non gli avrebbe permesso di metterle le
mani addosso.
Quando poi la casa fu deserta, entr finalmente nella camera da
letto nella quale l'agente se ne stava assopito. Prima mise via le
pistole, poi s'infil il guantone di pelle di raia. Il primo
avvertimento per Bunster fu un bel colpo di guantone che gli gratt
via la pelle da tutto il naso.
Brav'uomo, vero? ironizz Mauki tra un colpo e l'altro, uno dei
quali spell completamente la fronte mentre un altro raschiava tutto
il lato della faccia. Ridi, maledetto, ridi!
Mauki lavor come si deve e, nascosti nelle loro case, i kanaka
sentirono il grande chiasso che Bunster fece e continu a fare per
un'ora e pi.
Quando ebbe finito, Mauki port la bussola e tutti i fucili e le
munizioni alla lancia, che fin di caricare con casse di tabacco. Fu
mentre lui era impegnato a far questo che dalla casa venne fuori una
cosa spellata e orripilante che corse urlando gi alla spiaggia finch
croll nella sabbia e giacque l a contorcersi e a blaterare sotto il
sole rovente. Mauki guard da quella parte ed esit. Quindi s'avvicin
e gli stacc la testa, che avvolse in una stuoia e mise via nello
stipetto di prua della lancia.
Cos profondamente dormirono i kanaka durante tutta quella giornata
di gran caldo che non videro la lancia imboccare il passaggio e
puntare verso sud, con un bel vento teso di bolina. N fu vista, la
lancia, in quel lungo tratto di mare fino alle spiagge di Ysabel e
successivamente durante la lunga e tediosa navigazione da l fino a
Malaita. Mauki sbarc a Port Adams con un ricco carico di fucili e
tabacco come nessuno mai aveva posseduto prima di lui. Ma non si ferm
l. Aveva con s la testa d'un uomo bianco e solo la boscaglia poteva
dargli riparo. Cos torn ai villaggi nella boscaglia, dove abbatt a
fucilate il vecchio Fanfoa e mezza dozzina di capi e s'elesse capo di
tutti i villaggi. Quando suo padre mor, a Port Adams regn il
fratello di Mauki e, uniti insieme, gli uomini di mare e della
boscaglia formarono una combinazione dieci volte pi forte di tutte
le guerresche trib di Malaita messe insieme.
Pi che del governo britannico Mauki aveva paura della strapotente
Moonglean Soap Company e un giorno, l nella boscaglia, gli giunse un
messaggio: gli veniva ricordato che doveva alla compagnia otto anni e
mezzo di lavoro. Lui invi una risposta favorevole ed ecco che
comparve l'inevitabile bianco, il capitano di una goletta, l'unico
bianco che s'avventur durante il regno di Mauki nella boscaglia e ne
venne fuori vivo. Non solo ne venne fuori vivo ma si port dietro
settecentocinquanta dollari in sovrane d'oro: il prezzo in denaro di
otto anni e mezzo di lavoro pi quello di certi fucili e casse di
tabacco.
Ora Mauki non pesa pi centodieci libbre. Il suo ventre  tre volte
pi ampio e ha quattro mogli. Ha anche molte altre cose: fucili e
pistole, il manico di una tazza di porcellana e un'ottima raccolta di
teste d'uomini della boscaglia. Ma pi preziosa di tutta l'intera
collezione  un'altra testa, perfettamente essiccata e conservata,
con capelli biondi e barba chiara, che lui tiene avvolta in una pezza
della migliore lava-lava. Quando deve recarsi alla guerra contro i
villaggi fuori dal suo regno, puntualmente tira fuori quella testa e,
solo, nel suo palazzo d'erba, la contempla a lungo con aria solenne.
In quelle occasioni un silenzio di morte cala sul villaggio, neppure
un neonato osa levare un grido. La testa  infatti considerata la
diavoleria pi grossa e potente di tutta Malaita e il suo possesso 
attribuito unicamente alla grandezza di Mauki.


I! I! I!

Era uno scozzese famoso per la quantit di whisky che era capace di ingurgitare cominciando col primo puntualissimo tot alle sei di mattina e continuando a intervalli regolari per tutto il giorno fino all'ora di andare a letto, cio di solito a mezzanotte. Dormiva soltanto cinque ore su ventiquattro, e le restanti era tranquillamente e rispettabilmente ubriaco. Durante le otto settimane che trascorsi presso di lui sull'atollo di Oolong, non lo vidi sobrio nemmeno un minuto. In realt dormiva tanto poco che non aveva mai tempo di smaltire la sbornia. Era il pi bell'esempio di ubriachezza cronica che fosse dato conoscere.
Si chiamava MacAllister. Era vecchio e molto malfermo sulle gambe. La mano gli tremava come quella di un paralitico, ci che si notava specialmente quando si mesceva il whisky, bench non gliene abbia mai visto rovesciare nemmeno una goccia. Era stato in Melanesia vent'anni, spostandosi dalla Nuova Guinea tedesca alle Salomone tedesche, e si era identificato cos a fondo con quella parte del globo che usava abitualmente il gergo bastardo detto b-che-de-mer. Cos, parlando con me, soleva dire sun he come up per sorger del sole, kai-kai he stop per il pranzo  servito e belly belong me walk per ho il mal di pancia. Era un ometto piccolo e tutto raggrinzito, bruciato dentro e fuori dall'alcole ardente e dall'ardente sole dei tropici; una scoria ancor calda, un tizzoncino d'uomo, s, un piccolo tizzone animato non ancora spento del tutto, che si muoveva rigido, a scatti, come un automa. Una raffica di vento se lo sarebbe portato via. Pesava quarantacinque chili.
Ma la cosa veramente grande in lui era il suo potere. L'atollo di Oolong aveva una circonferenza di centoquaranta miglia. Nella sua laguna si navigava con la bussola. Era abitato da cinquemila polinesiani, vigorosi tutti, uomini e donne, parecchi alti un metro e ottanta e pesanti cento chili. Distava duecentotrenta miglia dalla terra pi vicina. Due volte l'anno una piccola goletta veniva a raccogliere la copra. L'unico bianco era lui, meschino agente e ubriacone inveterato; eppure governava Oolong e i suoi seimila selvaggi con pugno di ferro. Essi andavano e venivano a un suo cenno; non mettevano mai in discussione n il suo volere n il suo giudizio. Litigioso e intrigante come pu esserlo soltanto uno scozzese anziano, egli ficcava il naso in tutti i loro affari privati. Quando Nugu, la figlia del re, voleva sposare Haunau che stava dall'altra parte dell'atollo, il re padre disse di s; ma MacAllister disse di no, e il matrimonio non si fece. Quando il re voleva comprare dal capo sacerdote una certa isoletta nella laguna, MacAllister lo proib. Il re era indebitato con la ditta per centottantamila noci di cocco, e finch il debito non fu pagato non gli si concesse di spendere una sola noce di cocco per nessun'altra ragione.
Eppure il re e il suo popolo non amavano MacAllister: anzi, lo odiavano con tutte le forze dell'anima loro; e per quanto mi risulta, l'intera popolazione coi sacerdoti a capo si dedic per tre mesi a pregare - invano! - per la sua morte. I devil-devil che gli furono scagliati addosso erano addirittura terrorizzanti, ma siccome MacAllister non credeva nei devil-devil, non ebbero nessun potere su di lui. Con gli scozzesi ubriaconi non c' niente che valga. Furono raccolti residui di cibo che avevano toccato le sue labbra, una bottiglia di whisky vuota, una noce di cocco da cui aveva bevuto, e perfino il suo sputo, e ne furono combinate ogni sorta di diavolerie: ma il signor MacAllister rimase in vita. Aveva una salute di ferro; non si prendeva mai la febbre, o la tosse o i raffreddori; la dissenteria lo evitava e le ulcere maligne e le repugnanti malattie della pelle che in quel clima colgono dal pari i negri e i bianchi non gli si attaccarono mai. Doveva essere cos saturo d'alcole da sfidare l'assalto dei germi. Immaginavo che cadessero a terra in piogge di ceneri microscopiche appena entravano nella sua atmosfera imbevuta di whisky. Non lo amavano nemmeno i bacilli; e lui amava soltanto il whisky, e intanto era vivo.
Io ero molto stupito. Non riuscivo a spiegarmi come mai seimila indigeni potessero sopportare quel raggrinzito tirannello. Era un miracolo che non fosse gi morto all'improvviso molto tempo prima. A differenza dei vili melanesiani, i suoi sudditi erano un popolo coraggioso e guerriero. Nel grande cimitero, a capo e a pi delle tombe, si vedevano le reliquie di un passato sanguinario: coltellacci per estrarre il grasso delle balene, vecchie baionette, lame rugginose, frecce di rame, pezzi di timoni, arpioni, granate, mattoni che potevano venire soltanto dalla caldaia di qualche baleniera, e vecchi bronzi del sedicesimo secolo che convalidavano le tradizioni degli antichi navigatori spagnoli. Navi e navi avevano trovato a Oolong la loro fine. Nemmeno trent'anni prima, la baleniera Blennerdale, entrata nella laguna per riparazioni, era stata distrutta con tutto l'equipaggio. Allo stesso modo era perito l'equipaggio della Gasket, che commerciava in legno di sandalo. C'era stato un grosso bastimento francese, il Toulon, arrestato dalla bonaccia al largo dell'atollo; gli isolani l'avevano assalito
e dopo una sanguinosa battaglia lo avevano affondato nel
Canale Lipau; ne erano scampati, in una scialuppa, soltanto il capitano e pochi marinai. Poi c'erano i pezzi spagnoli che attestavano la rovina di una delle prime navi esploratrici. Tutto ci  storia e si legge nella Guida di Navigazione del Sud Pacifico; ma che ci fosse ancora una storia non scritta, lo dovevo ancora sapere. Frattanto stupivo che seimila selvaggi primitivi lasciassero vivere un unico despota scozzese degenerato.
Un caldo pomeriggio io e MacAllister stavamo seduti sulla veranda e guardavamo la laguna che si stendeva dinanzi a noi, ingioiellata dei suoi incantevoli colori. Alle nostre spalle, al di l di centinaia di metri di sabbia sparsa di palme, la risacca del mare aperto scrosciava sulla scogliera. Faceva un caldo terribile. Ci trovavamo al 4 di latitudine sud e il sole batteva a picco, avendo varcato l'Equatore pochi giorni prima nel suo viaggio verso il sud. Non c'era soffio di vento, nemmeno il pi lieve alito d'aria. La stagione dell'aliseo di sud-est volgeva rapida al termine e il monsone di nord-ovest non cominciava ancora a soffiare.
- Non sanno ballare un corno, - disse MacAllister.
Avevo osservato per caso che, secondo me, le danze polinesiane erano superiori a quelle papuane; MacAllister lo negava, per mero spirito di contraddizione. Ma faceva troppo caldo per discutere ed io non replicai. Del resto, non avevo visto danzare la gente di Oolong.
- Ve lo dimostrer, - riprese facendo un cenno al servo negro della Nuova Hannover, un lavoratore reclutato che fungeva da cuoco e da maggiordomo. - Ehi, tu, va a dire al re di venire qua.
Il servo se ne and e torn subito col primo ministro che, turbato e imbarazzato, si profuse in scuse e spiegazioni. In breve, il re dormiva e non voleva essere disturbato.
- Il re dorme, - concluse.
MacAllister fece un balzo tale che il primo ministro fugg in un baleno e ricomparve col re in persona. Erano una magnifica coppia, specialmente il re, che doveva essere alto un metro e ottantasette. Aveva i lineamenti aquilini cos frequenti fra gli indiani dell'America del Nord; sembrava nato per regnare. Mentre ascoltava, i suoi occhi mandavano lampi; eppure obbed docilmente all'ordine di MacAllister di mandare a chiamare un paio di centinaia dei migliori danzatori del villaggio, uomini e donne, i quali danzarono per due terribili ore, sotto il sole feroce. Certo non glien'erano grati, ma a lui che importava? Finalmente li licenzi con improperi e sogghigni.
C'era qualche cosa di terrificante nell'abbietta servilit di quei magnifici selvaggi. Come mai? Qual era il segreto di tanta potenza? Ero sempre pi perplesso col passare dei giorni, e bench osservassi senza posa esempi di quella dispotica sovranit, non riuscivo a trovare il bandolo della matassa.
Un giorno accennai al mio disappunto per non riuscire a impadronirmi di un bellissimo paio di conchiglie arancione che a Sydney potevano valere cinque sterline. Avevo offerto al proprietario duecento bastoncini di tabacco, ma quello ne pretendeva trecento. Avendone parlato casualmente, MacAllister mand immediatamente a chiamare l'indigeno, gli tolse di mano le conchiglie e me le dette; e cinquanta bastoncini di tabacco fu tutto quello che mi permise di pagare. L'indigeno accett il tabacco e se la svign, felice a quanto pareva di essersela cavata cos a buon mercato. Quanto a me, decisi di tenere la lingua a freno per l'avvenire; e intanto continuavo a scervellarmi sul segreto della potenza di MacAllister. Arrivai perfino a chiederglielo direttamente; ma lui strizz un occhio con l'aria di chi la sa lunga e si scol un altro bicchiere.
Una notte stavo pescando nella laguna con Oti, l'uomo delle conchiglie. Gli avevo fatto pervenire privatamente il resto del tabacco, cio altri centocinquanta bastoncini, s che ora mi trattava con un rispetto che era quasi venerazione: il che era strano, visto che era vecchio: aveva almeno il doppio dell'et mia.
- Perch mai voi canachi sembrate tanti ragazzini? - gli dissi un giorno. - L'agente  uno solo, voi siete tanti. Voi siete come cani, avete una gran paura di lui. Non vi mangia mica, non ha pi denti. Perch tanta paura?
- E se i canachi lo ammazzano? - azzard lui.
- Ebbene? Morirebbe. Voi avete ammazzato molti bianchi gi molto tempo prima. Dunque perch tanta paura?
- S, - convenne lui, - ne abbiamo uccisi molti. Parola mia! Moltissimi, molto tempo fa. Una volta, ero ragazzo, una grande nave si ferm qui fuori. Non c'era un filo di vento. In molti di noi canachi montammo nelle canoe, molte canoe, e andammo a prendere quella nave. Parola mia, fu una grande battaglia! Due, tre bianchi sparavano come demoni. Noi, niente paura. Accostammo e salimmo a bordo, un sacco di gente, forse cinquanta dieci (cinquecento). In quella nave c'era una Mary (donna) bianca. Mai vista prima una Mary bianca! Intanto, addio molti bianchi. Un capitano bianco non  morto; cinque, sei bianchi non sono morti. Il capitano grida forte, un bianco combatte, un bianco cala la scialuppa, poi tutti se ne vanno gi. Il capitano cala gi la Mary bianca, e poi tutti remano, remano. Mio padre, allora, era un uomo forte, Tira una lancia. La lancia entra nel fianco di quella Mary bianca, non si ferma, esce dall'altra parte. Addio Mary. Ma io non ho paura. I canachi non hanno paura.
L'orgoglio del vecchio Oti si era ridestato. Egli si strapp con un gesto improvviso il lava-lava e mi mostr l'indubbia cicatrice di una pallottola di fucile; ma prima ch'io potessi parlare, la sua lenza si curv improvvisamente. Egli la esamin e cerc di tirarla s, ma si accorse che il pesce si era infilato sotto un ramo di corallo. Lanciatami un'occhiataccia perch lo avevo distratto dalla sua vigile guardia, si tuff coi piedi in avanti capovolgendosi poi quando fu sotto e segu la lenza fino al fondo. L'acqua era profonda dieci fathoms, sessanta piedi. Io mi chinai e seguii con lo sguardo i movimenti delle sue gambe che diventavano sempre pi indistinti nella vaga fosforescenza accesa qua e l di fuochi spettrali. Sessanta piedi non erano nulla per lui, gi vecchio, in paragone al valore della lenza e dell'amo! Dopo un minuto - che mi parve lungo come cinque minuti buoni - lo vidi biancheggiar di ritorno. Emerse alla superficie e depose nella canoa un merluzzo di roccia di cinque chili, la lenza e l'amo intatti, l'ultimo ancora infisso nella bocca del pesce.
- Pu darsi, - seguitai implacabile, - che non aveste paura molto tempo fa, ma adesso avete paura di quell'agente.
- Ebbene, s, molta paura, - confess lui tagliando corto.
Per mezz'ora gettammo e risollevammo le nostre lenze, in silenzio. I piccoli pescecani cominciarono ad abboccare, e dopo aver perduto un amo a testa tirammo s le lenze e ci disponemmo ad aspettare che i pescecani se ne andassero per la loro strada.
- Ho detto la verit, - dichiar Oti a un tratto,
- quando ho detto che adesso abbiamo paura.
Accesi la pipa e aspettai; ed ecco, tradotta in lingua, la storia che il vecchio mi narr nel suo atroce bche-de-mer. Del resto, quanto a spirito e ordine di narrazione,  tale e quale come usc dalle labbra di Oti.
- Dopo di ci eravamo diventati molto orgogliosi. Avevamo combattuto molte volte con gli strani uomini bianchi che abitano sul mare e li avevamo sempre battuti. Alcuni dei nostri erano morti, ma che importanza poteva avere a paragone delle ricchezze di tutti i generi che trovavamo sulle navi? E poi, un giorno, forse venti o venticinque anni fa, una goletta si present proprio davanti al canale ed entr nella laguna. Era un grande tre alberi; aveva a bordo cinque bianchi e una quarantina di marinai, negri della Nuova Guinea e della Nuova Britannia, ed era venuta a pescare bche-de-mer. Gett l'ancora laggi, dall'altra parte della laguna, a Pauloo, e i suoi battelli si sparsero ovunque accampandosi sulla spiaggia a salare le chiocciole marine. Cos dividendosi si erano indeboliti, perch quelli che pescavano qua e quelli sulla goletta a Pauloo erano distanti cinquanta miglia, e ce n'erano altri anche pi lontani.
Il nostro re e i nostri capi si riunirono a consiglio, e io fui uno di quelli che remarono tutto il pomeriggio e tutta la sera in una canoa attraverso la laguna per avvertire la gente di Pauloo che la mattina avremmo assalito gli accampamenti tutti insieme e che toccava a loro di prendere la goletta. Noi che avevamo portato la notizia eravamo stanchi da non poterne pi, ma prendemmo parte all'attacco lo stesso. Sulla goletta c'erano due bianchi, il capitano e il secondo, e una mezza dozzina di negri. Portammo a riva il capitano e tre marinai e li uccidemmo, ma prima il capitano uccise otto di noi con le sue due rivoltelle. Fu una vera battaglia, un corpo a corpo, capisci.
Il rumore della battaglia avvert il secondo di quello che stava succedendo; perci mise cibo e acqua e una vela in un piccolo battello, cos piccolo che non misurava pi di dodici piedi di lunghezza. Ci precipitammo sulla goletta, un migliaio di noi,
nascondendo tutta la laguna sotto le canoe; e soffiavamo nelle conche marine, alzavamo la canzone di guerra, percotendo con le lance i fianchi della nave. Che probabilit potevano avere, un bianco e tre negri, contro di noi? Nessuna, e il secondo lo sapeva.
Ma i bianchi sono demoni. Io li ho osservati molto, e ormai sono vecchio e finalmente ho capito perch si sono presi tutte le isole del mare. Perch son demoni! Ecco qua, tu stai con me in questa canoa. Sei poco pi che un ragazzo. Non sei molto saggio, perch tutti i giorni io t'insegno tante cose che non sai. Quando ero un bambinetto, io ne sapevo pi di quanto ne sai tu adesso, sui pesci e le abitudini dei pesci. Io sono vecchio, ma nuoto fino in fondo alla laguna, e tu non mi ci puoi seguire. Che sai fare, tu? Non lo so, se non combattere. Io non ti ho mai visto combattere, ma so che sei come tutti i tuoi fratelli e che combatteresti anche tu come un demonio. Eppure sei uno sciocco come tutti i tuoi fratelli... Voi non capite quando siete battuti. Combattete fino alla morte, e allora  troppo tardi per saper che siete stati battuti.
Ora, senti un po' quel che fece il secondo. Mentre gli davamo addosso, coprendo tutto il mare e soffiando nelle conchiglie, lui si stacc dalla goletta coi suoi tre negri e si mise a remare per il canale d'ingresso. Te lo ripeto, era un pazzo perch nessuno si sarebbe messo in mare con un battellino cos piccolo. I fianchi non erano alti quattro pollici dall'acqua. Gli andarono dietro venti canoe con duecento giovani guerrieri. Percorremmo a forza di remi cinque braccia mentre i suoi negri ne facevano appena uno. Non aveva nessuna probabilit ,di scampo, era un pazzo. Stava in piedi nel battello con un fucile e spar varie volte. Non era un buon tiratore, ma poich ci eravamo avvicinati, molti di noi furono feriti o uccisi. Eppure costui non aveva nessuna probabilit di salvarsi.
Ricordo che intanto stava fumando un sigaro. Quando fummo a quaranta piedi di distanza e ci facevamo sempre pi vicini, pos il fucile, accese col sigaro un bastoncino di dinamite e ce lo lanci. Ne accese un altro e un altro e ce li lanci rapidissimamente, e molti. Adesso ho capito che aveva spaccato l'estremit della spoletta per ficcarci dentro le teste dei fiammiferi perch si accendessero pi presto. E poi, le spolette erano molto corte. Talvolta la dinamite scoppiava in aria, ma per lo pi cadeva sulle canoe, e allora, addio canoa. Di quelle venti, la met era a pezzi. Quella dove stavo
io fu sfracellata, e cos i due compagni che mi sedevano accanto: la dinamite era caduta proprio in mezzo a loro. Le altre canoe si voltarono e fuggirono; allora il secondo grid dietro di noi: I! I! I!(*) e riprese il fucile s che molti morirono colpiti nella schiena mentre fuggivano. E intanto i negri nel battello seguitavano a remare. Vedi, ti dico la verit, quel secondo era un demonio.
E non fu tutto. Prima di abbandonare la goletta, l'aveva messa a fuoco, anzi aveva sistemato la polvere e la dinamite in modo che saltasse tutt'insieme. A bordo c'erano centinaia di noi e cercavano di spegnere il fuoco tirando s l'acqua da fuori bordo quando la goletta salt. Sicch tutto quello per cui avevamo combattuto and perduto, senza contare tutti i nostri che erano morti. Qualche volta, anche adesso che sono vecchio, faccio certi sognacci in cui odo il secondo che grida: I! I! I!.
Il secondo entr nel canale col suo piccolo battello, e noi eravamo sicuri che fosse la fine, per lui, perch come poteva resistere in pieno oceano un battellino cos con quattro uomini dentro?
Trascorse un mese, e poi una mattina, fra due
acquazzoni, una goletta entr a vele spiegate nel nostro canale e gett l'ancora proprio davanti al nostro villaggio. Il re e i capi fecero un discorsone, e si decise che avremmo preso la goletta due o tre giorni dopo. Frattanto, poi che era nostra abitudine farci vedere amici, ci avvicinammo con le canoe recando stringhe di noci di cocco, polli e maiali da vendere. Ma quando accostammo - e si trattava di molte canoe - gli uomini di bordo cominciarono a spararci addosso coi fucili; e mentre remavamo in fretta e furia per allontanarci, vidi il secondo, quello che si era messo in mare con quel battellino, che saltava al parapetto e ballava e urlava: I! I! I!.
Quel pomeriggio scesero dalla goletta tre piccole scialuppe piene di bianchi. E questi traversarono dritti dritti il villaggio sparando a tutti quelli che vedevano. Spararono anche ai polli e ai maiali. Noi scampati ci buttammo nelle canoe e remammo al largo nella laguna. Voltandoci, vedevamo le capanne in fiamme. Pi tardi nel pomeriggio vedemmo molte canoe che venivano da Nihi, che  il villaggio vicino al Canale Nihi, a nord-est. Erano gli unici superstiti perch il loro villaggio, come il nostro, era stato incendiato da una seconda goletta venuta dal Canale Nihi.
Avanzavamo nel buio a occidente verso Pauloo quando nel pieno della notte udimmo un gran pianto di donne e capitammo in mezzo a una folla di canoe. Era tutto quello che rimaneva di Pauloo, ridotto in cenere anch'esso perch una . terza goletta era entrata dal Canale Pauloo. Capisci, quel secondo, coi suoi quattro negri, non avevano fatto naufragio. Aveva raggiunto le Isole Salomone e col aveva detto ai suoi fratelli quello che gli avevamo fatto a Oolong. E tutti i suoi fratelli avevano detto che sarebbero venuti a punirci, ed eccoli l con tre golette, e i nostri tre villaggi erano stati spazzati via.
Che potevamo fare? La mattina dopo le altre due golette ci vennero addosso col vento favorevole, in mezzo alla laguna. Soffiava un aliseo vivace, e loro ci travolgevano a ventine per volta. E i fucili non tacevano mai. Ci sparpagliammo come pesci volanti dinanzi al maccarello, ed eravamo tanti che scampammo a migliaia e cercammo rifugio qua e l nelle isolette all'orlo dell'atollo.
? E allora le golette ci dettero la caccia per tutta la laguna. Di notte, scivolavamo lungo i fianchi sfiorandole non visti, ma il giorno dopo, o due o tre giorni dopo, quelle tornavano alla carica e ci spingevano verso l'altra estremit della laguna. E and avanti cos. Non contavamo pi, non ricordavamo nemmeno pi i nostri morti.  vero, noi eravamo molti e loro pochi, ma che potevamo fare? Io ero in una delle venti canoe piene di uomini che non avevano paura di morire. Assalimmo la goletta pi piccola, e loro ci falciarono a mucchi. Ci gettarono addosso la dinamite, e quando la dinamite fin, ci gettarono addosso acqua bollente. E i fucili non tacevano mai! E quelli delle canoe sfasciate venivano uccisi mentre fuggivano a nuoto. E il secondo ballava su e gi sul tetto della cabina e urlava: I! I! I!.
Tutte le case, fin nella pi piccola delle isole, erano state bruciate. Non era rimasto vivo n un maiale n una gallina. Le nostre sorgenti erano insozzate dai cadaveri o ingorgate da
mucchi di corallo spezzato. Eravamo venticinquemila a Oolong, prima che venissero le tre golette: oggi siamo cinquemila. E quando le golette se n'andarono, eravamo soltanto tremila, come sentirai.
Finalmente le tre golette si stancarono di cacciarci s e gi per la laguna, perci se ne andarono tutte e tre a Nihi, a nord-est, e cominciarono a spingerci verso occidente. Avevano ammainato anche i loro nove battelli, e frugavano ogni isola, e ci spingevano avanti, ci spingevano avanti di giorno in giorno. E ogni notte i nove battelli e le tre golette formavano una catena che si stendeva per tutta la laguna da riva a riva perch non potessimo fuggire.
Non ci potevano spingere in eterno in quella maniera perch la laguna non era pi larga di tanto, e finalmente tutti noi che eravamo ancora vivi fummo radunati sull'ultimo banco di sabbia -a occidente. Al di l si stendeva il mare aperto. Eravamo diecimila e coprivamo tutto il banco dalla riva della laguna alla risacca tonante sull'altra riva. Nessuno si poteva sdraiare: non c'era posto. Stavamo in piedi, fianco contro fianco, spalla contro spalla. Ci tennero cos due giorni, e il bianco che era scampato si arrampicava sull'attrezzatura per schernirci e gridava: I! I! I!, finch fummo pentiti davvero di aver assalito la sua goletta, un mese prima. Senza mangiare, stemmo in piedi cos due giorni e due notti. I bambini morirono, e i vecchi e i deboli morirono, e i feriti morirono. E peggio di tutto, non avevamo acqua per lenire la sete, e il sole ci batt addosso per due giorni interi e non c'era un filo d'ombra. Molti, uomini e donne, si immersero nel mare e annegarono, e la risacca ributt i loro corpi sulla scogliera. E allora sopravvenne il martirio delle mosche. Alcuni si avvicinarono a nuoto alle golette, ma furono ammazzati fino all'ultimo. E noi che eravamo ancora vivi, rimpiangevamo profondamente di aver osato nel nostro orgoglio prendere il tre alberi venuto a pescare bche-de-mer.
La mattina del terzo giorno i tre capitani delle golette e il secondo vennero a terra in una piccola scialuppa. Erano armati di fucili e di rivoltelle, tutti quanti, e ci tennero un discorso. Si erano fermati solo perch erano stanchi di ammazzarci, dissero. E noi dicemmo che eravamo tanto pentiti, e che mai pi, mai pi avremmo fatto del male a un bianco, e in segno di sottomissione ci spargemmo la testa
di sabbia. E tutte le donne e i bambini fecero gran lamento per l'acqua s che per qualche tempo nessuno riusciva a farsi udire. Poi ci annunciarono la punizione. Dovevamo empire le tre golette di copra e di bche-de-mer: e noi accettammo perch avevamo sete, e i nostri cuori erano spezzati, e sapevamo che eravamo bambini a paragone di quegli uomini bianchi che combattevano come demoni. E quando il discorso fu finito, il secondo si alz e ci derise e grid: I! I! I!. Dopo di che salimmo nelle nostre canoe e andammo a prendere l'acqua.
E per settimane e settimane ci stroncammo a pescare e a seccare bche-de-mer e a cogliere noci di cocco e a farne copra. Giorno e notte, da tutte le spiagge di Oolong si alzavano nuvole di fumo mentre pagavamo per i nostri misfatti. E in quei giorni di morte ci fu marcato nel cervello a lettere di fuoco che era un gran delitto far del male a un bianco.
Quando le golette furono piene di copra e di b- che-de-mer e i nostri cocchi del tutto spogli di noci, i tre capitani e il secondo ci chiamarono di nuovo per farci un altro discorso. E dissero che erano molto contenti che avessimo imparato la lezione, e noi ripetemmo per la millesima volta che eravamo pentiti e che non l'avremmo fatto pi. E ci spargemmo la sabbia sulla testa. E allora i capitani dissero che andava benissimo, ma per farci vedere che non ci dimenticavano avrebbero mandato un devil-devil che avremmo ricordato sempre prima di torcere un capello a un bianco. Dopo di che il bianco ci derise ancora una volta e grid: I! I! I!. Poi sei nostri, che credevamo morti da tempo, furono calati a riva da una delle golette e le golette issarono le vele e filarono per il canale verso le Salomone.
I sei uomini rimessi a terra furono le prime vittime dei devil-devil che i capitani ci avevano buttato addosso.
- E venne una grande malattia, - lo interruppi,
avendo riconosciuto il trucco. La goletta aveva avuto a bordo il morbillo e i sei prigionieri erano stati deliberatamente esposti al contagio.
- S, una grande malattia, - ripet Oti; - un devil-devil molto potente. Nemmeno i vecchi avevano mai visto niente di simile. Uccidemmo i sacerdoti superstiti perch non sapevano cacciare quel devil-devil. La malattia si diffuse. Ho detto che eravamo in diecimila fianco a fianco e spalla a spalla sul banco di sabbia; ma quando la malattia ci lasci, restammo vivi in tremila; e poi, siccome tutte le nostre noci di cocco erano andate in copra, ci fu una grande carestia.
Quell'agente, - concluse Oti, - quello  una sporcizia.  un mollusco morto che nessuno mangia, e puzza.  un cane, un cane rognoso pieno di pulci. Noi non abbiamo paura dell'agente: noi abbiamo paura perch  un bianco. Sappiamo anche troppo che non si pu uccidere un bianco. Quel cane rognoso ha molti fratelli, uomini bianchi come te, che combattono come demoni. No, non abbiamo paura di quel maledetto agente. Qualche volta, quando il canaca non ne pu pi e lo vorrebbe Ammazzare, il canaca pensa al devil-devil e riode il secondo che urla I! I! I!, e non lo uccide pi.
Oti attacc all'amo un pezzo di seppia strappandolo coi denti dal mostro che si contorceva ancora; ed amo ed esca calarono al fondo in un tremolio di fiammelle incandescenti.
- Il pescecane se n' andato, - disse.
- Credo che prenderemo molti pesci.
La sua lenza sussult con una scossa violenta. Egli la tir s rapidamente una spanna per volta e depose al fondo della canoa un grosso merluzzo di roccia, boccheggiante.
- Al sorger del sole porter questo grosso pesce in regalo a quel maledetto agente, - disse.

* SI  cercato di rendere cos l'interiezione inglese yah, che esprime scherno e disprezzo.


IL PAGANO.

Lo CONOBBI durante un ciclone: e bench fossimo incappati nel ciclone sulla stessa goletta, solo quando la goletta ci fu andata a pezzi sotto i piedi
lo vidi per la prima volta. Senza dubbio lo avevo gi visto a bordo col resto dell'equipaggio di canachi, ma senza notarlo perch la Petite Jeanne era anche troppo carica. Oltre ai suoi otto o dieci marinai indigeni, al capitano, al secondo e al supercargo bianchi e ai sei passeggeri della cabina, era salpata da Rangiroa con qualche cosa come ottantacinque passeggeri di ponte, paumotani e taithiani, uomini, donne e bambini, ciascuno con la propria cassetta di lavoro oltre che stuoie per dormire, coperte e fagotti di indumenti.
La stagione perlifera delle Paumotu era finita e tutti se ne tornavano a Tahiti. Noi sei passeggeri di cabina eravamo compratori di perle. Due erano americani; uno era Ah Choon, il cinese pi bianco ch'io abbia mai visto; il quarto era tedesco e il quinto un ebreo polacco; io completavo la mezza dozzina.
Era stata una buonissima stagione; nessuno di noi aveva di che lamentarsi e cos nessuno degli ottantacinque passeggeri del ponte. Tutto era andato bene e tutti anticipavano lietamente col pensiero un periodo di riposo e di svago a Papetee.
Naturalmente, la Petite Jeanne era troppo carica. Essendo una goletta da settanta tonnellate, non aveva il dovere di portare nemmeno un decimo della folla che avevamo a bordo. Sotto i boccaporti era
piena zeppa di conchiglie e di copra; perfino la cabina era piena di conchiglie. I marinai la governavano per miracolo: nell'impossibilit di circolare sui ponti, giravano da un capo all'altro arrampicandosi sui parapetti. Di notte camminavano sui dormienti che tappezzavano il ponte, ci giurerei, due o tre strati uno sull'altro! Ma s, e poi vi erano maiali e pulcini e sacchi di patate dolci, e tutti i punti possibili e immaginabili erano festonati da corde di noci di cocco e da grappoli di banane. Da una parte e dall'altra, fra le sartie di poppa e di prua, erano stati tesi cavi abbastanza lenti perch il boma potesse girare liberamente; e a ciascuno di quei cavi erano appesi almeno cinquanta grappoli di banane.
Si annunciava una traversata molto fortunosa, anche se breve: ce l'avremmo fatta in due o tre giorni se gli alisei di sud-est ricominciavano a soffiare. Il guaio era che non soffiavano. Dopo le prime cinque ore il vento dilegu in brevi soffi affannosi. La bonaccia continu tutta la notte e tutto il giorno dopo, una di quelle bonacce vitree e abbacinanti, che basta l'idea di aprire gli occhi a guardarla per farsi venire
il mal di capo.
Il secondo giorno un uomo mor: un abitante delle isole orientali, uno dei migliori pescatori della stagione. Vaiolo, nientemeno, bench non riesca ancora a capire come mai il vaiolo fosse arrivato a bordo, dato che non c'erano stati casi noti a riva, quando partimmo da Rangiroa. Eppure, ecco l: vaiolo, un morto e altri due stesi sulla schiena.
Non c'era niente da fare. Non potevamo segregare i malati n curarli: eravamo pigiati come sardine. Non ci restava che prendercelo e morire... almeno non ci restava altro dopo la notte che segu alla prima morte. Quella notte il secondo, il supercargo, l'ebreo polacco e quattro pescatori indigeni se la svignarono in una grande baleniera e non se ne ud pi parlare. La mattina dopo il capitano si affrett a levare di mezzo i battelli rimasti, ed eccoci l.
Quel giorno ci furono cinque morti; il giorno dopo tre; poi salirono bruscamente a otto. Era curioso vedere come reagiva ciascuno di noi. Gli indigeni, per esempio, cadevano in uno stato di terrore stolido e muto. Il capitano - si chiamava Oudouse, era francese - divenne estremamente eccitato; aveva delle contrazioni nervose che sembravano un vero e proprio ballo di San Vito. Era un omaccione corpulento che pesava almeno cento chili, e ben presto divenne la fedele imitazione di una tremolante montagna di gelatina.
Il tedesco, i due americani ed io acquistammo tutto il whisky scozzese disponibile e ci accingemmo ad ubriacarci. In teoria, andava benone: imbevuti d'alcole come eravamo, perfino i bacilli del vaiolo, venendo a contatto con noi, si sarebbero immediatamente inceneriti. E la teoria si dimostr giusta, bench debba confessare che nemmeno il capitano Oudouse e Ah Choon presero il vaiolo, e s che il capitano non beveva, e il cinese si limitava a un bicchiere al giorno.
Fu un gran brutto affare. Il sole batteva a picco, non c'era vento; di tanto in tanto cadeva un acquazzone che infuriava da cinque minuti a mezz'ora; dopo di che il terribile sole riusciva fuori e dai ponti fradici esalavano nuvole di vapore.
Quel vapore non era piacevole: era un vapore di morte, carico di miasmi, di milioni e milioni di germi. Quando lo vedevamo fumare dal gruppo dei morti e dei morenti, noi ci facevamo s una bella bevuta, e magari due o tre, eccezionalmente forti. E ci sentivamo in dovere di farne parecchie altre tutte le volte che gettavano un morto agli squali che sciamavano tutt'intorno.
Trascorse cos una settimana, e il whisky fin. E per fortuna,
perch adesso non sarei qui. Un ubriaco non se la sarebbe
cavata dall'inferno che ci aspettava; ne converrete anche voi
quando vi ricorder che ce la cavammo soltanto in due... L'altro era il pagano; almeno cos lo udii chiamare dal capitano la prima volta che lo vidi. Ma procediamo con ordine.
Alla fine di quella settimana - il whisky dunque era finito e i compratori di perle ricominciavano a ragionare, - mi capit di guardare il barometro appeso nel corridoio che menava alla cabina. Generalmente nelle Paumotu segna 29,90, ed  normale che oscilli fra 29,85 e 30 o magari 30,05: ma vederlo, come lo vidi in quel momento, calare a 29,62 bastava a dissipare i fumi della sbornia dal cervello del compratore di perle pi allenato a incenerire col whisky i bacilli del vaiolo.
Richiamai l'attenzione del capitano in proposito solo per sentirmi dire che se n'era accorto da un pezzo. C'era poco da fare, e quel poco lo fece bene, date le circostanze. Mise via le vele pi leggere, riducendo le rimanenti a vere e proprie vele di fortuna, tese le sagole di salvataggio e aspett il vento. Lo sbaglio fu in quello che fece quando arriv il vento: vir di babordo, il che era proprio quello che si doveva fare a sud dell'Equatore se - e l stava il guaio - se non fossimo stati proprio sulla via del ciclone.
Ed eravamo proprio su quella strada. Me ne accorgevo dal costante aumento del vento e dal costante calare del barometro. Cercai di convincerlo a voltare e correre col vento a babordo finch il barometro finisse di calare, e poi bracciare in panna. Discutemmo finch si fece prendere quasi da una crisi isterica, ma non moll. Il peggio fu che non riuscii a ottenere che gli altri passeggeri mi appoggiassero. Dopo tutto, chi ero io per conoscere il mare meglio di un capitano diplomato? Cos pensavano, ed io lo capivo.
Naturalmente col vento il mare crebbe terribilmente: non dimenticher mai le tre prime ondate che imbarc la Petite Jeanne. La prima la prese mentre virava, proprio durante l'abbattuta, e fece piazza pulita. Le sagole di salvataggio erano utili solo per i forti e i fortunati, ma poco se ne giovarono anche loro quando le donne e i bambini, le banane e le noci di cocco, i maiali e le cassette, i malati e i morenti furono rovesciati tutti insieme in una massa solida, urlante, gemente.
La seconda ondata emp i ponti della Petite Jeanne a raso dei parapetti; e mentre la poppa affondava e la prua saliva al cielo, tutta quella miserabile zavorra di vite umane e di bagagli si rovesci a poppa. Fu un torrente umano. Precipitarono tutti, chi sulla testa, chi sulle ginocchia, chi di fianco, rotolando pi volte, contorcendosi, urlando, accavallandosi. Di tanto in tanto qualcuno riusciva ad afferrarsi a un puntello, a una corda, ma il peso dei corpi che lo premevano gli strappava l'appiglio dalle mani.
Vidi un uomo improvvisamente arrestato con la testa da una bitta di tribordo. La testa si spacc come un uovo. Io avevo visto che cosa stava arrivando ed ero balzato sul tetto della cabina e di l sulla vela grande. Ah Choon e uno degli americani cercarono di seguirmi, ma io feci pi presto di loro. L'americano fu spazzato via e vol oltre la poppa cme una piuma. Ah Choon afferr uno dei cavigli della ruota dondolandovi appeso; ma un pezzo di vahine (donna) di Rangatoga - avr pesato centoventi chili almeno - gli piomb addosso e gli si avvinghi al collo. Con l'altra mano egli si aggrapp al timoniere canaca, e proprio in quel momento la goletta si pieg a babordo.
La valanga di corpi e d'acqua che veniva gi a poppavia fra la cabina e il parapetto si volt bruscamente e si rovesci a tribordo. Vahine, Ah Choon, timoniere, tutti furono portati via; e giurerei di
aver visto Ah Choon che mi rivolgeva un sorrisetto di filosofica rassegnazione mentre si staccava dalla ringhiera e andava sotto.
La terza ondata - la pi grande - non fece tanto danno, perch quando arriv erano quasi tutti al sartiame. Sul ponte soltanto una dozzina di disgraziati, boccheggianti, semi annegati, semi intontiti, strisciavano qua e l cercando rifugio. Furono scagliati tutti fuori bordo, insieme ai frantumi dei due battelli rimasti. Gli altri compratori di perle ed io stesso, fra due ondate, eravamo riusciti a raccogliere una quindicina di donne e di bambini nella cabina e chiuderveli dentro. Ben poco giov loro alla fine, povere creature.
E il vento? Con tutta la mia esperienza non avrei creduto che potesse soffiare cos forte. Impossibile descriverlo. Si pu descrivere un incubo? Cos non si pu descrivere quel vento. Ci strappava i vestiti di dosso. Dico, ce li strappava, e dico la verit. Non pretendo che lo crediate, non faccio che dirvi quello che vedevo e sentivo. Ci sono momenti in cui non
lo credo nemmeno io: eppure ci sono passato. Impossibile affrontare quel vento e sopravvivere! Era una cosa mostruosa, e, pi mostruoso ancora, cresceva e continuava a crescere.
Immaginate innumeri milioni e miliardi di tonnellate di sabbia. Immaginate quella sabbia trasportata a novanta, a cento, a centoventi, a qualunque altro numero di miglia all'ora. Immaginate inoltre che quella sabbia fosse invisibile, impalpabile, e pure conservasse tutto il peso e tutta la densit della sabbia. Provateci, e avrete una vaga idea di quel vento.
Forse la sabbia non  il paragone giusto. Pensate al fango, divenuto invisibile, impalpabile, ma sempre pesante come il fango. No, anche di pi. Pensate che ogni molecola d'aria fosse un banco di fango, poi cercate di immaginare l'urto di
innumerevoli banchi di fango. No, non ci riesco. La parola  adeguata a rappresentare le condizioni ordinarie della vita, ma non riesce a esprimere le condizioni create da una cos spaventosa massa di vento. Sarebbe stato meglio che mi fossi attenuto alla prima intenzione, di non tentar di descriverlo.
Dir questo soltanto: il mare, dapprima tempestoso, era stato spianato dal vento. Anzi, di pi: sembrava che tutto l'oceano fosse risucchiato nelle mascelle del ciclone e scagliato in quella parte dello spazio che prima era occupata dall'aria.
Naturalmente le nostre vele erano partite da tempo, ma il capitano Oudouse aveva, a bordo della Petite Jeanne, una cosa che non avevo visto mai sulle golette dei mari del Sud: un'ancora galleggiante. Si trattava di un sacco di tela conico la cui bocca era tenuta aperta da un grosso cerchio di ferro. L'ancora galleggiante era ormeggiata press'a poco come un aquilone, s che prendeva l'acqua come l'aquilone prende l'aria, ma con una differenza: rimaneva sotto la superfcie del mare e in posizione perpendicolare. Un lungo cavo la collegava alla goletta, e cos la Petite Jeanne navigava con la prua al vento e con quella razza di mare.
La situazione sarebbe stata ancora favorevole se non ci fossimo trovati proprio sulla strada della tempesta. Il vento,  vero, ci aveva strappato le vele dai gerii, divelto l'albero di gabbia e ridotto in frantumi l'apparecchio di navigazione; eppure ce la saremmo cavata abbastanza bene se non fossimo stati proprio di fronte alla tempesta che avanzava. Fu questo che ci rovin. Io ero in uno stato di collasso, istupidito, muto, paralizzato per aver sopportato s a lungo l'urto del vento, e credo che stessi per rinunciare alla lotta, abbandonarmi e morire quando il centro del ciclone ci colp. E il colpo che ricevemmo fu la bonaccia assoluta. Non un filo d'aria. L'impressione era cos penosa da dare quasi la nausea.
Bisogna ricordare che per ore e ore avevamo sopportato una tremenda tensione muscolare per la spaventosa pressione del vento; ed ecco che all'improvviso quella pressione non c'era pi. Ricordo che mi sembr di stare l l per espandermi, per disgregarmi in tutte le direzioni. Mi sembrava che ogni molecola del mio corpo respingesse le altre e stesse per disperdersi irresistibilmente nello spazio. Ma dur solo un momento: la rovina ci incalzava.
Nell'assenza del vento e della pressione che esercitava, il mare si risollev. Balzava, si slanciava, volava fino alle nubi. Pensate, da tutti i punti cardinali quel vento inaudito soffiava verso quel centro di calma: il risultato era che le onde si slanciavano da tutti i punti cardinali. Non c'era vento per domarle. Saltavano s come turaccioli compressi al fondo di un secchio d'acqua e poi rilasciati. Non avevano n sistema n stabilit. Erano onde pazze, maniache, alte ottanta piedi. Non erano pi onde. Non somigliavano a nessuna onda vista mai da anima viva.
Erano spruzzi, ma spruzzi mostruosi, e niente altro: spruzzi alti ottanta piedi. Ottanta! Anzi, pi di ottanta. Superavano gli alberi, sembravano scoppi, esplosioni. Come ubriache, cadevano da per tutto, comunque. Si azzuffavano, collidevano, precipitavano una sull'altra o crollavano separatamente come un migliaio di cascate contemporanee. Era un oceano mai sognato dall'uomo, quel centro del ciclone. Era una convulsione centuplicata. Era l'anarchia. Era l'inferno del mare, impazzito.
E la Petite Jeanne? Non so. Il pagano mi disse poi che non lo sapeva nemmeno lui. Era letteralmente spaccata, sventrata, schiacciata, maciullata, ridotta in minimi frammenti, distrutta. Quando tornai in me, ero in acqua e nuotavo meccanicamente, mezzo annegato. Com'ero l, non ricordavo. Ricordavo di aver visto la Petite Jeanne volare in pezzi e forse avevo perso conoscenza proprio in quel momento; eppure eccomi l senz'altra via di scampo che cercar di fare del mio meglio: e s che anche in questo c'era poco da sperare. Il vento soffiava di nuovo, il mare era meno.terribile perch pi regolare e capivo di essere uscito dal centro del ciclone. Per fortuna in giro non c'erano pescecani: il ciclone aveva disperso l'orda affamata che seguiva la funebre nave e si nutriva dei suoi morti.
Era quasi mezzogiorno quando la Petite Jeanne and in pezzi e dovevano esser trascorse due ore quando incontrai un portello di uno dei boccaporti. In quel momento la pioggia scrosciava dirotta; fu
il caso che mi spinse vicino a quel portello. Dalla maniglia pendeva un breve cavo; ed io capii che avrei potuto resistere un giorno ancora, se non tornavano i pescecani. Tre ore dopo, forse anche un po' pi tardi, mentre aggrappato al portello e chiusi gli occhi mi concentravo con tutte le forze dell'anima mia nel compito di respirare tanta aria da mantenermi in vita e allo stesso tempo di evitar di respirare tanta acqua da annegare, mi parve udir delle voci. La pioggia era finita, vento e mare si andavano straordinariamente calmando. A venti passi circa da me, aggrappati a un altro portello, c'erano il capitano Oudouse e il pagano. Si contendevano il possesso del portello, o almeno il capitano lo difendeva.
- Paien noir!(1) - lo udii urlare, e nello stesso tempo lo vidi allungare un calcio al canaca.
Ora, il capitano Oudouse aveva perduto tutti i suoi vestiti tranne le scarpe, un paio di robuste calzature di cuoio. Fu un colpo crudele perch prese il pagano proprio sulla bocca e sul mento, lasciandolo mezzo tramortito. Mi aspettai che si rivoltasse; invece si limit ad allontanarsi di una decina di piedi. Tutte le volte che un colpo di mare lo riavvicinava, il francese, stando attaccato con le mani, gli allungava un calcio con ambo i piedi. E intanto lo chiamava pagano nero.
- Adesso vengo io a metterti sotto, mascalzone bianco! - gridai.
Non lo feci soltanto perch ero troppo stanco. Il solo pensiero di fare uno sforzo per nuotare fin l mi faceva venir meno. Perci chiamai il canaca perch si avvicinasse e divisi il portello con lui. Mi disse che si chiamava Otoo (pronunciava O-to-o) e mi disse anche di esser nativo di Bora-Bora, la pi orientale delle Society. Come appresi in seguito, aveva trovato lui quel portello e dopo qualche tempo, incontrato il capitano Oudouse, gli avva offerto appoggio ed aiuto, ed era stato compensato cos.
Ecco dunque come ci incontrammo, io e Otoo. Non era un tipo rissoso e combattivo; era, anzi, tutto mitezza e gentilezza, una creatura piena di amore, con un'altezza di un metro e ottanta e una muscolatura di gladiatore. No, non era combattivo, ma non era vile; coraggiosissimo, invece, e negli anni di poi lo vidi correre rischi che io non avrei nemmeno sognato di affrontare. Voglio dire, cio, che pur non essendo litigioso ed evitando con prudenza di incappare in zuffe e disordini, non si tirava mai indietro quando il guaio era cominciato. E quando entrava in azione Otoo, il grido d'allarme era: Pericolo in vista!. Non dimenticher mai quello che fece a Bill King. Eravamo nella Samoa tedesca. Bill King era ritenuto il campione dei pesi massimi della Marina americana. Era un bruto gigantesco, un vero gorilla, uno di quei tipi che picchiano forte e incassano duro, e del resto veramente esperto coi pugni; fu lui che attacc lite e colp, prima che Otoo ritenesse necessario di battersi. Non dur nemmeno quattro minuti: ma dopo quei quattro minuti Bill King lamentava al suo attivo quattro costole rotte, un braccio spezzato e una clavicola slogata. Otoo non sapeva niente del pugilato scientifico: muoveva le mani e basta; e a Bill King, gli ci vollero tre mesi sani per rimettersi della strapazzata di quel giorno sulla spiaggia di Apia.
Ma io corro troppo. Dunque dividemmo quel portello fra noi. A turno, uno dei due vi giaceva s disteso e si riposava, e l'altro, immerso fino al collo, vi appoggiava le mani. Per due giorni e due notti, a volta a volta sul portello e nell'acqua, galleggiammo sull'oceano. Verso la fine, deliravo quasi ininterrottamente; e talvolta udivo Otoo farfugliare e svagare anche lui nella sua lingua natia. La continua immersione ci impediva di morire di sete, ma per effetto dell'acqua salata e del sole eravamo coperti di scottature e di piaghe.
In breve, Otoo mi salv- la vita: tornai in me steso su una spiaggia, a venti metri dall'acqua, riparato dal sole da due larghe foglie di palma. Otoo giaceva accanto a me. Soltanto lui poteva avermi trascinato fin l e aver pensato alle foglie per farmi ombra. Svenni di nuovo; e quando riaprii gli occhi, era una notte rorida e stellata e Otoo mi premeva sulle labbra la fresca polpa di un cocco.
Eravamo i soli superstiti della Petite Jeanne. Certo il capitano Oudouse era stato annientato dalla stanchezza e dalle sofferenze, perch parecchi giorni dopo arriv a terra il portello del boccaporto senza di lui. Otoo ed io restammo una settimana presso gli indigeni dell'atollo, poi fummo raccolti da un incrociatore francese e ricondotti a Tahiti. Frattanto, avevamo eseguito la cerimonia dello scambio dei nomi, che nei mari del. Sud lega due uomini pi del legame del sangue. L'iniziativa era stata mia; e quando gliela proposi, Otoo ne fu pazzamente felice.
-  giusto, - disse, - perch siamo stati compagni per due giorni sulle labbra della Morte.
- Ma la Morte ci ha sputati, - osservai sorridendo.
-  stata una bella azione la tua, padrone, - replic lui, - e la Morte non  stata tanto vile da inghiottirci.
- Perch mi dici padrone? - chiesi fingendomi offeso.
- Abbiamo cambiato i nomi! Per te sono Otoo, per me sei Charles. E fra noi due, oggi e sempre, tu sarai Charles ed io sar Otoo. Cos , lo sai. E quando moriremo, se avverr che vivremo ancora oltre le stelle, oltre il cielo, tu sarai Charles per me,
io sar Otoo per te.
- S, padrone, - rispose lui con gli occhi scintillanti.
- Di nuovo! - gridai, indignato.
- Che importa quello che dicono le labbra? - mormor lui.
- Si tratta solo delle mie labbra. Io penser sempre a Otoo. Quando penser a me penser a te. Ogni volta che mi chiameranno per nome, penser a te. E al di l del cielo e al di l delle stelle, sempre, in eterno, tu sarai Otoo per me. Va bene, padrone?
Dissimulai un sorriso e risposi che andava bene.
Ci separammo a Papetee: io rimasi col per rimettermi, lui se n'and su un cutter alla propria isola, Bora-Bora. Sei settimane dopo eccolo di nuovo dinanzi a me. Ne fui sorpreso perch mi aveva parlato di sua moglie, dicendomi che tornava a casa per lei e che da allora in poi avrebbe rinunciato a imbarcarsi per lunghi viaggi.
- Dove vai adesso, padrone? - mi chiese dopo i primi saluti.
Mi strinsi nelle spalle. Che rispondere?
- Per il mondo, - replicai. - Per tutto il mondo, e per tutti i mari e per tutte le isole che ci sono sui mari.
- Verr con te, - disse lui semplicemente. - Mia moglie  morta.
Io non ho mai avuto fratelli; eppure, da quel che so dei fratelli degli altri, credo che nessuno abbia avuto un fratello che sia stato per lui quello che Otoo fu per me. Era per me fratello, padre e madre. E di questo sono sicuro: se sono diventato un uomo migliore, lo devo a lui. Non mi preoccupavo molto dell'opinione altrui, ma sentivo il dovere di essere onesto agli occhi di Otoo. Non osavo degradarmi per riguardo a lui. Egli aveva fatto di me il proprio ideale, componendolo specialmente col suo affetto, anzi con la sua adorazione; ma ci furono momenti in cui stetti molto vicino alla bocca dell'inferno e mi sarei buttato gi se il pensiero di Otoo non mi avesse trattenuto. Mi aveva comunicato l'orgoglio che nutriva per me, e a poco a poco divenne una delle regole fondamentali del mio codice intimo non far nulla che avesse potuto abbassare quell'orgoglio.
Naturalmente non capii subito, in quattro e quattr'otto, quali erano i suoi sentimenti. Egli non mi criticava mai, non mi censurava mai; e solo a grado a grado cominciai a intuire l'alto posto che tenevo agli occhi suoi, solo a poco a poco arrivai a capire
il dolore che gli avrei inflitto facendo qualche cosa non degna di me.
Vivemmo insieme diciassette anni. Per diciassette anni egli mi fu a fianco, vegliandomi quando dormivo, curandomi se ero malato o ferito, ricevendo ferite lui stesso per difendermi. Si iscriveva sulle stesse navi con me; insieme corremmo il Pacifico da Hawai a Sydney e da Torres Straits alle Galapagos. Reclutammo lavoratori negri dalle Nuove Ebridi alle Line Islands fino a ovest attraverso le Lusiadi, la Nuova Britannia, la Nuova Irlanda e la Nuova Hannover. Facemmo naufragio tre volte, nelle Gilberts, nel gruppo di Santa Cruz e nelle Figi. E commerciammo, accorrendo dovunque ci fosse la speranza di un dollaro, in perle e madreperle, copra, bche-de-mer, havokbil(2) e relitti di naufraghi.
Otoo cominci l'opera sua a Papetee, subito dopo avermi annunciato la decisione di seguirmi su tutti i mari e per tutte le isole del mare. Vera un circolo, a quei tempi, a Papetee, dove si riunivano commercianti di perle, mercanti, capitani e tutta la marmaglia degli avventurieri dei mari del Sud. Si giocava forte e si beveva pi forte ancora; ed io mi ci trattenevo pi del conveniente. Eppure a qualunque ora uscissi da quel locale, Otoo era l ad aspettarmi per ricondurmi a casa sano e salvo.
Dapprima ne sorrisi; poi me ne risentii, infine gli dissi chiaro e tondo che non avevo bisogno di balia. Dopo di che, uscendo dal circolo non lo vidi pi; ma per caso scoprii, qualche giorno dopo, che mi riaccompagnava a casa lo stesso, stando in attesa per la strada nascosto nell'ombra dei manghi. Che fare? Lo capii da me.
A poco a poco cominciai a rincasare meno tardi. Nelle notti piovose o tempestose, pur nel pieno dello spasso e delle follie, mi tormentava insistente l'idea di Otoo che faceva la sua triste vigilia sotto i manghi sgocciolanti. S, egli fece di me un uomo migliore. Eppure non era un puritano, ignorava completamente la comune morale cristiana. A Bora-Bora erano tutti cristiani, ma lui era pagano, il solo infedele dell'isola, un grossolano materialista, che non sapeva nulla d'una vita futura, eppure credeva -nella giustizia e nell'onest. La bassezza meschina e vendicativa contava per lui quasi quanto l'omicidio; e credo che rispettasse un assassino pi di un individuo falso e vile.
Quanto a me personalmente, egli si opponeva quando mi vedeva fare qualche cosa che reputava dannosa. Sul gioco, per esempio, non aveva niente a ridire, lui stesso era un appassionato giocatore; ma star s fino alle ore piccole, mi spiegava, faceva male alla salute: ne aveva veduti altri, che si trascuravano cos, morire di febbri. Non era astemio e godeva di una bevanda spiritosa quando era stanco o bagnato, ma credeva nella virt dell'alcole usato con moderazione: ne aveva visti anche troppi morire o rovinarsi per lo square-face(3) o il whisky scozzese.
Aveva sempre a cuore il mio benessere. Prevedeva per me, vagliava i miei progetti e vi prendeva un interesse pi vivo di quello che vi prendevo io stesso. Nei primi tempi era costretto a indovinare le mie intenzioni, come per esempio quella volta a Papetee, quando meditavo di mettermi in societ per un'impresa di guano con un mio compatriota, un briccone matricolato, io non sapevo chi fosse costui e nessun bianco a Papetee lo sapeva; non lo sapeva nemmeno Otoo, ma quando vide che stavamo diventando intimi amici si inform per me e senza che glielo chiedessi. Sulla spiaggia di Tahiti capitavano marinai di tutte le parti del inondo, e Otoo, semplicemente sospettoso, gir fra loro finch raccolse abbastanza di che giustificare i propri sospetti. Oh, era una bella storia, quella di Randolph Waters! Quando Otoo me la raccont, non ci potevo credere: ma quando la spiattellai a Waters stesso, lui mi stette a sentire senza dire una parola, e se la squagli sul primo piroscafo in partenza per Auckland.
Dapprima, lo confesso, non mi garbava che Otoo mettesse cos il naso nei fatti miei. Capivo che era mosso da un generoso altruismo e ben presto dovetti apprezzare la sua saggezza e il suo criterio. Teneva sempre gli occhi aperti per il mio vantaggio, e bisognava riconoscere che aveva la vista lunga e acuta. Col tempo divenne il mio consigliere e fin col saperne, sui miei affari, pi di me. Aveva davvero a cuore i miei interessi pi di quanto non li
avessi io. La mia era la magnifica spensieratezza della giovent che preferisce il romanzesco al guadagno, l'avventura a un confortevole alloggio in cui trascorrere la notte; fu perci un bene che qualcuno si occupasse di me. Ora vedo chiaramente che se non fosse stato per Otoo adesso non sarei qui.
Fra tanti esempi, lasciatemene ricordare uno. Avevo fatto qualche esperienza di reclutamento di lavoratori negri prima di andare a comprar perle nelle Paumotu; e un giorno io ed Otoo stavamo sulla spiaggia a Samoa - s, proprio sulla spiaggia - quando mi capit di imbarcarmi come recruiter su un blackbirder(4), un brigantino. Otoo si iscrisse a bordo come semplice marinaio e da allora per una mezza dozzina d'anni e su altrettante navi battemmo le parti pi selvagge della Melanesia. Otoo faceva sempre in modo da essere primo vogatore nella mia canoa. Avevamo l'abitudine di far scendere
il reclutatore sulla spiaggia. Il canotto di protezione attendeva, coi rematori pronti, un centinaio di piedi pi in l, mentre quello del reclutatore, anch'esso in posizione di partenza, galleggiava all'orlo della spiaggia. Quando scendevo a terra con le merci di scambio lasciando il mio posto al timone, Otoo si spostava dal banco di voga e si sedeva a prua con un Winchester a portata di mano celato sotto un pezzo di tela. Anche la ciurma del canotto era armata, con le Snider nascoste sotto strisce di tela che coprivano il parapetto. Mentre io mi davo da fare a discutere e persuadere i cannibali dalla testa cresputa ad andare a lavorare nelle piantagioni della Queensland, Otoo stava l di guardia; e pi volte mi ammon a bassa voce di movimenti sospetti o di
minacce di tradimento. Talvolta un colpo che, prontamente sparato dal suo fucile, abbatteva un negro, era il primo avvertimento che ricevevo; e mentre mi precipitavo a bordo la sua mano era sempre l a proteggere la mia ritirata. Una volta, sulla Santa Anna, i guai cominciarono appena il canotto ebbe approdato. La scialuppa di protezione si slanci ad assisterci, ma un centinaio di selvaggi ci avrebbero fatti a pezzi prima del suo arrivo. Otoo balz a terra e, rapido come un lampo, immerse le mani nelle cassette e sparpagli in tutte le direzioni tabacco, perline, tomahawks, coltelli e cotonine.
Era troppo per quelle teste lanute. Mentre si precipitavano ad arraffar quei tesori, il battello prendeva il largo con tutti noi a bordo. E su quella stessa spiaggia, quattro ore. dopo, io raccolsi ben trenta reclute.
Un altro episodio che non posso dimenticare capit a Malaita, la pi selvaggia delle Salomone Orientali. Gli indigeni si erano dimostrati eccezionalmente cordiali; e come potevamo noi sapere che l'intero villaggio stava raccogliendo da due anni una colletta per comprare la testa di un bianco? Quegli sciagurati sono tutti cacciatori di teste e tengono in particolar pregio quelle dei bianchi. Chi avrebbe catturato la testa avrebbe ricevuto l'intera colletta. Come ho detto, sembravano molto ospitali, e quella volta mi staccai dalla spiaggia inoltrandomi per un centinaio di metri nell'interno. Otoo mi aveva messo in guardia, e come sempre quando non gli davo retta, mi misi in un brutto impiccio.
All'improvviso, una nuvola di lance proruppe dalle rizoforee della palude addosso a me, e almeno una dozzina mi colsero. Mi buttai a correre, ma incespicai in uno dei proiettili che mi si era conficcato in un polpaccio, e caddi. I selvaggi mi si slanciarono addosso brandendo i tomahawks dal lungo manico, cos'bramosi di conquista, che inciampavano uno sull'altro. Nella confusione evitai parecchi colpi divincolandomi a destra e a sinistra sulla sabbia.
Allora arriv Otoo, Otoo il lottatore(5). Non so come fosse riuscito a procurarsi un pesante randello da guerra che nella mischia a corpo a corpo era arma ben pi efficace di un fucile; so che si gett nel fitto del parapiglia dove non potevano trafiggerlo con le lance, e i tomahavoks erano peggio che inutili. Egli si batteva per me, invaso da un furore delirante.
Il modo con cui maneggiava la clava aveva del miracoloso: sotto i suoi colpi i crani si schiacciavano come arance marce. Solo quando, dopo averli respinti, mi prese in collo e cominci a correre verso la spiaggia, ricevette la prima ferita. Arriv al canotto, trafitto da quattro colpi di lancia; eppure afferr ancora il suo Winchester e abbatt un uomo per ogni colpo. Poi fummo issati a bordo della goletta e medicati.
Siamo stati insieme diciassette anni.  lui che mi ha fatto. Oggi sarei un supercargo, un reclutatore, o semplicemente un ricordo, se non fosse stato per lui.
- Tu spendi tutto il tuo denaro, - mi disse un giorno, - poi vai fuori e ne fai molto di pi.  facile far denaro, adesso, ma quando sarai vecchio, e avrai speso tutto, non potrai andare a guadagnarne dell'altro. Io lo so, padrone. Ho visto come fanno i 'bianchi. Sulle spiagge ci sono molti vecchi che un giorno erano giovani e potevano guadagnare molto denaro come te: adesso sono vecchi, e non hanno niente, e aspettano che i giovani vengano a riva e paghino loro da bere.
Il negro  come uno schiavo nelle piantagioni: guadagna venti dollari all'anno e lavora come un cane. Il sorvegliante non lavora cos. Va a cavallo,
guarda i negri che lavorano e prende milleduecento dollari all'anno. Io sono marinaio su una goletta. Guadagno quindici dollari al mese perch sono un buon marinaio. Lavoro assai. Il capitano sta seduto a poppa e beve birra da lunghe bottiglie. Non l'ho mai visto tirare una corda o maneggiare un remo; guadagna centocinquanta dollari al mese. Io sono un marinaio, lui  un navigatore. Padrone, credo che sarebbe bene per te conoscere la navigazione.
Mi spron a farlo. Si imbarc con me come terzo ufficiale sulla mia prima goletta ed era raggiante del mio posto di comando pi di quanto non lo fossi io stesso. Qualche tempo dopo:
- Padrone, il capitano  pagato bene, ma ha la responsabilit della nave,  sempre pieno di pensieri. Il proprietario guadagna di pi, e se ne sta sdraiato a riva con molti servi e conta il suo denaro.
-  vero, ma una goletta vale cinquemila dollari, e una goletta di seconda mano, per di pi, - obbiettai. - Quando sar arrivato a metter da parte cinquemila dollari, sar vecchio.
- Per i bianchi, c' un modo pi sbrigativo di far denaro, - ribatt lui indicandomi la spiaggia orlata di cocchi.
Eravamo nelle Salomone e raccoglievamo un carico di
ivory-nuts(6) lungo la costa orientale di Guadalcanal.
- Fra la bocca di questo fiume e la seguente, - continu lui, - ci sono due miglia. La terra piana va bene addentro. Adesso non vale niente; l'anno prossimo, chi sa? o forse l'altro ancora, la gente pagher molto denaro per quel pezzo di terra. L'ancoraggio  buono, vi si possono avvicinare anche grandi bastimenti. Puoi comprare quattro miglia di questa terra dal vecchio capo per diecimila bastoncini di tabacco, dieci bottiglie di square-face e una
Snider, il che ti coster s e no cento dollari; poi stendi l'atto col commissario e l'anno dopo o l'altro ancora vendi la terra e diventi proprietario di una nave.
Seguii il consiglio e le previsioni si realizzarono dopo tre anni invece che due. Poi fu la volta dei terreni erbosi dati a un affitto governativo di un numero infinito di anni(7) a un prezzo nominale. Tenni l'affitto novanta giorni precisi, poi lo cedetti a una compagnia commerciale per una mezza fortuna. Come sempre, era Otoo che prevedeva e afferrava le occasioni.
Fu lui che mi fece acquistare la Doncaster che, comprata a un'asta per cento sterline, ne frutt tremila, una volta pagate le spese. Fu lui che mi spinse alle piantagioni di Savaii e al commercio del cacao a Upolu.
Non andavamo quasi pi a mercanteggiare per mare come un tempo: ormai ero un uomo agiato. Mi sposai, e il mio livello di vita crebbe considerevolmente; ma Otoo rimase sempre lo stesso Otoo dei primi tempi, e girava per casa o per l'ufficio con la sua pipetta di legno in bocca, una maglietta da uno scellino indosso e un lava-lava da quattro scellini intorno ai fianchi. Non riuscivo a convincerlo a spendere un soldo per s. Non c'era modo di ripagarlo che con l'affetto, e Dio sa quanto ne ricevette da tutti noi. I bambini lo adoravano, e se fosse stato suscettibile di lasciarsi viziare, mia moglie sarebbe stata certo la sua rovina.
I bambini! Fu lui, in realt, che li istrad nel mondo. Cominci con l'insegnar loro a camminare. Li vegliava quando erano malati. Uno per volta, li accompagn alla laguna che trotterellavano appena e ne fece degli anfibi. Insegn loro pi di quanto
io abbia mai saputo sui pesci e sulla pesca; e lo stesso per la macchia. A sette anni Tom era esperto
di una vita boschiva di cui non sognavo nemmeno l'esistenza. A sei anni, Mary saliva sullo Sliding Rock come niente fosse, ed io ho visto uomini dai nervi d'acciaio ritirarsi dinanzi a simile impresa. Frank, a sei anni, riusciva a tirar s uno scellino da una profondit di tre braccia.
- I miei a Bora-Bora sono tutti cristiani: ma a me non piacciono i Bora-Bora cristiani, - mi disse un giorno quando io, con l'idea di fargli spendere un po' del denaro che era suo per diritto, cercavo di persuaderlo a fare una visita alla sua isola natia con una delle nostre golette, un viaggio che sarebbe stato un vero record in fatto di scialo. E dico una delle nostre golette bench legalmente a quel tempo appartenesse a me. Combattei a lungo con lui per convincerlo a entrare in societ.
- Siamo stati compagni dal giorno in cui la Petite Jeanne affond, - disse finalmente, - ma se il tuo cuore lo desidera, diverremo anche soci dinanzi alla legge. Io non lavoro, e le mie spese sono molte. Mangio e bevo e fumo molto, lo so. Non pago quando gioco a biliardo perch gioco alla tua tavola, eppure il denaro se ne va. Pescare alla scogliera  un piacere da signori: il costo degli ami e delle lenze  scandaloso! S,  necessario che diveniamo'soci dinanzi alla legge. Io ho bisogno di denaro; lo ritirer dal capo dell'ufficio.
Cos le carte furono fatte e registrate. Un anno dopo fui costretto a lamentarmi.
- Charley, - dissi, - tu sei un vecchio imbroglione, uno spilorcio, un miserabile avaraccio. Guarda, quest'anno la tua parte nella nostra societ  stata di migliaia di dollari. Il capo ufficio mi ha fatto vedere questa carta. Dice che durante l'anno tu hai ritirato soltanto ottantasei dollari e venti centesimi precisi.
- Mi era dovuto qualche cosa? - chiese lui ansiosamente.
- Te l'ho detto, migliaia e migliaia! - esclamai.
Il suo volto si illumin di sollievo.
- Bene, - disse. - Sta' attento che il capo ufficio ne tenga conto come si deve. Se ritirer qualche cosa, sar perch ne ho bisogno, e non dovr mancare nemmeno un centesimo. - Poi, dopo una pausa, aggiunse con veemenza: - Se ci mancher, dovr venir fuori dallo stipendio del capo ufficio!
E frattanto, come seppi di poi, il suo testamento che mi nominava suo erede universale era stato redatto da Carruthers e chiuso nella cassaforte del console americano.
Ma la fine venne, come sempre per tutti gli affetti e tutte le amicizie di quaggi. E venne proprio in quelle Salomone dove avevamo lavorato cos ardentemente nella nostra libera e sfrenata giovent, e dove eravamo tornati per una vacanza e insieme per dare un'occhiata alle nostre propriet nell'isola Florida e saggiare le possibilit perlifere di Mboli Pass. Avevamo gettato l'ancora a Savo ed eravamo scesi a terra in cerca di curiosit locali.
Savo brulica di pescecani. L'abitudine delle testelanose di seppellire i morti nel mare non riesce a scoraggiare gli squali dal fare la loro residenza preferita nelle acque circostanti. Tocc a me che la canoa indigena in cui mi trovavo, minuscola e sovraccarica, si rovesciasse. Eravamo quattro indigeni ed io, appesi ad essa; la goletta stava un centinaio di metri pi in l. Mi accingevo a gridare che mi mandassero un canotto, quando uno degli indigeni cominci a urlare. Stava afferrato a una estremit della canoa, e tanto lui quanto quella parte della canoa scomparvero sott'acqua e ne riemersero parecchie volte. Poi il negro lasci la presa e disparve. Un pescecane se l'era portato via.
I tre negri superstiti cercarono di arrampicarsi fuori dell'acqua, sulla canoa rovesciata. Urlai e imprecai e colpii coi pugni il pi vicino, ma invano: erano travolti da un cieco terrore. La canoa ne avrebbe retto a stento uno solo; sotto i tre sband, roll e li rovesci in acqua di nuovo.
Abbandonai la canoa e cominciai a nuotare verso la goletta, sperando di essere raccolto dalla scialuppa a mezza via. Accanto a me nuotava uno dei negri scelti per accompagnarmi. Procedevamo in silenzio, a fianco a fianco, e ogni tanto mettevamo la testa sott'acqua per vedere se si scorgevano pescecani. Le urla di uno dei due rimasti sulla canoa ci dissero che era stato preso anche lui. Io spiavo sott'acqua quando vidi un grosso squalo passare proprio sotto di me. Era lungo sedici piedi almeno. Vidi tutto. Il mostro afferr l'indigeno alla vita e se lo trascin via, povero diavolo, che urlava in modo raccapricciante con tutta la testa e le spalle fuori dell'acqua. Fu portato cos per parecchie centinaia di piedi, poi scomparve.
Speravo che fosse l'ultimo squalo: ma ce n'era un altro. Fosse stato quello che aveva gi assalito gli indigeni o un altro che aveva fatto un buon pasto altrove, non so: in ogni caso non aveva tanta fretta.
Io non potevo pi nuotare molto velocemente perch gran parte dei miei sforzi era dedicata a seguire le tracce del mostro. Lo guardavo infatti quando fece il primo assalto. Per buona fortuna riuscii ad andargli con ambo le mani sul muso e bench col suo slancio quasi mi "buttasse sotto, riuscii a respingerlo. Lo squalo vir bruscamente e ricominci a girarmi intorno. Una seconda volta gli sfuggii con la stessa manovra. Il terzo assalto fu un fallimento da ambo le parti: esso sgusci via nel momento in cui le mie mani dovevano arrivargli sul muso, ma
il suo fianco rugoso (indossavo una maglietta senza maniche) mi port via la pelle dal gomito alla spalla.
Frattanto ero esausto e avevo perso ogni speranza. Tenevo il viso sott'acqua e guardavo il pesce
cane pronto a manovrare per un altro attacco, quando vidi un corpo bruno che passava fra noi. Era Otoo.
- Nuota verso la goletta, padrone! - disse, e parlava allegramente come se si trattasse di uno scherzo. - Io conosco gli squali. Lo squalo  mio fratello.
Obbedii e continuai a nuotare lentamente mentre Otoo girandomi intorno si teneva sempre fra me e il pescecane, frustrandone gli assalti, e incoraggiandomi.
- A bordo stanno lavorando per preparare la barca, - mi spieg pochi minuti dopo; poi riand sotto ad affrontare un altro attacco. Quando la goletta fu a trenta piedi di distanza, ero completamente stremato. Non potevo quasi muovermi. Le sagole che ci lanciavano da bordo erano sempre troppo corte. Accortosi di non correre alcun pericolo, lo squalo si era fatto pi ardito. Pi volte stette quasi per prendermi, ma ogni volta Otoo era l un attimo prima che fosse troppo tardi. Naturalmente egli avrebbe potuto salvarsi benissimo: ma rimase con me.
- Addio, Charley, sono perduto! - riuscii a boccheggiare.
Ma Otoo rise.
- Ti far vedere un bel giochetto. Se ne pentir, il pescecane!
Si cal dietro di me quando il pescecane si prepar ad assalirmi.
- Un po' pi a sinistra! - grid. - C' una sagola l nell'acqua! A sinistra, padrone, a sinistra!
Cambiai direzione e nuotai, gi cieco e seminconscio; ma mentre le mie dita si chiudevano intorno alla sagola, un grido che veniva da bordo mi riscosse e mi fece voltare. Otoo non c'era pi. Un attimo dopo riemerse alla superficie. Aveva ambo le mani recise al polso e il sangue sgorgava dai moncherini.
- Otoo! - chiam, a voce bassa, e nel suo sguardo lessi tutto l'affetto che gli tremava nella voce.
Solo in quel momento, il primo e l'ultimo in tanti anni, mi aveva chiamato col suo nome.
- Addio, Otoo! - ripet.
Poi fu trascinato sotto ed io fui issato a bordo, dove svenni fra le braccia del capitano.
Cos mor Otoo che mi aveva salvato e aveva fatto di me un uomo e per me, alla fine, aveva dato la vita. Ci incontrammo nelle fauci di un ciclone, ci separammo nelle fauci di uno squalo dopo diciassette anni di un'amicizia quale giammai, ne sono sicuro, fu dato conoscere ad altri due uomini, uno bianco, uno nero. Se  vero che il Signore, dalla Sua eccelsa dimora, vede ogni passero che cade, non  men certo che nel Suo regno vi sar posto per Otoo, l'unico pagano di Bora-Bora.

Note.
1. Pagano nero.
2. Genere di tartaruga assai pregiata in commercio.
3. Gin destinato al traffico con gli Indigeni polinesiani.
4. Blackbirder era in origine la nave negriera, usata per la tratta degli schiavi, da blackbird, negro melanesiano, polinesiano o papuano. In seguito, come qui,  la nave che va reclutare e a trasportare i negri del Pacifico Occidentale per i lavori nelle piantagioni.
5. Nel testo: Invaso da una furia da berseker: leggendario guerriero norvegese che si diceva dotato di forza soprannaturale e che combatteva con disperata e furibonda bravura.
6. Semi di una palma tropicale.
7. Letteralmente: novecentonovantanove anni per un dollaro.


LE TERRIBILI SALOMONE.

NON V' DUBBIO che le Salomone siano un gruppo d'isole ben disgraziato. Certo vi sono al mondo posti peggiori; ma  anche certo che per il nuovo venuto privo d'una comprensione, diremo cos, costituzionale degli uomini e della vita nei paesi selvaggi, possono rivelarsi terribili senz'altro.
 vero che le febbri e la dissenteria vi gironzolano di continuo; che vi abbondano repugnanti malattie cutanee; che l'aria  satura d'un veleno che si attacca ai pori della pelle, a qualunque taglio o abrasione e vi impianta ulcere maligne; e che molti uomini vigorosi, sfuggiti per miracolo alla morte, tornano come ruderi ai loro paesi.  vero che gli indigeni delle Salomone sono una razza selvaggia, dotata di un bell'appetito per la carne umana e d'una speciale mania per la collezione di teste. I loro pi nobili istinti sportivi sono quelli di sorprendere un uomo con le spalle voltate e di abbatterlo con un colpo maestro di tomahawk, separando nettamente in due la spina dorsale alla base del cranio.  anche vero che in alcune isole, come per esempio Malaita, il rango sociale  calcolato in omicidi, le teste sono un mezzo di scambio e quelle bianche estremamente pregiate. Molto spesso una dozzina di villaggi si riuniscono per ingrassare di luna in luna il contenuto di una pentola quando, a un bel momento, un valoroso guerriero si presenta e cava fuori la testa di un bianco ancor fresca di sangue e reclama la pentola per s.
Tutto ci  verissimo; eppure vi sono vari bianchi che vivono anni e anni nelle Salomone e quando se ne vanno patiscono di nostalgia. Chi vuole vivere a lungo nelle Salomone deve essere prudente - e fortunato - ma soprattutto dev'esser fatto per quello, avere il marchio del bianco inevitabile impresso nell'anima. S, deve essere inevitabile. Deve avere un certo grandioso disprezzo dei particolari, una colossale soddisfazione di s e un egoismo razziale ben radicato: la convinzione, cio, che un solo bianco valga pi di mille negri per ogni giorno della settimana, e che la domenica se ne possano spazzar via duemila. Perch sono queste le cose che hanno reso inevitabile il bianco. Ah, un'altra cosa ancora: non basta che il bianco che vuole essere inevitabile disprezzi le razze inferiori e tenga in grande considerazione se stesso:  necessario che sia del tutto privo di immaginazione e non capisca troppo a fondo gli istinti, le abitudini e i processi mentali dei negri, dei bruni, e dei gialli, perch non  per mezzo di questa comprensione che la razza bianca si  aperta la sua imperiale strada nel mondo.
Ma Bertie Arkwright non era inevitabile: era troppo delicato, ultrasensibile addirittura, e aveva molta, troppa immaginazione. Le cose del mondo erano troppo grandi per lui; egli si proiettava tremulo e palpitante in tutto quello che lo circondava; perci le Salomone erano proprio l'ultima parte del mondo ove avrebbe dovuto andare. Del resto non pensava di rimanervi. Aveva deciso che un soggiorno di cinque settimane fra due piroscafi sarebbe bastato a soddisfare il richiamo della vita primitiva che sentiva battere e pulsare nelle pi intime latebre del proprio essere. Almeno cos disse, sia pure con altre parole, alle turiste che viaggiavano sul Makembo con lui; e quelle signore lo ritenevano un eroe, dato che essendo in viaggio di piacere avrebbero conosciuto soltanto la sicurezza del ponte del piroscafo che avanzava pacifico fra le isole maledette.
C'era, a bordo, un altro individuo di cui le signore non si occupavano affatto. Era un fuscellino d'uomo secco e raggrinzito, con la pelle rugosa colore del mogano. Il nome con cui aveva firmato sull'elenco dei passeggeri non ha nessuna importanza; ma l'altro suo nome, capitano Malu, era tale che i negri facevano gli esorcismi quando lo udivano nominare e i bambini capricciosi si quetavano come per incanto, dalla Nuova Hannover alle Nuove Ebridi. Aveva preso in appalto selvaggi e deserti; e a forza di febbri e di sofferenze, scoppietti di Snider e schiocchi di frusta nelle mani dei sorveglianti, ne aveva estorto ben cinque milioni sotto forma di bche-de-mer e legno di sandalo, madreperla e tartaruga, ivory-nuts e copra, stazioni commerciali e piantagioni. Nel dito mignolo del capitano Malu, che tra parentesi era rtto, c'era pi inevitabilit che in tutto Bertie Arkwright, da capo a piedi. Ma naturalmente le signore turiste non potevano giudicare che dall'apparenza; e non si pu negare che Bertie era un bell'uomo.
Bertie parl col capitano Malu nel fumoir e gli confid l'intenzione di vedere, nelle Salomone, una fetta di vita nuda e cruda. Il suo interlocutore convenne che era un'onorevole ambizione; ma si interess solo qualche giorno dopo, quando l'avventuroso giovane insist a mostrargli una pistola a ripetizione calibro 44. Gliene spieg il meccanismo infilando nell'arma un caricatore completo.
-  semplicissimo, -. dichiar facendo girare il tamburo della rivoltella. - Questo la carica e alza il cane, vedete, s che non resta altro da fare che premere il grilletto otto volte di seguito pi presto che si pu. Ecco qui la sicura. Per questo mi piace, non c' pericolo,  assolutamente a prova di stupidaggine. - Cos dicendo gir indietro il caricatore.
- Vedete com' sicura.
Mentre giocherellava cos, la bocca della rivoltella si trov in linea diretta con lo stomaco del capitano Malu. Gli occhi azzurri del capitano la fissarono senza batter ciglio.
- Vi dispiace di puntarla in altra direzione? - disse.
- Non c' pericolo, - lo rassicur Bertie, - ho girato il caricatore, non  carica, adesso.
- Le armi sono sempre cariche.
- Ma questa no.
- Levatela lo stesso.
Il capitano parlava a voce bassa, imperiosa, metallica, e non abbandon con gli occhi la rivoltella finch la mira non fu spostata.
- Scommetto un biglietto da cinque sterline che non c'era pericolo! - propose Bertie, caldamente.
L'altro scosse il capo.
- Allora ve lo far vedere.
Bertie fece l'atto di puntarsi l'arma alla tempia con l'evidente intenzione di premere il grilletto.
- Un secondo, - disse il capitano Malu, calmo, tendendo la mano. - Lasciatemela vedere.
Mir al mare e premette il grilletto. Si ud una cupa. detonazione e contemporaneamente il secco clic del meccanismo donde schizz sul ponte una cartuccia bruciata ancora fumante. Il viso di Bertie si allung dallo stupore.
- Avevo girato indietro il caricatore una volta sola, eh? - mormor. - Che sciocco sono stato!
Ridacchi debolmente e sedette sulla sedia pi vicina. Il sangue gli aveva abbandonato il viso, lasciandogli due cerchi neri intorno agli occhi. Le sue mani tremanti non riuscivano a portare la sigaretta alle labbra. Le cose di questo mondo erano troppo grandi per lui: gi si vedeva steso sul ponte, col cervello sparso un po' dappertutto.
- Ma guarda un po', - balbettava, - ma guarda un po'...
-  una bella arma, - disse il capitano Malu restituendogli la rivoltella.
Il commissario era a bordo del Makembo, reduce da Sydney, e col suo permesso fu fatta una sosta a Ugi per sbarcare un missionario. A Ugi aveva gettato l'ancora la ketch(1) Aria, il cui capitano si chiamava Hansen. Ora, l'Aria era uno dei tanti bastimenti posseduti dal capitano Malu, il quale invit Arkwright a bordo per una crociera di reclutamento lungo le coste di Malaita. Dopo di che l'Aria
lo avrebbe depositato alla piantagione Reminge (anche questa di propriet del capitano Malu) dove Bertie si sarebbe trattenuto una settimana per poi recarsi a Tulagi, sede del governo, ospite del commissario. Il capitano Malu fu responsabile di altri due suggerimenti, dopo di che scompare dal nostro racconto. Uno fu rivolto al capitano Hansen, l'altro al signor Harriwell, direttore della piantagione. Entrambi erano dello stesso tenore: presentare, cio, al signor Bertie Arkwright una fetta nuda e cruda di vita nelle Salomone. Si bisbiglia che il capitano Malu avesse accennato anche a certa misteriosa cassetta di bottiglieri whisky scozzese da inviare in premio a chi avesse presentato al signor Arkwright la pi smagliante visione della vita in quelle isole selvagge.
- S, Swartz fu sempre troppo ostinato. Vedete, port quattro uomini del suo equipaggio a Tulagi perch fossero frustati - ufficialmente, capite, - poi ripart con loro nella baleniera. Il tempo era burrascoso e appena al largo il battello si capovolse. L'unico che anneg fu Swartz. Un incidente, si capisce.
- Ah, s? - disse Bertie, scarsamente interessato, fissando il negro al timone.
Ugi era scomparsa a poppavia e l'Aria filava per il bel mare
estivo verso le montagne selvose di Malaita. Il timoniere che aveva attirato l'attenzione di Bertie sfoggiava un temperino infilato come uno spiedo nel naso. Intorno al collo portava un vezzo di bottoni da pantaloni. Infilati nei buchi delle orecchie facevano bella mostra di s un apriscatole, il manico di uno spazzolino da denti rotto, una pipa di coccio e parecchie cartucce da Winchester. Sul petto gli pendeva un mezzo piatto di porcellana. Una quarantina di negri parimenti acconciati stavano sparpagliati per il ponte; quindici appartenevano all'equipaggio della nave, gli altri erano reclute appena iscritte.
- Si capisce che fu un incidente, - intervenne il secondo, Jacobs, un uomo snello dagli occhi scuri che sembrava un professore pi che un marinaio.
- A Johnny Bedip tocc quasi la stessa cosa: ne riconduceva parecchi dalla fustigazione quando lo capovolsero in acqua. Ma nuotava meglio di loro, e se ne annegarono due. Lui si serv di un remo e di una rivoltella. Fu un incidente, si capisce.
- Comunissimi, questi incidenti, - convenne il capitano. - Vedete quell'uomo al timone, signor Arkwright?  un cannibale. Sei mesi fa lui e il resto dell'equipaggio annegarono il precedente capitano dell'Aria. Lo fecero sul ponte, signor mio, proprio l a poppa presso l'albero di mezzana.
- Il ponte era in uno stato da far paura, - complet il secondo.
- Devo credere... - cominci Bertie.
- Gi, proprio cos, - disse il capitano Hansen.
- Si anneg per caso.
- Ma... sul ponte?
- Appunto. Posso anche dirvi in tutta confidenza che si servirono d'un'ascia.
- Questo equipaggio, proprio il vostro?
Il capitano annu.
- L'altro capitano era troppo trascurato, - spieg il secondo. - Voltava le spalle ogni volta che a quelli faceva comodo.
- Qui non abbiamo nessun appoggio! - protest il capitano. - Il governo protegge sempre il negro contro il bianco. Non si pu sparare per primi, bisogna lasciare che spari prima il negro, o il governo parler di omicidio e vi sbatter a Figi. Per questo ci sono tanti casi di annegamento.
Fu annunciato il pranzo e Bertie e il capitano scesero gi, lasciando il secondo a guardia sul ponte.
- Tenete d'occhio quel diavolo nero, Auiki, - fu l'ultimo ammonimento del capitano. - Ha una cert'aria, da qualche giorno, che non mi piace.
- D'accordo, - rispose il secondo.
Il pranzo era a buon punto e il capitano a met del suo racconto di come fu intercettato lo Scottish Chiej.
- Gi, - stava dicendo, - era il pi bel bastimento della costa, ma prima ancora che sbattesse contro la scogliera, le canoe gli furono addosso. C'erano cinque bianchi, un equipaggio di venti marinai di Santa Cruz e di Samoa e si salv soltanto il supercargo. E poi, c'erano sessanta reclute. Fecero kai-kai a tutti quanti. Kai-kai? ...Oh, prego, volevo dire che se li mangiarono. Poi ci fu la James Edwards, quell'elegantone...
Ma in quel momento si ud una violenta bestemmia del secondo sul ponte e un coro di urla selvagge. Echeggiarono tre colpi di pistola, seguiti da un gran tonfo. Il capitano Hansen s'era scagliato s per la scaletta e Bertie fu affascinato dal baleno di una rivoltella. Lo segu pi circospetto e mise fuori la testa, cautamente, dalla cima della scala. Ma non avvenne nulla. Il secondo tremava, agitatissimo, con la rivoltella in pugno. A un tratto sussult e si volt
di colpo, quasi che qualche pericolo lo minacciasse alle spalle.
- Uno degli indigeni  caduto fuori bordo, - annunci con voce stranamente tesa. - Non sapeva nuotare.
- Chi era? - chiese il capitano.
- Auiki, - fu la risposta.
- Ma, dico, sapete... ho udito sparare! - esclam Bertie tutto sossopra, fiutando odor d'avventura, e d'avventura, per fortuna, gi conclusa.
Il secondo l'assal, quasi ringhiando.
- Voi mentite! Non ha sparato nessuno. Quello  caduto fuori bordo.
Il capitano Hansen fiss Bertie senza batter ciglio, con occhi spenti.
- Io... io credevo... - cominci Bertie.
- Sparato? - disse il capitano, quasi svegliandosi da un sogno. - Sparato? Avete udito sparare, Jacobs?
- Ma per niente affatto, - rispose Jacobs.
Il capitano guard trionfante il proprio ospite e disse:
- Un accidente, senza dubbio. Andiamo gi, signor Arkwright, e finiamo di mangiare.
Quella notte, Bertie dorm nella cabina del capitano, un minuscolo locale di lusso fuori della cabina principale. La paratia era decorata di una bella mostra di fucili; sulla cuccetta ce n'erano appesi altri tre. Sotto la cuccetta c'era un grande cassone, che Bertie, quando lo apr, trov pieno di munizioni, dinamite, e varie scatole di detonatori. Egli scelse di sistemarsi sul divanetto dalla parte opposta. Bene in mostra sulla piccola tavola posava il giornale di bordo. Bertie non sapeva che era stato messo l a bella posta dal capitano Malu, e vi apprese che il 21 settembre due uomini dell'equipaggio erano caduti fuori bordo e annegati. Lesse fra le righe, e cap. Vide poi che la scialuppa dell'arto era stata assalita da una banda di indigeni della macchia a Su'u e aveva perduto tre uomini; e che il capitano aveva scoperto il cuoco intento a cuocere carne umana sul focolare della cucina, carne acquistata dalla ciurma del battello, a terra, a Fui; e che una accidentale scarica di dinamite, durante alcune segnalazioni, aveva distrutto l'equipaggio di un'altra scialuppa; e attacchi notturni, porti evitati fuggendo fra le dune, assalti di uomini della macchia fra le rizoforee delle paludi e di uomini d'acqua salata nei canali. Una notizia che ricorreva con monotona frequenza era quella delle morti per dissenteria. Not con un certo allarme che anche due bianchi erano morti cos: ospiti, come lui, dell'Aria.
- Ehi, sentite un po', - disse il giorno dopo al capitano Hansen, - ho dato una scorsa al vostro giornale di bordo.
Il capitano sembr molto seccato che il giornale fosse rimasto in giro.
- E tutta quella dissenteria, sapete, tutte bugie, come le morti accidentali... per che cosa sta la dissenteria, in realt?
Il capitano sembr molto ammirato dell'acume dell'ospite. Dapprima si irrigid indignato sulla negativa, poi, amabilmente, cedette.
- Vedete, signor Arkwright, le cose stanno cos. Queste isole hanno gi una brutta fama. Diventa sempre pi difficile di iscrivere dei bianchi. Supponiamo che qualcuno sia ucciso. La compagnia dovr pagare un occhio della testa perch un altro ne prenda il posto. Invece, se quello  morto di malattia, va benone. I sostituti non hanno paura delle malattie: ci tengono soltanto a non essere ammazzati. Anch'io credevo che il capitano dell'aria fosse morto di dissenteria, quando presi il suo posto. Poi, era troppo tardi: avevo gi firmato il contratto.
- E poi, - intervenne Jacobs, - ci sono gi troppi casi di annegamento accidentale. Si capisce subito che ci dev'essere qualche cosa di strano. Ma  tutta colpa del governo. Il bianco non ha nessuna possibilit di difendersi dai negri.
- Gi, guardate la Princess e quel secondo, uno yankee, - riprese il capitano. - Portava a bordo cinque bianchi oltre a un agente del governo. Il capitano, l'agente e il supercargo andarono a riva in una scialuppa e furono uccisi tutti fino all'ultimo. Il secondo e il nostromo, con una quindicina di uomini dell'equipaggio - samoani e tongani - erano a bordo. Una folla di negri arrivava da terra. Il secondo fa appena a tempo a vederli che il nostromo e gli altri sono gi belli e spacciati. Afferra tre cartuccere e due Winchester e scappa sulle crocette. Era l'unico superstite, e si pu scusare se aveva perso la testa. Pomp un fucile finch scottava da non potersi pi tenere in mano, poi prese l'altro. Il ponte era nero d'indigeni, ma lui ne fece piazza pulita. Li abbatteva quando scavalcavano il parapetto e quando prendevano i remi; allora saltarono in acqua e si misero a nuotare, e lui, mezzo impazzito, ne prese un'altra mezza dozzina. E che ci guadagn?
- Sette anni a Figi, - fin amaramente il secondo.
- Il governo disse che non erano autorizzati a sparare quando quelli erano in acqua, - spieg il capitano.
- Ed ecco perch adesso muoiono di dissenteria,
- concluse il secondo.
- Ma senti un po'! - disse Bertie, con un vago desiderio che la crociera fosse gi finita.
Poco pi tardi intervist il negro che gli era stato indicato come un cannibale. Si chiamava Sumasai. Aveva trascorso tre anni in una piantagione della Queensland. Era stato a Samoa, a Figi, a Sydney e su varie golette di reclutamento nella Nuova Britannia, la Nuova Irlanda, la Nuova Guinea e le Isole
dell'Ammiragliato. Era un buontempone e si era prestato di buon grado a secondare il capitano. S, aveva mangiato molti uomini. Quanti? Non ricordava. Anche bianchi? S, erano buoni, a meno che non fossero malati. Una volta, glien'era capitato uno malato.
- Parola mia! - grid a quel ricordo. - Sono stato male male. Mal di pancia assai assai.
Bertie rabbrivid e si inform delle teste. S, Su- masai ne aveva parecchie nascoste a terra, in ottime condizioni, ben seccate e affumicate. Ce n'era anche una di un capitano di una goletta, con certi baffoni! L'avrebbe venduta per due sterline. Le teste dei negri le avrebbe cedute per una sterlina sola. Aveva anche alcune teste di bambini, in cattive condizioni, se ne sarebbe disfatto volentieri per dieci scellini l'una.
Cinque minuti dopo Bertie si trov sulla scaletta della cabina accanto a un negro che aveva un'orribile malattia della pelle. Si scost rabbrividendo e, informatosi, seppe che si trattava di una forma di lebbra. Corse gi a lavarsi con sapone antisettico; e si lav varie volte nel corso della giornata perch sembrava che tutti gli indigeni a bordo fossero affetti di ulcere maligne d'un genere o dell'altro.
Mentre l'Aria si avviava all'ancoraggio in mezzo alle paludi di rizoforea, un doppio filo spinato fu teso intorno ai parapetti. Ci sembrava significativo. E quando vide lungo la costa le canoe tutte armate di spiedi, archi e frecce e Snider, desider pi che mai la fine della crociera.
Quella sera, al tramonto, gli indigeni erano riluttanti a lasciare la nave. Parecchi risposero con insolenza al secondo che ordinava loro di scendere a terra.
- Non importa, ci penser io, - disse il capitano precipitandosi sotto coperta.
Quando torn s, fece vedere a Bertie un bastoncino di
dinamite attaccato a un amo da pesca. Orbene, una bottiglietta di clorodina avvolta in un pezzo di carta da cui sporge una innocua spoletta pu ingannare chiunque! Ingann Bertie e ingann gli indigeni. Quando il capitano accese la spoletta e attacc l'amo al lembo fluttuante dello straccio che i selvaggi portano intorno alla vita, la vittima fu assalita da un s ardente desiderio di scendere a terra, che dimentic perfino di scuotersi il razzo di dosso: Balz s con la spoletta che gli friggeva e sputacchiava sul sedere mentre tutti intorno a lui si tuffavano a capofitto oltre il filo spinato del parapetto. Bertie era inorridito. E cos il capitano che non aveva pensato alle sue venticinque reclute, per ognuna delle quali aveva pagato trenta scellini in anticipo. Saltarono fuori bordo anche loro e si mescolarono ai nativi del luogo, seguite da quello che trascinava ancora la scoppiettante bottiglia di clorodina.
Bertie non vide la bottiglia; ma poi che il secondo opportunamente scaric un bastoncino di dinamite vera e propria a poppa, dove non avrebbe fatto male a nessuno, avrebbe giurato dinanzi a qualunque tribunale della Marina che un indigeno era stato fatto a pezzi.
La fuga delle venticinque reclute era costata al- VArla ben quaranta sterline; e poich i fuggiaschi si erano dati alla macchia e non c'era speranza di recuperarli, il capitano e il secondo procedettero ad annegare il loro disappunto nel t freddo. Il t freddo era contenuto in bottiglie di whisky, e Bertie non sapeva quel che ingollavano quei due. Sapeva soltanto che erano ubriachi fradici e che discutevano fra loro, con molta eloquenza, se il caso del negro esploso dovesse riferirsi come un caso di dissenteria o un caso di annegamento occasionale. Quando si misero a russare sonoramente, fu lui il solo bianco rimasto a bordo; e stette sveglio fino
all'alba, e di guardia, per timore di un attacco dalla spiaggia o di una sollevazione della ciurma.
L'Aria trascorse altri tre giorni sulla costa, e per altrettante notti il capitano e il secondo bevvero t freddo a dismisura, lasciando Bertie di guardia. Erano certi di potersi fidar di lui; mentre lui era ugualmente certo che, se fosse sopravvissuto, avrebbe denunziato al capitano Malu la condotta di quei due ubriaconi. Poi l'Aria gett l'ancora alla piantagione Reminge, a Guadalcanal; e Bertie, con un sospiro di sollievo, scese a terra e strinse la mano del direttore. Il signor Harriwell lo aspettava.
- Non vi allarmate se qualcuno dei nostri sembra un po'... nero, - gli disse confidenzialmente dopo averlo tirato in disparte. - Si vocifera d'una insurrezione. Sono pronto ad ammettere di aver notato due o tre segni sospetti, ma personalmente credo si tratti di una sciocchezza.
- Quanti... quanti negri avete alla piantagione? - s'inform Bertie col cuore stretto.
- Quattrocento, in questo momento, - rispose allegramente il signor Harriwell, - ma noi tre insieme a voi, naturalmente, e al capitano e al secondo dell'Aria possiamo dominarli benissimo.
Bertie si volt per stringere la mano al signor MacTavish, il dispensiere, il quale quasi quasi non stette nemmeno a sentire la presentazione, tanta era la sua ansiet di presentare le proprie dimissioni.
- Il fatto si  che io sono un uomo sposato, signor Harriwell, e non posso permettermi di restare ancora qui. Si annunciano guai,  chiaro come la luce del giorno. I negri si solleveranno e qui ci sar un altro orrore come quello di Hohono.
- Che ci fu a Hohono? - chiese Bertie quando il dispensiere venne convinto a fermarsi almeno fino alla fine del mese.
- Oh, parla della piantagione Hohono, nella Ysabel, - rispose il direttore. - I negri uccisero i
bianchi a terra, catturarono la goletta, massacrarono gli ufficiali e scapparono in massa a Malaita. Ma
io ho sempre detto che a Hohono erano troppo trascurati: qui non ci prenderanno a sonnecchiare. Venite, signor Arkwright, venite a vedere che bellezza di veduta dalla nostra veranda.
Bertie era troppo occupato a studiare il modo di correre a Tulagi dal commissario, per godersi gran che la veduta. Ci stava ancora pensando, quando gli echeggi vicinissimo un colpo di fucile, alle spalle. Nello stesso momento il signor Harriwell lo tirava in casa con tanta furia da slogargli quasi il braccio.
- Ehi, giovanotto, c' mancato un pelo! - esclam palpandolo per assicurarsi che non fosse ferito.
- Non so dirvi quanto me ne dispiaccia, ma  giorno chiaro ancora, non avrei mai immaginato...
- Hanno fatto fuori cos l'altro direttore, - confess Harriwell. - Ed era una gran brava persona. Gli hanno sparpagliato il cervello per tutta la veranda. Avete notato quella macchia scura fra gli scalini e la soglia?
Bertie aveva veramente bisogno del cocktail che il signor Harriwell gli stava mescolando, ma prima che se lo portasse alle labbra entr un individuo in pantaloni da cavallo e mollettiere.
- Ebbene, che c' di nuovo? - chiese il direttore appena gettato uno sguardo al viso del nuovo venuto. -  di nuovo straripato il fiume?
- Accidenti al fiume, si tratta dei negri. Ne  saltato fuori uno fra le canne, a pochi passi di distanza, e mi ha sparato con una Snider, dal fianco. Ma insomma, dove ha preso quella Snider?... Oh scusate, lieto di conoscervi, signor Arkwright.
- Il signor Brown  il mio assistente, - spieg Harriwell. - E adesso beviamo.
- Ma dove ha preso quella Snider? - insist il signor Brown. - Mi sono sempre opposto che si tenessero in giro quelle armi.
- Ma se sono ancora qui! - ribatt Harriwell, riscaldandosi.
Brown sorrise, incredulo.
Bertie si accod agli altri ed entr nell'ufficio, dove Harriwell indic, trionfante, una grossa cassa d'imballaggio in un angolo polveroso.
- E allora dunque dove ha preso una Snider, quel mascalzone? - insist Brown.
Ma proprio in quel momento MacTavish sollev la cassetta. Sussult, poi strapp via il coperchio. La cassetta era vuota! I tre si guardarono, allibiti. Harriwell cadde a sedere.
Poi MacTavish imprec:
-  quello che avevo sempre detto e ridetto, non bisognava fidarsi dei servi!
-  un guaio, - ammise Harriwell, - ma ce la caveremo lo stesso. Questi negri sanguinari meritano una bella strigliata. Signori, vogliate essere cos gentili da portare con voi a pranzo i vostri fucili, e voi, Brown, per favore, preparate quaranta o cinquanta bastoncini di dinamite. Le spolette siano buone e corte. Gli daremo una lezione. E adesso, signori, il pranzo  pronto.
Bertie detestava il riso col curry(1); si serv perci, lui solo, un'appetitosa frittata. Aveva appena vuotato il piatto, che anche Harriwell se ne serv e ne assaggi un boccone, ma subito lo sput, strepitando.
-  la seconda volta, - comment MacTavish, in tono sinistro.
Harriwell continuava a raschiare e sputare.
- La seconda volta che...? - mormor Bertie.
- Veleno, - si ud rispondere. - Quel cuoco va impiccato.
- Il contabile di Cape Marsch fu spacciato cos,
- disse Brown, - Fu una morte orribile. Sulla
Jessie dicevano che le sue urla si sentivano per tre miglia di distanza.
- Metter il cuoco ai ferri, - rugg Harriwell. - Per fortuna ce ne siamo accorti in tempo.
Bertie sedeva, terreo, paralizzato. Tent di parlare, ma dalle sue labbra non usc che un gorgoglio inarticolato. Tutti lo guardavano, ansiosi.
- Non lo dite! Non lo dite! - grid MacTavish con voce strangolata.
- S, ne ho mangiata, e molta, un piatto pieno! - esplose Bertie come un palombaro che, riemergendo da un tuffo profondo, riprende fiato all'improvviso.
Il silenzio pauroso si prolung per qualche minuto, ed egli lesse negli occhi degli altri la propria condanna.
- Forse non si tratter di veleno, dopo tutto... - mormor Harriwell, angosciato.
- Chiamate il cuoco, - propose Brown.
Il cuoco, un negro sogghignante, con uno spiedino al naso e tappi di bottiglia ai lobi degli orecchi, si present sulla soglia.
- Senti un po', Wi-wi, che  questa roba? - mugg Harriwell indicando la frittata con dito accusatore.
Wi-wi era spaventatissimo e imbarazzato.
- Lei buona kai-kai, - mormor apologeticamente.
- Fategliela mangiare, - sugger MacTavish. - Sar la prova migliore.
Harriwell immerse un cucchiaio nella pietanza e balz addosso al cuoco con tanta furia, che quello fugg terrorizzato.
- Basta cos, - dichiar Brown, solenne. - Non la vuole mangiare.
- Signor Brown, volete farmi la cortesia di andarlo a mettere ai ferri? - Poi Harriwell si rivolse a Bertie, incoraggiante. - Allegro, giovanotto, se ne
occuper il commissario, e se morirete, state tranquillo, verr impiccato.
- Uhm... non credo che il governo lo far, - borbott MacTavish.
- Ma signori, signori, - grid Bertie, - intanto pensate a me!
Harriwell si strinse nelle spalle, impietosito.
- Mi dispiace, giovanotto, ma  un veleno di qui, non ci sono antidoti per i veleni locali. Fatevi coraggio, e se...
Due secchi colpi d'arma da fuoco interruppero il discorso. Brown, rientrato, ricaric la rivoltella e sedette a tavola.
- Il cuoco  morto, - disse. - Febbre. Un attacco piuttosto improvviso.
- Stavo dicendo al signor Arkwright che non ci sono antidoti per i veleni locali...
- Tranne il gin, - continu Brown.
Harriwell si dette dell'idiota e corse a prendere la
bottiglia del gin.
- Piano, giovanotto, piano, - ammon mentre Bertie ingollava un calice pieno per due terzi di alcole puro e tossiva, mezzo strangolato dal morso rabbioso del liquore, con le lagrime che gli correvano per le guance.
Harriwell gli tast il polso, gli prese la temperatura e finse di esaminarlo; poi concluse che probabilmente non si trattava di veleno. MacTavish e Brown dissero lo stesso, ma Bertie colse la nota falsa che suonava nella loro voce. L'appetito l'aveva abbandonato; si tastava il polso sotto la tavola. Non c'era dubbio, si faceva pi frequente; ma lui non pens ad attribuirlo al gin che aveva bevuto. MacTavish, col fucile in mano, usc sulla veranda a dar un'occhiata in giro.
- Si stanno raccogliendo in massa alla casa del cuoco, - rifer. - E quante Snider! La mia idea sarebbe di infilarci dall'altra parte, senza farvi vedere, e aggirarli. Prevenirli, insomma. Venite, Brown?
Harriwell fin di mangiare in fretta e furia mentre Bertie constatava che il polso gli era salito di cinque pulsazioni. Ci nonostante non pot trattenere un sussulto quando echeggiarono i colpi. Fra il crepitio delle Snider si udiva il pum pum dei Winchester di Brown e di MacTavish su uno sfondo di urla bestiali.
- Li hanno sparpagliati, - osserv Harriwell mentre grida e colpi svanivano in lontananza.
I due erano appena tornati a tavola, quando Mac Tavish si rialz e torn a guardar fuori.
- Hanno preso la dinamite, - disse.
- Allora con la dinamite risponderemo, - dichiar Harriwell.
Si cacciarono in tasca una mezza dozzina di bastoncini d'esplosivo, e, accesi i sigari, mossero alla porta. Allora avvenne l'inaspettato. In seguito, tutta la colpa fu buttata su MacTavish, il quale ammise che, s, la carica era stata alquanto eccessiva: comunque scoppi proprio sotto la casa, che si sollev diagonalmente e ricadde sulle fondamenta. Met delle stoviglie sulla tavola andarono in frantumi e l'orologio a pendolo caricabile ogni otto giorni si ferm. Urlando vendetta, i tre si slanciarono nella notte, e il bombardamento cominci.
Quando rientrarono, Bertie non c'era pi. Trascinatosi nell'ufficio, vi si era barricato; poi era caduto per terra, in un incubo intriso di gin, durante il quale era passato attraverso mille morti, mentre intorno a lui continuava il valoroso combattimento. La mattina, sconvolto da un feroce mal di testa, usc fuori adagio adagio: il sole era ancora in cielo e presumibilmente anche Iddio, poi che i suoi ospiti e lui erano ancora vivi, e sani e salvi.
Harriwell lo preg caldamente di trattenersi, ma Bertie insist per ripartire subito subito con l'Aria per Tulagi dove, fino all'arrivo del piroscafo seguente, non si allontan mai dalla casa del commissario. Anche sul piroscafo di ritorno vi erano a bordo delle signore, e Bertie fu di nuovo un eroe, mentre il capitano Malu, come al solito, passava inosservato. Ma il capitano Malu mand da Sydney ben due casse del miglior whisky scozzese che si trovasse sul mercato, non sapendo decidere se era stato il capitano Hansen o il signor Harriwell a dare a Bertie il pi smagliante colpo d'occhio della vita nelle Salomone.

Note.
1. Salsa piccante molto usata In India.


L'INEVITABILE BIANCO.

- I NEGRI non capiranno mai i bianchi, n i bianchi i negri, finch il nero  nero e il bianco  bianco.
Cos disse il capitano Woodward. Stavamo seduti nel salottino della locanda di Charley Roberts in Apia e bevevamo grossi Abu Hamed mescolatici dal suddetto Charley, il quale vantava la ricetta originale di Stevens, famoso per avere inventato gli Abu Hamed per saziare la sete lungo il Nilo; s, quello stesso Stevens a cui dobbiamo Con Kitchener a Kartoum, e che cadde nell'assedio di Ladysmith.
Il capitano Woodward, basso e tarchiato, anziano, abbronzato da quarant'anni di esposizione al sole dei tropici e dotato dei pi belli e luminosi occhi castani ch'io abbia mai visto, parlava per lunga esperienza. Le cicatrici che s'incrociavano sulla sua testa calva rivelavano una stretta intimit col tomahawk dei negri; e un'uguale intimit era tradita a destra del collo, davanti e dietro, dove una volta una freccia era entrata ed era stata strappata via dritta dritta. Come mi spieg, in quell'occasione egli aveva molta fretta e la freccia gl'impediva di correre, sicch cap di non avere il tempo per spezzarne la testa e tirare indietro l'asta per la via donde era venuta. Era comandante del Sawaii, il'grande piroscafo che reclutava lavoratori dall'occidente in qua per le piantagioni tedesche di Samoa.
- Per met  colpa della stupidaggine dei bianchi, - osserv Charley fermandosi per attingere un bel sorso al suo bicchiere e imprecare in termini
amichevoli contro il barista samoano.
- Se il bianco si mettesse un pochino a cercar di capire il funzionamento della mente dei negri, si eviterebbe gran parte di tanti guai.
- Ne ho visti, alcuni, che pretendevano di capire il negro, - ribatt il capitano, - e mi sono sempre accorto che erano i primi a finire kai-kai (mangiati). Pensate ai missionari della Nuova Guinea e delle Nuove Ebridi, all'isola martire di Erromanga, ecc., Pensate alla spedizione austriaca che fu fatta a pezzi nelle Salomone, nella boscaglia di Guadalcanal. E pensate agli agenti stessi che, con la loro ventennale esperienza, si vantavano che nessun negro gliel'avrebbe fatta, e le cui teste oggi ornano le travi delle capanne. C'era il vecchio Johnny Simons: ventanni ai confini pi selvaggi della Melanesia, giurava di conoscere i negri come un libro aperto, giurava che non gliel'avrebbero fatta mai, e mor nella laguna di Morovo, nella Nuova Georgia, e la testa gli fu tagliata da una Mary negra e da un vecchio con una gamba sola perch l'altra l'aveva lasciata in bocca a un pescecane mentre si tuffava per il pesce dinamitato. E c'era Billy Watts, con una reputazione orribile di ammazza-negri, uno che avrebbe fatto fuori il diavolo in persona. Ricordo che avevo buttato l'ancora a Cape Little, nella Nuova Irlanda, sapete, quando i negri rubarono una mezza cassetta di tabacco che gli costava tre dollari e mezzo. Per rappresaglia lui spar a sei negri, fece in pezzi le loro canoe da guerra e bruci due villaggi. E sempre a Cape Little; quattro anni dopo, lo assalirono i cinquanta Buku che aveva seco per pescare bche-de-mer. Cinque minuti dopo erano morti tutti eccetto tre che erano riusciti a scappare in una canoa. Ma che capire i negri! Non me ne parlate. Il compito del bianco  di colonizzare il mondo, ed  un compito gi abbastanza vasto. Come gli pu rimanere il tempo per capire i negri?
- Proprio cos, - disse Roberts. - E poi, a dire la verit, non gli sembra nemmeno necessario, dopo tutto, capire i negri. Il successo che ha riportato nel colonizzare il mondo  in rapporto diretto con la propria stupidit.
- ...e con la propria capacit di mettere una paura d'inferno nel cuore degli indigeni, - l'interruppe il capitano Woodward. - Forse hai ragione, Roberts. Certo  tanta ottusit che gli permette di riuscire, e certo l'incapacit di capire i negri  parte di quella ottusit. Ma una cosa  sicura: il bianco deve governare i negri, li capisca o no.  inevitabile.  il suo destino.
- E naturalmente il destino del negro  che il bianco sia inevitabile! - esclam Roberts. - Dite al bianco che in una qualunque laguna infestata da diecimila ululanti cannibali ci sono delle conchiglie perlifere, e lui ci si avvier, solo soletto, con una mezza dozzina di palombari canachi e una sveglia di latta per cronometro, tutti impaccati come sardine in un comodo ketch da cinque tonnellate. Bisbigliate che al Polo Nord c' una vena d'oro, e quello stesso inevitabile essere dalla pelle bianca si metter immediatamente in viaggio, armato di zappa e di vanga, di un prosciutto e del pi moderno setaccio patentato... e quel che  pi straordinario ancora, ci arriver. Accennategli che ci sono diamanti sui roventi bastioni dell'inferno, e il signor Bianco assalir quei bastioni e metter il vecchio Satanasso in persona a vangare e zappare. Ecco quel che vuol dire essere stupido e inevitabile.
- Mi piacerebbe sapere, per, che cosa pensi il negro di questa... della inevitabilit, - dissi io.
Il capitano Woodward fece udire la sua tranquilla risatina. Nei suoi occhi pass il lampo di un ricordo.
- Mi piacerebbe sapere che cosa pensarono e che cosa certo pensano ancora i negri di Malu di un certo
inevitabile bianco che era a bordo con noi quando
li andammo a trovare con la Duchess, - spieg.
- Fu vent'anni fa. Si chiamava Saxtorph. Senza dubbio alcuno, era l'uomo pi stupido ch'io abbia mai conosciuto, ma era inevitabile come la morte. Sapeva fare una cosa sola, cio sparare. Ricordo la prima volta che mi capit sott'occhio, proprio qui in Apia, vent'anni fa. Non c'eri ancora, tu, Roberts. Dormivo all'albergo di Henry l'Olndese, laggi dove adesso c' il mercato, ne avete mai sentito parlare? Fu quello che fece un bel gruzzolo consegnando clandestinamente armi ai ribelli, poi vendette l'albergo e mor a Sydney proprio sei settimane dopo, durante una rissa in una taverna.
Ma torniamo a Saxtorph. Una sera ero andato appena a dormire quando una coppia di gatti cominci a miagolare nel cortile. Scesi dal letto e mi avvicinai alla finestra con una brocca in mano, quando udii aprirsi la finestra della camera accanto. Due colpi d'arma da fuoco e la finestra si richiuse. Non posso darvi l'idea della rapidit della cosa. Dieci secondi al massimo. S la finestra, pum pum la rivoltella, gi la finestra(1). Chiunque fosse stato, non si era curato nemmeno di assicurarsi dell'esito dei colpi: lo sapeva gi. Mi seguite? Lo sapeva. Il concerto dei gatti non si ripet, e l'indomani mattina ecco l i due disturbatori morti stecchiti. Rimasi di stucco, e non so capacitarmene tuttora. Prima di tutto, non c'era luna, e quello aveva fatto fuoco sui gatti senza mirare; poi, aveva sparato cos rapidamente, che i due colpi erano sembrati una doppia detonazione; infine, era cos certo di aver colto nel segno, da non darsi la pena di controllare.
Due giorni dopo venne a cercarmi a bordo. Io allora ero secondo sulla Duchess, una grossa e pesante
goletta da centocinquanta tonnellate, una blackbirder. E vi assicuro che le blackbirders erano vere e proprie blackbirders, a quei tempi. Non c'erano ispettori governativi, e nessuna protezione da parte del governo,'nemmeno per noi. Era un lavoro sbrigativo, d e prendi, e se ci andavamo di mezzo, peggio per noi; raccoglievamo negri da tutte le parti del Pacifico donde non ci cacciassero a calci. Dunque Saxtorph sal a bordo: John Saxtorph fu il nome con cui si present. Era un ometto biondiccio: capelli giallastri, pelle giallastra, occhi della stessa tinta: niente di vistoso o di notevole. Anche la sua anima era neutra come il colore fondamentale del suo fisico. Disse che era sano e forte e chiese un posto a bordo: cuoco, camerotto, supercargo, anche marinaio semplice. Non conosceva il mestiere, ma desiderava imparare. Io non avrei avuto bisogno di lui, ma la sua abilit di tiratore mi aveva talmente impressionato, che lo assunsi come marinaio, a tre sterline al mese.
Voglia d'imparare, devo riconoscerlo, l'aveva; ma era costituzionalmente inetto a imparare checchessia. Altrettanto incapace, per esempio, di nominare per ordine i punti cardinali di quanto io lo sarei di mescolare cocktails a paragone del nostro Roberts. Al timone mi fece venire i primi capelli bianchi. Non osai mai metterlo alla ruota col mare grosso: orzare e poggiare erano per lui misteri insolubili. Non sapeva nemmeno la differenza fra drizza e paranco: nossignori, non la sapeva; gran fiocco, controfiocco e trinchettina erano la stessa cosa per lui. Ditegli di mollare la scotta e lui, prima che ve ne rendiate conto, ha calato il picco. Cadde in acqua tre volte e non sapeva nuotare. Allegro sempre, del resto, non pativa il mal di mare ed era l'individuo pi volonteroso ch'io abbia mai conosciuto. Riservatissimo, per: non parlava mai di s. La sua storia, a quanto ci risultava, aveva inizio dal giorno in cui si era iscritto a bordo. Dove avesse imparato a tirare, Dio solo lo sa. Che era uno yankee(2) lo capimmo, se non da altro, dalla sua pronuncia nasale. E fu tutto quello che sapemmo di lui.
Ed eccoci al punto. Eravamo stati sfortunati nelle Nuove Ebridi (solo quattordici reclute in cinque settimane) e filavamo, spinti dal vento di sud-est, verso le Salomone. Malaita era allora, come lo  adesso, una buona zona di reclutamento e noi ci indirizzammo a Malaita, all'angolo nord-ovest. C' una spiaggia tutta scogli con un'altra scogliera pi al largo, un ancoraggio da far venire i brividi, ma ce la cavammo bene e cominciammo a sparare con la dinamite come segnale ai negri di scender gi a farsi reclutare. In tre giorni non prendemmo nessuno. Gli indigeni arrivavano a centinaia nelle loro canoe, ma quando mostravamo le perline, il calic e le asce e vantavamo le delizie del lavoro nelle piantagioni ci ridevano in faccia.
Il quarto giorno le cose cominciarono a cambiare. Una cinquantina di negri si iscrissero e furono sistemati nella stiva principale, con la libert del ponte, naturalmente. E naturalmente, ripensandoci, quell'iscrizione in massa appare sospetta; ma allora immaginammo che qualche potente capo avesse tolto il veto all'arruolamento. La mattina del quinto giorno le nostre due scialuppe se ne andarono a terra come al solito, una per proteggere l'altra, sapete, in caso di guai; e come al solito i cinquanta negri a bordo rimasero sul ponte a oziare, chiacchierare, fumare e dormire. Io e Saxtorph, con altri quattro marinai, eravamo i soli rimasti sulla nave. Le due scialuppe erano equipaggiate con isolani delle Gilberts. In una c'era il capitano, il s'upercargo e
il reclutatore; nell'altra, che era la scialuppa di protezione, e che aspettava al largo a un centinaio
di metri dalla spiaggia, c'era il terzo ufficiale. Tutti e due i battelli erano bene armati e non si prospettavano difficolt.
Quattro marinai, compreso Saxtorph, stavano raschiando la ringhiera di poppa. Il quinto, fucile alla mano, faceva la guardia presso il serbatoio, a prora- via della vela maestra. Io, a prua, finivo di dare gli ultimi tocchi di vernice a una nuova forca per il picco di randa. Stavo l l per tendere la mano e riprendere la pipa che avevo deposto, quando udii a riva un colpo di fucile. Mi sollevai per vedere e qualcuno mi colp sulla nuca, abbattendomi sul ponte mezzo stordito. La mia prima idea fu che qualche cosa fosse venuta gi da s; ma mentre cadevo, ancora prima di toccare il ponte, udii un infernale ta-ta-ta-ta di fucilate, e torcendomi di lato colsi con un'occhiata il marinaio di guardia. Due altri negri
lo tenevano per le braccia e un terzo, da dietro, era in procinto di spaccargli il cranio col tomahawk.
Rivedo ancora la scena: il serbatoio, la vela di maestra, l'ascia che scendeva sulla testa del marinaio nella luce accecante. Ero affascinato da quella scena di morte. Sembrava che il tomahawk impiegasse un tempo infinito per calare... Poi lo vidi toccare il segno e il marinaio abbattersi con le gambe che gli si piegavano sotto; ma i negri lo tennero dritto e l'altro lo colp ancora un paio di volte. Poi mi presi altri due colpi in testa e pensai: ''sono morto. Cos pens anche il mio carnefice. Non mi potevo muovere, ma giacendo col vidi che spiccavano dal busto la testa della sentinella. Devo riconoscere che erano molto abili: ci avevano la mano, a quell'affare.
La fucileria dai battelli era finita ed io non dubitai fosse finita anche per i nostri a terra e che presto sarebbe finita per tutti. Era questione di momenti, e sarebbero tornati per la mia testa. Le teste sono molto pregiate, a Malaita, specialmente quelle dei bianchi. Hanno un posto d'onore nelle capanne degli uomini dell'acqua salata indigeni. Qual particolare effetto decorativo ne traggano gli uomini della macchia non so, certo le tengono altrettanto in pregio.
Formulai vagamente il pensiero di tentar di salvarmi e strisciai carponi fino all'argano, dove riuscii ad attaccarmi, a tirarmi s e a rimettermi in piedi. Da l scorgevo bene la poppa, e sulla cabina vidi le teste dei tre marinai ai quali avevo dato ordini per tre anni. Quando mi videro in piedi, i negri si slanciarono verso di me. Io cercai a tasto la rivoltella, e mi accorsi che la rivoltella non c'era pi. No, non avevo paura, lo posso affermare. Sono stato in pericolo di morte parecchie volte, ma giammai come allora mi era sembrato facile e naturale morire. Ero mezzo intontito: non m'importava pi di niente.
Il capo degli indigeni si era armato con una mannaia della cucina e con orrende smorfiacce si avvicinava per farmi a pezzi. Ma non mi fece a pezzi: piomb sul ponte, invece, tutto raggomitolato, col sangue che gli sgorgava dalla bocca. Udii confusamente un fucile che sparava e sparava. I negri cadevano uno dopo l'altt'o. A poco a poco la testa mi si schiariva, e mi accorgevo che quel fucile non falliva mai. A ogni sparo, cadeva un negro. Sedetti sul ponte, accanto all'argano, e guardai s. Appollaiato sulle crocette c'era Saxtorph. Come avesse fatto non so, perch aveva portato seco due Winchester e una quantit di cartuccere, e stava facendo l'unica cosa al mondo che sapesse fare: sparava.
Io ho visto sparatorie e stragi, in vita mia, ma giammai niente di simile. Stavo l sull'argano e guardavo lo spettacolo, debole, semisvenuto, e tutto mi sembrava un sogno. Pam, pam, pam, pam faceva il fucile, e paff, paff, paff, paff, cadevano i negri sul ponte. Ero stupefatto di vederli andar gi a quel modo. Quanto a loro, l per l erano rimasti come paralizzati; ma lui non smetteva di scaricare
il fucile. Intanto arrivarono dalla spiaggia le canoe e le due scialuppe cariche di Snider, e fra i due Winchester catturati e la fucileria che scaricarono addosso a Saxtorph successe l'inferno. Fortunatamente per lui, i negri toccano il segno solo sparando da vicino; non sono avvezzi a mettere l'arma in spalla, aspettano di stare proprio sopra alla vittima, poi sparano dal fianco. Quando il fucile scottava troppo, Saxtorph lo cambiava. Per questo ne aveva presi due.
La cosa straordinaria era la rapidit con cui faceva fuoco, senza mancare mai il segno. Se mai vi  stato al mondo qualche cosa d'inevitabile, quell'uomo lo fu. La velocit rendeva pi impressionante la strage. I negri non ebbero tempo nemmeno di capire: poi tutt'a un tratto si buttarono a scappare, capovolgendo le canoe nella furia. Saxtorph non moll. L'acqua era piena di indigeni, e pam pam pam, lui gli scaricava i fucili addosso. Non un colpo and perduto; io stesso udivo distintamente il tonfo sordo dei proiettili che affondavano nella carne.
I negri si sparpagliarono e nuotarono verso la spiaggia. L'acqua era piena di teste sobbalzanti, ed
io stavo l, a guardare come in sogno: le teste sobbalzanti, le teste che non sobbalzavano pi. Alcuni dei colpi lunghi erano addirittura magnifici. Un indigeno soltanto raggiunse la riva, ma mentre, preso piede, si alzava per guadare fino alla spiaggia, Saxtorph lo colse in pieno. Fu una cosa bellissima. E quando un paio di negri corsero per trascinarlo fuori dell'acqua, colse anche loro.
Credevo che tutto fosse finito, quando udii che
il fucile ricominciava. Un negro era uscito dall'osteriggio della cabina e correndo verso il parapetto era caduto a mezza strada. La cabina doveva esser piena. Ne contai venti. Venivano fuori uno alla volta e si slanciavano verso il parapetto, ma non ci arrivavano mai. Pensai a quando si spara agli animali presi in trappola. Un corpo nero saltava fuori dell'osteriggio, pam faceva il fucile, il corpo nero andava
gi. Quelli di sotto, si capisce, non sapevano ci che
succedeva sul ponte, sicch continuarono a saltar fuori finch furono spacciati fino all'ultimo.
Saxtorph aspett di essere ben sicuro, poi scese gi. Eravamo gli unici superstiti dell'equipaggio della Duchess: io ero in cattivo stato, e lui, finita la sparatoria, non serviva pi a niente. Sotto la mia direzione mi lav le ferite e le ricuc. Un grosso bicchiere di whisky puro mi permise di sopportare l'operazione. Non c'era altro da fare. Erano morti tutti. Cercammo di far vela, lui issando e io tenendo la direzione, ma lui era il solito marinaio stupido e goffo. Quando svenni, sembr che fosse finita per noi.
Allorch tornai in me, Saxtorph stava seduto sulla ringhiera tutto imbambolato, aspettando di chiedermi che cosa dovesse fare. Gli ordinai di andare a ispezionare i feriti e vedere se ce ne fosse qualcuno in condizione di trascinarsi. Ne raccolse sei. Uno aveva una gamba rotta, ma Saxtorph disse che le braccia erano sane. Io stavo sdraiato all'ombra e dirigevo le operazioni cacciando lontano le mosche, mentre lui faceva manovrare la sua ciurma-ospedale. Ch'io sia impiccato se non costrinse quei poveri negri a spostare tutte le cime prima di trovare le drizze! Uno di quei disgraziati lasci cadere la cima proprio mentre stavano issando, e scivol sul ponte, morto; ma Saxtorph tenne addosso agli altri e li rimise al lavoro. Quando furono issate le vele di maestra e di trinchetto, gli dissi di filare per occhio la catena dell'ancora sparando il maniglione e di liberare la nave. Io mi ero fatto accompagnare
fino alla ruota e mi accingevo a salpare. Non so come and, ma invece di levare l'ancora, la seconda ancora and gi, ed eccoci doppiamente ancorati.
Finalmente riusc a districarsi e poi a issare la vela di straglio e il fiocco, e la Duchess fil al largo.
I nostri ponti erano uno spettacolo: morti e moribondi dappertutto, alcuni ficcati negli angoli pi impensati. La cabina ne era piena: vi si erano rifugiati fuggendo dalla tolda, per restarvi intrappolati. Diedi a Saxtorph e alla sua ciurma di agonizzanti l'incarico di buttarli fuori, morti e vivi: i pescecani si godettero grassi bocconi, quel giorno. Naturalmente i nostri poveri marinai finirono allo stesso modo; ma le teste le mettemmo in un sacco con dei pesi affinch, trascinate a riva, non cadessero di nuovo nelle mani dei negri.
Avevo deciso di adottare come equipaggio i cinque prigionieri, ma loro decisero altrimenti: alla prima occasione se la svignarono fuori bordo. Saxtorph ne prese due a mezz'aria con la rivoltella, e avrebbe sparato anche ai tre in acqua se non lo avessi fermato. Ero nauseato di tanta strage, capite, e poi ci avevano aiutato a mettere in moto la goletta. Del resto, fu compassione buttata via, perch i pescecani se li divorarono tutti e tre.
Quando fummo al largo io ebbi una febbre cerebrale o qualche cosa del genere, e la Duchess rimase ferma per tre settimane; poi mi rimisi e ce la portammo a Sydney adagio adagio. A ogni modo, quei negri di Malaita impararono la sempiterna lezione che non conviene giocare brutti tiri ai bianchi. Nel loro caso, Saxtorph fu veramente inevitabile.
Charles Roberts emise un lungo fischio e disse:
- Be', lo credo. Ma come  finito Saxtorph?
- Si dette alla caccia alle foche e si comport in modo molto brillante. Per sei anni fu tenuto in gran conto dalle flotte di Victoria e di San Francisco. Poi la goletta su cui si trovava venne intercettata da un
incrociatore russo nel mare di Bering e si dice che tutto l'equipaggio sia stato sbattuto nelle miniere di sale della Siberia. Comunque, da allora non ne ho pi udito parlare.
- Colonizzare il mondo... - mormor Roberts. - Colonizzare il mondo. Be', qualcuno lo deve fare...
Il capitano Woodward si pass la mano sulle cicatrici che si intersecavano sulla sua testa calva.
- La mia parte, - disse, - l'ho fatta. Ornai sono quarant'anni. Questo sar il mio ultimo viaggio, poi torner a casa per rimanerci.
- Scommetto il vino che non ci restate! - lo sfid Roberts.
- Voi morirete sulla breccia, non a casa.
Il capitano Woodward accett la scommessa; ma io personalmente ritengo che la vittoria sar di Charley Roberts.

Note.
1. Si tratta di uno di quei tipi di finestra i cui vetri scorrono uno sull'altro, come nei treni o negli autobus.
2. Americano della Nuova Inghilterra.


IL DISCENDENTE DI McCOY.

La Pyrnes, i fianchi di ferro abbassati dal carico di grano,
rollava pigramente rendendo facile il compito all'uomo che stava
arrampicandosi a bordo da una minuscola canoa con bilanciere. Quando
gli occhi di costui arrivarono all'altezza della murata e l'uomo pot
guardare all'interno della nave gli parve di notare come una specie
di caligine, lieve, quasi impercettibile. Sembrava pi un'illusione,
come se davanti agli occhi gli fosse calato di colpo un velo
evanescente. Fu tentato di scostarlo con la mano ma al tempo stesso
pens che ormai stava diventando vecchio e che era tempo di mandare a
prendere un paio di occhiali a San Francisco.
Nello scavalcare l'orlo della murata, poi, lanci un'occhiata in
alto, verso gli alti alberi, e subito dopo in basso, alle pompe. Non
erano in funzione. A quanto pareva, dunque, a bordo di quella grossa
nave non c'era niente che non andava; si chiese allora perch
avessero issato il segnale di pericolo. Pens subito ai suoi felici
isolani e sper che non si trattasse d'una qualche malattia. Forse la
nave era a corto d'acqua o di provviste. Strinse la mano al capitano,
i cui occhi preoccupati e il viso teso non facevano nessun segreto
dell'inquietudine che l'animava, quale ne fosse la causa. Subito
dopo, per, l'uomo salito a bordo avvert un vago, indefinibile
odore. Ricordava il pane bruciato, e tuttavia era diverso.
Si guard allora intorno con curiosit. A una decina di passi di
distanza vide che un marinaio dalla faccia stanca stava calafatando
il ponte. Allorch poi il suo sguardo indugi su quel marinaio not a
un tratto che di tra le dita gli si levava come un filo di nebbia che
subito aleggi lieve e scomparve. Si trovava ormai sul ponte e sotto
i piedi nudi avvert un calore secco che presto penetr lo spesso
strato calloso delle piante. Cap subito la natura del pericolo che
correva la nave. Spost lo sguardo e davanti a s vide tutto il resto
dell'equipaggio: uomini dalla faccia stanca che stavano guardandolo
con ansia. Lo sguardo dei suoi liquidi occhi marroni si pos su
quelle facce preoccupate come una benedizione, calmandole,
avvolgendole come un mantello di grande pace.
Da quando  in fiamme, capitano? chiese, con una voce cos dolce
e imperturbabile che parve il tubare d'una colomba.
Sulle prime il capitano avvert il senso di pace e tranquillit che
quella voce emanava, poi la consapevolezza di tutto quanto aveva
vissuto e stava vivendo lo riscosse. Si risent. Con quale diritto
quel reietto straccione, in calzoni di tela e camicia di cotone,
osava suggerire sentimenti come pace e tranquillit a lui e alla sua
anima esausta e stremata? Naturalmente non formul alla lettera
l'interrogativo; a causare il suo risentimento era stato un inconscio
processo emotivo.
Quindici giorni, rispose, brusco. Chi  lei?
Mi chiamo McCoy, fu la replica, data in un tono che diffondeva
sollecitudine e simpatia.
Volevo dire, lei  il pilota?
McCoy pass la benedizione del suo sguardo sull'uomo alto e con le
spalle larghe, il viso smunto e non rasato, che s'era affiancato al
capitano.
Sono uno dei tanti piloti, rispose poi. Qui siamo tutti piloti,
capitano, e io conosco queste acque palmo a palmo.
Il capitano si mostr impaziente.
Io desidero unicamente parlare con una delle autorit. E desidero
parlarci subito. Per protestare.
Allora io faccio benissimo al caso suo.
Di nuovo quell'insidioso suggerimento di pace, e la nave che non
era altro che una minacciosa fornace sotto i piedi! Impaziente e
nervoso, il capitano inarc le sopracciglia e strinse il pugno, come
se volesse colpire.
E chi diavolo  lei? chiese.
Sono il primo magistrato dell'isola, fu la risposta, data con una
voce che ancora una volta fu quanto di pi dolce e gentile si potesse
immaginare.
L'uomo alto e con le spalle larghe scoppi in un'odiosa risata, in
parte divertita ma soprattutto isterica. Lui e il capitano guardarono
McCoy con aria incredula. Era inconcepibile che quello straccione
scalzo ricoprisse una cos alta carica. Sotto la camicia sbottonata
s'intravedeva un petto coperto di peli grigi e acquistava risalto
l'assenza d'una canottiera o d'una maglietta; quanto al vecchio
cappello di paglia, non riusciva a nascondere i capelli grigi ma
soprattutto ispidi, mentre la barba patriarcale e incolta gli
arrivava fino a met petto. Da qualunque straccivendolo, poi,
sarebbero bastati due scellini per procurargli un abbigliamento come
quello.
per caso parente del McCoy del Bounty? chiese il capitano.
Era il mio bisnonno.
Oh, fece il capitano, ed esit. Io mi chiamo Davenport e questo 
il mio primo ufficiale, Mr Konig.
Si strinsero la mano.
E ora diamoci da fare, disse subito il capitano, animato
chiaramente da gran fretta. Sono due settimane che bruciamo. La nave
pu diventare un inferno da un momento all'altro. Per questo ho
puntato su Pitcairn. Voglio arenarla o affondarla in acque basse. Per
salvare lo scafo.
E allora ha sbagliato, capitano, obiett subito McCoy. Doveva
spingersi fino a Mangareva. L c' una bella spiaggia, in una laguna
dove l'acqua  uno specchio.
In ogni modo, ora ci troviamo qui, intervenne il primo ufficiale.
Ed  questo che conta: ci troviamo qui e dobbiamo fare qualcosa.
Senza perdere quella sua aria premurosa, McCoy scosse il capo.
Qui non potete far niente. Non c' spiaggia e non c' neppure un
ancoraggio.
Storie! esclam il primo ufficiale. Storie! ripet a voce alta,
mentre il capitano gli faceva segno di moderarsi. Non pu venire a
raccontarmi queste storie. Dove le tenete le vostre barche, eh? E la
vostra goletta o cutter o quel che diavolo ? Dove? Mi risponda.
McCoy sorrise e quel sorriso risult dolce quanto il tono della sua
voce: fu una carezza, un abbraccio che avvolse lo stanco ufficiale;
come se quell'uomo anziano cercasse d'attirarlo nella quiete e nella
pace del suo animo tranquillo.
Non possediamo n golette n cutter, rispose poi. Quanto alle
canoe, le issiamo sopra la barriera.
Voglio proprio vederlo! ringhi il primo ufficiale. E come
raggiungete le altre isole, eh? Me lo dice?
Non ci muoviamo mai. Come governatore di Pitcairn a volte vado in
giro. Quando ero pi giovane stavo via molto, andavo sulle golette
dei mercanti, ma pi spesso sui brigantini dei missionari. Ma  cosa
passata e ormai dipendiamo solo dalle navi di passaggio. A volte in
un anno ne sono arrivate fino a sei, altre  passato un intero anno o
anche pi senza l'arrivo di una sola nave. La vostra  la prima negli
ultimi sette mesi.
Lei mi sta dicendo... esord l'ufficiale.
Ma il capitano Davenport intervenne:
Basta cos. Stiamo perdendo tempo. Cosa bisogna fare, Mr McCoy?
Il vecchio rivolse gli occhi bruni, dolci come quelli di una donna,
verso terra e, insieme, il capitano e l'ufficiale seguirono il suo
sguardo che da quella solitaria rocca di Pitcairn torn verso
l'equipaggio radunato, in ansiosa attesa dell'annuncio di una
decisione. Non aveva fretta, McCoy. Procedeva calmo, tranquillo, nei
suoi pensieri, passo passo, con la sicurezza di una mente che non si
lascia mai molestare e neppure tormentare dalla vita.
Il vento  leggero ora, disse alla fine. E c' una forte
corrente che va a ovest.
Per questo abbiamo puntato sul lato sottovento, lo interruppe il
capitano, desideroso di riscattare la propria abilit marinaresca.
Gi, per questo avete raggiunto il lato sottovento, continu
McCoy. Bene, per oggi  impossibile andare contro quella corrente. E
anche se lo fate non c' spiaggia. La nave si troverebbe in un brutto
pasticcio.
S'interruppe e il capitano e il primo ufficiale si guardarono
scoraggiati.
Ma vi dico cosa potete fare. Il vento si rinfrescher verso
mezzanotte... Vedete le code di quelle nuvole e laggi, sopravvento,
oltre quella punta, tutta quella nuvolaglia? da l che viene, da
sud-est: un groppo deciso. Sono trecento miglia fino a Mangareva.
Puntateci. C' un bel letto per la vostra nave su quell'isola.
Il primo ufficiale scosse il capo.
Andiamo in cabina, disse il capitano. Daremo un'occhiata alla
carta.
Nella cabina chiusa McCoy trov l'aria soffocante, addirittura
velenosa. Improvvise zaffate d'invisibile gas lo aggredivano,
facendogli bruciare gli occhi. Sotto i piedi nudi il pavimento era pi
caldo, insopportabilmente pi caldo. Stava sudando tutto. Si guard
intorno quasi con apprensione. Quel calore maligno che veniva su
dall'interno della nave lasciava stupefatti. Era gi un miracolo che
la cabina non prendesse fuoco da un momento all'altro. L'impressione
immediata che ebbe McCoy fu di trovarsi in un immenso forno il cui
calore potesse aumentare all'improvviso e in modo eccessivo,
squagliandolo come una fetta di grasso.
Quando sollev un piede e si strofin la pianta accaldata contro la
gamba dei pantaloni, il primo ufficiale scoppi in una risata
selvaggia. Sembrava un cane che abbaia.
L'anticamera dell'inferno, disse. L'inferno, infatti,  proprio
qua sotto, sotto i suoi piedi.
Fa caldo, osserv involontariamente McCoy, asciugandosi la faccia
con un fazzoletto a colori vivaci.
Ecco qui Mangareva, disse il capitano, chino sul tavolo,
indicando una macchia nera al centro del bianco vuoto sulla carta. E
qui, in mezzo, c' un'altra isola. Perch non puntare l?
McCoy non stava guardando la carta.
Quella  l'isola di Crescent, rispose. Non  abitata e sporge
dall'acqua solo due o tre piedi. C' laguna ma non ingresso. No,
Mangareva  il posto pi vicino che fa al vostro scopo.
E Mangareva sia, esclam il capitano Davenport, interrompendo
l'obiezione che il primo ufficiale stava per fare, con un cupo
brontolio. Raduni l'equipaggio a poppa, Mr Konig.
I marinai obbedirono, muovendosi sul ponte con aria stremata,
strascicando i piedi, persino affrettandosi, con sforzi chiaramente
dolorosi. La stanchezza era evidente in ogni loro movimento. Il cuoco
venne fuori dalla cambusa per sentire anche lui e il mozzo and a
metterglisi accanto.
Quando il capitano Davenport ebbe spiegato la situazione e
annunciato la propria intenzione di proseguire per Mangareva s'ud un
vero e proprio ruggito. Su uno sfondo di rochi grugniti e brontolii
si levarono inarticolate grida di rabbia tra cui, qua e l,
chiarissime, si distinsero un'imprecazione, una parola acida, una
frase sferzante. Una stridula voce cockney acquist per un attimo
risalto e s'ud: Cristiddio! Sono quindici giorni che ci troviamo in
una bolgia rovente e ora vuole che riprendiamo il mare su questo
inferno galleggiante!
Il capitano non riusciva a controllarli, ma la dolce presenza di
McCoy fu come un rimprovero e insieme un calmante per quegli uomini
provati: brontolii e imprecazioni andarono spegnendosi finch
l'intero equipaggio, tranne qua e l qualche faccia apprensiva
rivolta verso il capitano, guard in silenzio e gi con nostalgia i
picchi verdi e la costa scoscesa di Pitcairn.
Lieve come uno zefiro primaverile, si lev allora la voce di McCoy:
Capitano, m' parso di sentir dire da qualcuno di loro che hanno
fame.
Certo che hanno fame, fu la risposta. Abbiamo tutti fame. Negli
ultimi due giorni io ho mangiato soltanto una galletta e un pezzetto
di salmone. Siamo alla razione minima. Sa, quando abbiamo scoperto il
fuoco per soffocarlo abbiamo chiuso immediatamente tutti i
boccaporti, poi ci siamo accorti che in cambusa c'erano poche
provviste. Ormai per era troppo tardi e non abbiamo osato riaprire
il deposito di prora. Fame? Io ne ho quanto loro.
Poi si rivolse di nuovo agli uomini e di nuovo si levarono quel
roco vociare e quelle imprecazioni, di nuovo le facce apparvero
stravolte dalla rabbia, inferocite. Il secondo e terzo ufficiale
s'erano schierati dietro al capitano sul casseretto e mostravano un
volto immobile e inespressivo, al massimo li si sarebbe detti seccati
per quell'ammutinamento dell'equipaggio. Il capitano lanci
un'occhiata interrogativa al primo ufficiale e questi, in segno
d'impotenza, si limit a scrollare le spalle.
Vede, disse poi Davenport rivolto a McCoy,  impossibile
convincere gli uomini a lasciare questa terra sicura per riprendere
il mare su una nave in fiamme. Da due settimane, ormai, questa per
loro  una bara galleggiante. Sono sfiniti e affamati, e ne hanno
abbastanza della Pyrnes. Bordeggeremo Pitcairn.
Ma il vento era leggero, la carena era incrostata di brume e la
Pyrnes non riusciva a superare la forte corrente che la spingeva a
occidente; in capo a due ore aveva perso tre miglia. I marinai
lavoravano di lena, come se la loro sola forza potesse spingere la
Pyrnes contro gli elementi avversi, ma pur bordando o andando di
bolina, la nave continuava a scarrozzare verso ovest. Il capitano
passeggiava inquieto su e gi, fermandosi ogni tanto a osservare le
fileggianti spirali di fumo per rintracciare il punto della coperta
da cui venivano fuori. Il maestro d'ascia era dedito solo a
individuare quei punti, e quando li trovava si precipitava a
calafatarli.
Bene, lei cosa pensa? chiese alla fine il capitano a McCoy che,
con la curiosit e l'interesse d'un bambino, seguiva ogni movimento
del maestro d'ascia.
McCoy guard verso terra: Pitcairn stava scomparendo nella caligine
sempre pi fitta.
Penso che sia il caso di puntare su Mangareva, disse alla fine.
Col vento che sta per levarsi ci arrivate entro domani sera.
E se le fiamme schizzano fuori? Pu accadere da un momento
all'altro.
Tenete le lance pronte ai tiranti. Se la nave vi brucia sotto, lo
stesso vento porter le lance fino a Mangareva.
Il capitano riflett qualche attimo, poi McCoy si sent fare la
richiesta che avrebbe preferito non sentirsi mai fare ma che sapeva
che gli sarebbe stata fatta:
Non ho una carta di Mangareva. Su quella generale  solo un
puntino, e non saprei dove trovare l'ingresso della laguna. Vuole
venire con me e farmi da pilota?
La serenit di McCoy non ne fu turbata.
S, capitano, rispose, con la stessa tranquilla bonariet con la
quale avrebbe potuto accettare un invito a cena. Verr con lei a
Mangareva.
Di nuovo l'equipaggio venne radunato a poppa e dal casseretto il
capitano gli parl:
Abbiamo cercato di manovrarla ma, come avete visto, cadiamo
sottovento. Ci porta una corrente da due nodi. Ora questo signore 
l'onorevole McCoy, primo magistrato e governatore dell'isola di
Pitcairn: verr con noi fino a Mangareva. Vedete bene, dunque, che la
situazione non  poi tanto grave: se esistesse il minimo pericolo per
la sua vita non si offrirebbe di venire. Inoltre, pericolo o non
pericolo, se lui s'imbarca e l'affronta di sua spontanea volont noi
non possiamo essere da meno. E allora? Mangareva?
Questa volta non si lev nessun ruggito. La presenza di McCoy, la
sicurezza e la calma che sembrava irradiare, ebbero il loro effetto.
Gli uomini parlottarono tra loro a bassa voce. Ci furono ben poche
esortazioni: praticamente erano gi tutti d'accordo, e come loro
portavoce scelsero il piccolo cockney il quale, trascinato dalla
consapevolezza dell'eroismo proprio e dei compagni, grid, mandando
lampi dagli occhi:
Perdio! Se lui viene noi veniamo!
L'equipaggio brontol il proprio assenso e fece per avanzare verso
il casseretto.
Un momento, capitano, disse McCoy, mentre Davenport si rivolgeva
al primo ufficiale per dargli ordini. Devo prima andare a terra.
Mr Konig rimase stupefatto e guard McCoy come se fosse un pazzo.
A terra? esclam il capitano. A fare che? Le ci vorranno tre ore
per arrivarci con quella canoa.
McCoy parve misurare la distanza che lo separava da terra e annu.
S. Ora sono le sei e non arriver a terra prima delle nove. E non
riuscir a radunare la gente prima delle dieci. Visto che la brezza
stanotte rinfresca, lei pu cominciare col metterci contro la prua e
mi piglia a bordo all'alba di domani.
In nome del buonsenso e della ragione, sbott il capitano, perch
mai vuole radunare la sua gente? Si rende conto che la nave mi sta
bruciando sotto i piedi?
Placido come un mare estivo rimase McCoy, sul quale la rabbia del
capitano non produsse la minima increspatura.
S, capitano, tub poi, con quella sua voce da colomba mi rendo
perfettamente conto che la sua nave sta bruciando, per questo vengo
con voi a Mangareva. Ma devo avere il permesso per farlo.  nostro
costume. Che il governatore lasci l'isola  un fatto di grande
importanza. Ci sono in gioco gli interessi di tutti, quindi hanno il
diritto di votare il loro assenso o rifiuto. Ma mi faranno venire, lo
so.
Ne  sicuro?
Quanto basta.
Allora, se sa che le daranno il permesso, perch prendersi la
briga di ottenerlo? Pensi al ritardo... Un'intera notte.
 nostro costume, fu la risposta, tranquilla. Inoltre, essendo
il governatore devo provvedere all'amministrazione dell'isola durante
la mia assenza.
Ma  solo una corsa di ventiquattro ore fino a Mangareva, obiett
il capitano. Anche ammesso che le occorra sei volte tanto per
ritornare controvento, sar comunque di ritorno alla fine d'una
settimana.
McCoy gli rivolse quel suo gran sorriso benevolo.
Pochissime navi arrivano a Pitcairn, e quelle che arrivano vengono
da San Francisco o doppiano l'Horn. Sar fortunato se sar di ritorno
tra sei mesi. possibile che stia via anche un anno, come non  da
escludere che debba arrivare fino a San Francisco per trovare una
nave che mi riporti indietro. Una volta mio padre lasci Pitcairn per
assentarsi tre mesi e passarono due anni prima che riuscisse a
tornarvi. E poi siete a corto di viveri. Se siete costretti a calare
le lance e il tempo si guasta potreste impiegare giorni per
raggiungere terra. Io posso portarvi due canoe cariche di viveri. Le
banane secche sono la cosa migliore. Se poi il vento rinfresca voi
bordeggiate: pi vi tenete vicini pi grossi carichi potr portarvi.
Addio.
Porse la mano. Il capitano la strinse, riluttante poi a lasciarla
andare. Parve aggrapparvisi come un marinaio che annega s'aggrappa a
una boa di salvataggio.
Chi mi dice che lei sar di ritorno domani mattina? chiese alla
fine.
Gi, proprio cos! esclam il primo ufficiale. Chi ci dice che
non se la svigna per salvarsi la pelle?
McCoy non rispose. Gli rivolse un'occhiata dolce e serena, e ai due
parve di ricevere un messaggio direttamente dall'enorme certezza del
suo animo.
Il capitano gli lasci andare la mano alla fine e, con un ultimo
sguardo che parve abbracciare l'intero equipaggio, comprendendolo
nella propria benedizione, McCoy s'avvicin alla murata e si cal
nella canoa.
Il vento rinfresc e, nonostante le incrostazioni della sua carena,
la Pyrnes guadagn una mezza dozzina di miglia sulla corrente
occidentale. All'alba, con Pitcairn a tre miglia sopravvento, il
capitano scorse due canoe che arrancavano verso la nave. Di nuovo
McCoy s'arrampic su per la fiancata, scavalc la murata e fu sul
ponte rovente. Era seguito da molte balle di banane secche, ognuna
avvolta in foglie anch'esse secche.
Bene, capitano, disse subito, orienti i pennoni e si metta alla
via, se ci tiene alla vita. Sa, io non sono un navigatore, spieg
pochi minuti dopo, tenendosi alle spalle del capitano che scrutava i
pennoni a riva e poi le onde fuoribordo per calcolare la velocit
della Pyrnes. Deve portarla lei a Mangareva. Quando avremo
avvistato terra allora la piloter io. Quanto pensa che stia facendo?
Undici, rispose il capitano, con un'ultima occhiata alla scia
turbinosa.
Undici. Vediamo un po'. Se mantiene questa andatura saremo in
vista di Mangareva tra le otto e le nove di domani mattina. Alle
dieci gliela areno, al massimo alle undici. Dopodich i suoi guai
saranno finiti.
Al capitano parve quasi che l'auspicato momento fosse gi arrivato,
tale era la forza persuasiva di McCoy. Da pi di due settimane,
ormai, era sottoposto alla terribile tensione della fatica di tenere
a galla quella nave che bruciava; cominciava ad averne abbastanza.
Un soffio di vento pi forte gli carezz la nuca e gli fischi
nelle orecchie. Ne calcol la forza e guard immediatamente
fuoribordo.
Il vento non fa che rinfrescarsi, annunci poi. In questo
momento questa vecchia barca sta facendo pi dodici che undici nodi,
di questo passo stanotte dovremo ridurre le vele.
Per tutto il giorno la Pyrnes, col suo carico di fuoco vivo, solc
lo spumeggiante mare. Al calare della notte velacci e controvelacci
furono ammainati e la nave s'inoltr nel buio, incalzata dalle grandi
onde increspate e ruggenti. Il vento favorevole aveva fatto il suo
effetto e a prua e a poppa i volti andarono man mano sempre pi
rischiarandosi. Al secondo gaettone qualche anima spensierata attacc
una canzone e alla campana delle otto tutto l'equipaggio cantava.
Il capitano Davenport s'era fatto portare su le coperte e s'era
steso sul tetto del casotto.
Ho dimenticato cosa significa dormire, spieg a McCoy. Sempre
all'erta. Mi chiami, per, ogni volta che lo ritiene necessario.
Alle tre del mattino fu svegliato da un lieve colpo sul braccio.
Si tir su immediatamente, stagliandosi contro il cielo, ancora
intontito dal sonno profondo. Il vento stava sibilando il suo canto
di guerra tra il sartiame e le onde impazzite s'avventavano sulla
Pyrnes, che rollava su un fianco e sull'altro, immergendosi fino a
met della murata. McCoy stava gridando qualcosa che lui non riusc
ad afferrare. Allung allora una mano, prese l'altro per la spalla e
lo accost a s, finch le sue labbra furono all'altezza del proprio
orecchio.
Sono le tre, disse la voce di McCoy, sempre conservando quel suo
suono tubante da colomba; risult stranamente soffocata, per, come
se fosse lontanissima. Abbiamo fatto duecentocinquanta miglia.
Crescent  a sole trenta miglia da qualche parte dritto a prua, e
sull'isola non ci sono luci. Se continuiamo cos andiamo a sbatterci
contro, e allora addio a tutti noi e alla nave.
Cosa propone di fare? Metterci alla cappa?
S. Alla cappa fino a che spunta il giorno. Avremo un ritardo di
sole quattro ore.
E cos la Pyrnes, col suo carico di fuoco, si mise alla cappa,
misurandosi con la sfuriata di vento e cavalcando e frangendo le
ondate martellanti. Era un guscio che albergava una conflagrazione e
insieme alloggiava uomini, piccoli fuscelli che reggendosi a precari
appigli e alando e tesando e sbracciandosi l'aiutavano in quella
battaglia.
una burrasca quanto mai insolita, disse McCoy al capitano,
sottovento alla cabina. Di regola in questa stagione non dovrebbero
esserci burrasche, ma il tempo ultimamente s' comportato in maniera
davvero insolita. C' stata un'interruzione degli alisei, e ora ecco
che soffia dritto da quella parte. Agit la mano nel buio, come se
la sua visione potesse spingersi, sia pure indistinta, per centinaia
di miglia. Lontano, laggi a ovest, star preparandosi qualcosa di
grosso. Per fortuna finora stiamo puntando a est. Ma  solo una
ventata, aggiunse poi. Non pu durare. Glielo dico io.
Quando fu giorno il vento s'era alleggerito fino a diventare
normale. E tuttavia la luce del giorno rivel un nuovo pericolo. Era
calata, e fitta, anche la nebbia: il mare ne era coperto. Pi che
nebbia, sembrava una bruma iridescente che aveva la densit della
nebbia, in quanto impediva la vista, ma era poco pi di una specie di
pellicola sul mare, che il sole attraversava e riempiva di crescente
radiosit.
La coperta della Pyrnes mandava ora pi fumo del giorno prima e
il buonumore degli ufficiali e dell'equipaggio era scomparso. Si
sentiva il mozzo piagnucolare sottovento alla cambusa; era al suo
primo viaggio e la paura della morte gli era entrata nel cuore. Il
capitano s'aggirava come un'anima persa, mordendosi nervosamente i
baffi, incapace di decidere il da farsi.
Cosa dice? chiese, fermandosi accanto a McCoy che stava facendo
colazione con delle banane fritte e una tazza d'acqua.
McCoy fin l'ultima banana, vuot la tazza e si guard lentamente
intorno. Negli occhi aveva come un sorriso di tenerezza nel dire:
Bene, capitano, possiamo procedere come possiamo bruciare. I ponti
non reggeranno per sempre. Questa mattina sono pi roventi. Non ha
per caso un paio di scarpe da darmi? A piedi nudi si  un po' a
disagio.
Nel virare e presentarsi di nuovo al vento, la Pyrnes imbarc due
grosse ondate, e il primo ufficiale disse qualcosa a proposito
dell'effetto che tutta quell'acqua avrebbe avuto nella stiva se solo
fosse stato possibile farvela piovere dentro senza aprire i
boccaporti. McCoy spinse il capo sulla chiesuola per studiare la
bussola.
Io la spingerei un po' di pi, capitano, disse. Ha scarrozzato
mentre era alla cappa.
L'ho gi spostata d'una quarta, fu la risposta. Non basta?
Io farei due quarte, capitano. La burrasca di vento ha spinto
quella benedetta corrente a una velocit maggiore di quanto lei
immagina.
Il capitano Davenport scese a un compromesso, devi di una quarta e
mezza, dopodich, seguito da McCoy e dal primo ufficiale, sal su in
coffa a dare un'occhiata, nella speranza d'avvistare terra. Le vele
erano spiegate e ora la Pyrnes faceva dieci nodi. Il mare andava
rapidamente calmandosi, ma nella nebbia fulgente non c'erano squarci.
Verso le dieci il capitano cominci a mostrarsi nervoso. Gli uomini
erano tutti ai loro posti pronti, al primo avvistamento di terra, a
scattare come diavoli e a inferire le vele. La terra, una barriera
spazzata dalle onde, con quella nebbia sarebbe stata avvistata forse
quand'era troppo pericolosamente vicina.
Pass un'altra ora. Le tre vedette dall'alto fissavano intente
quella iridescente radiosit.
E se perdiamo Mangareva? chiese a un tratto il capitano
Davenport.
Senza spostare lo sguardo, McCoy rispose, a bassa voce:
Via, capitano, procediamo. Non possiamo fare altro. Davanti
abbiamo tutte le Paumotu. Possiamo procedere per mille miglia tra
barriere e atolli. Da qualche parte dobbiamo pur arrivare.
E procediamo, dunque. Il capitano mostr l'intenzione di
ridiscendere in coperta. Mangareva l'abbiamo persa. Sa Dio dov' la
prossima isola. Se solo l'avessi spostata di quell'altra mezza
quarta, ammise un attimo dopo. Questa maledetta corrente manda al
diavolo qualsiasi piano di rotta.
I vecchi navigatori chiamavano quello delle Paumotu l'Arcipelago
Pericoloso, disse McCoy quando riguadagnarono la poppa. E proprio a
causa di questa corrente.
Una volta, intervenne Mr Konig, parlavo con un marinaio, l a
Sidney. Aveva bazzicato le Paumotu. Mi disse che l'assicurazione 
del diciotto per cento.  vero?
McCoy sorrise e annu.
Solo che non assicurano, spieg poi. Gli armatori ammortizzano
il venti per cento del costo d'una goletta ogni anno.
Gran Dio! esclam il capitano. Questo riduce la vita attiva di
una goletta a soli cinque anni! Scosse il capo rattristato e
aggiunse, in un brontolio: Brutte acque! Brutte acque!
Poi tornarono nella cabina a consultare la carta generale, ma i
vapori velenosi li ricacciarono, tossendo e annaspando, sul ponte.
Questa  l'isola di Moerenhout. Il capitano Davenport indic un
punto sulla carta, che teneva ora distesa sul tetto del casotto. Non
possono essere pi di cento miglia. Sottovento.
Centodieci. McCoy scosse il capo, perplesso. Si pu tentare, ma 
molto difficile. Potrei arenarla, ma potrei anche incagliarla sulla
barriera. Un brutto posto. Molto brutto.
Corriamo il rischio, decise il capitano, disponendosi a calcolare
la rotta.
Nel primo pomeriggio le vele vennero ridotte per evitare di
superare l'isola durante la notte e al secondo gaettone l'equipaggio
parve riguadagnare il buonumore. La terra era vicina e col mattino i
guai sarebbero finiti.
Il mattino spunt, limpido, con un gran sole tropicale che
picchiava, e l'aliseo da sud-est s'era spostato e ora soffiava da
est, spingendo la Pyrnes a una bella andatura di otto nodi. Il
capitano riprese il suo punto di stima, calcolando una generosa
deriva, e annunci che l'isola di Moerenhout non doveva essere a pi
di dieci miglia. La Pyrnes fece quelle dieci miglia, poi ne fece
altre dieci e le vedette in cima ai tre alberi non avvistarono niente
di niente sull'assolata distesa del mare.
Ma la terra  qui, ve lo dico io, url loro da poppa il capitano.
McCoy sfoggi la calma di quel suo sorriso mentre Davenport si
guardava intorno con occhi da pazzo. Poi il capitano afferr il
sestante e fece il punto.
Lo sapevo che avevo ragione, quasi grid poi, quando ebbe finito
il suo calcolo. Venti-uno, cinquanta-cinque, sud. Uno-trenta-sei,
due, ovest. Ecco. Siamo ancora a otto miglia sopravvento. A lei cosa
risulta, Mr Konig?
Il primo ufficiale diede un'occhiata alle proprie cifre e rispose,
a bassa voce:
Venti-uno, cinquanta-cinque: d'accordo. Ma la longitudine 
uno-trenta-sei e quaranta-otto. Questo ci sposta di parecchio
sottovento...
Ma il capitano ignor quel calcolo con cos sprezzante silenzio da
far digrignare i denti a Mr Konig, che imprec a bassissima voce.
Tieniti al largo, ordin il capitano all'uomo al timone. Tre
quarte... alla via cos.
Poi torn ai suoi calcoli e li rifece. Aveva il viso coperto di
sudore, si mordeva i baffi e le labbra insieme con la matita e
fissava i numeri come si pu fissare un fantasma. Poi,
all'improvviso, con uno scatto violento, appallottol il pezzo di
carta su cui scriveva, lo butt a terra e lo calpest con rabbia.
Vendicativo, Mr Konig sorrise e gli volt le spalle, mentre il
capitano s'appoggiava al casotto. Rimase l appoggiato senza parlare
per mezz'ora, limitandosi a fissare l'orizzonte sottovento con in
viso un'espressione di assorta disperazione.
All'improvviso ruppe il silenzio: Mr McCoy, la carta indica un
gruppo di isole, senza enumerarle, verso nord o nord-nord-ovest, a
una quarantina di miglia... le isole Acteon. Cosa ne dice?
Sono quattro, tutte basse, rispose McCoy. La prima, a sud-est, 
Matueroi: disabitata e senza ingresso alla laguna. Poi c' Tenarunga:
un tempo ci viveva una dozzina di persone, ma ormai saranno andate
via tutte. In ogni modo, non c' ingresso per una nave, solo per una
lancia. Un braccio d'acqua. Vehauga e Teuararo sono le altre due:
niente ingresso e niente abitanti. Molto basse. Non  un posto per la
Pyrnes quel gruppo d'isole. Vi naufragherebbe e basta.
Sentitelo! Il capitano era fuori di s. Niente abitanti! Niente
ingresso! A che diavolo servono mai quelle isole?
D'accordo! sbott poi, all'improvviso, come un terrier eccitato.
La carta porta tutta una manciata d'isole laggi a nord-ovest. Cosa
mi dice di queste? Quale di loro ha un ingresso da cui si possa far
passare la mia nave?
Calmo, McCoy riflett. Lui non aveva bisogno della carta. Tutte
quelle isole, barriere, banchi, lagune, ingressi e distanze erano
riportati sulla carta della sua memoria. Li conosceva come l'abitante
d'una citt ne conosce gli edifici, le strade, i vicoli.
Papakena e Vanavana sono laggi a ovest, o meglio
ovest-nord-ovest, a cento miglia pi qualcosa, dichiar. Una 
disabitata, e ho saputo che gli abitanti dell'altra si sono
trasferiti sull'isola di Cadmus. In ogni modo, nessuna delle due
lagune ha un ingresso. Ahunui  ad altre cento miglia a nord-ovest.
Niente ingresso, niente abitanti.
Bene, a quaranta miglia pi oltre ci sono altre due isole, insist
il capitano, staccando gli occhi dalla carta.
McCoy scosse il capo.
Paros e Manuhungi. Niente ingressi, niente abitanti. Nengo-Nengo 
a quaranta miglia pi avanti ancora e a sua volta non ha n ingresso
n abitanti. C' Hao, per. il posto giusto. La laguna  lunga trenta
miglia e larga cinque. Un bel po' di abitanti. Di solito c' anche
acqua e per quell'ingresso ci passa qualsiasi nave di questo mondo.
Tacque e guard preoccupato il capitano Davenport che, chino di
nuovo sulla carta con un compasso a punte fisse in mano, aveva appena
emesso un cupo grugnito.
C' una qualunque laguna con ingresso pi vicina di questa Hao?
chiese.
No, capitano, quella  la pi vicina.
Bene, sono trecentoquaranta miglia. Il capitano lo disse
pronunciando lentamente le parole, con tono deciso. Non voglio
mettere a repentaglio tutte queste vite. La porto a naufragare sulle
Acteon.  una buona nave, dopotutto, aggiunse, con rimpianto, dopo
aver cambiato la rotta, questa volta tenendo presente pi che mai la
corrente verso ovest.
Un'ora dopo il cielo era interamente coperto. L'aliseo da sud-ovest
ancora soffiava ma l'oceano era punteggiato di scrosci.
Saremo l per l'una, annunci il capitano con una certa
sicurezza. Al massimo le due. McCoy, l'areni su quella dove ci sono
abitanti.
Il sole non ricomparve pi n, all'una, ci fu alcuna terra in
vista. Il capitano Davenport guard a poppa, alla scia irregolare
della Pyrnes.
Gran Dio! esclam. Una corrente da est! Guardate!
Mr Konig non credeva ai propri occhi. McCoy rimase imperterrito e
disse che non c'era motivo perch nelle Paumotu non ci fosse una
corrente da est. Pochi minuti dopo una burrasca priv temporaneamente
la Pyrnes del suo vento e la nave rimase l a rollare pesante tra
l'onde.
Dov' lo scandaglio grande? Presto, sbrigati, tu! Il capitano
tenne la sagola dello scandaglio e lo vide affondare a nord-ovest.
Ecco, guardate! Tenga lei, senta!
McCoy e poi il primo ufficiale tennero la sagola e la sentirono
vibrare e scattare impazzita, trascinata dalla corrente.
Una corrente da quattro nodi, disse Mr Konig.
Una corrente da est invece che da ovest, esclam il capitano,
lanciando un'occhiata d'accusa a McCoy, quasi la colpa fosse sua.
Questa, capitano,  una delle ragioni per cui l'assicurazione  al
diciotto per cento in queste acque, rispose McCoy, in tono quasi
indifferente. Non si sa mai niente con esattezza. Le correnti
cambiano di continuo. Sulla Casco c'era un tale che scriveva libri.
Manc Takaroa per trenta miglia e si ritrov a Tikei, e tutto a causa
delle correnti che cambiano. Lei  sopravvento ora, far bene a
tenersi spostato di qualche quarta.
Ma di quanto mi ha deviato questa corrente? chiese il capitano,
irritato. Come faccio a sapere di quanto devo spostarmi?
Non lo so, capitano, rispose McCoy, con grande dolcezza.
Il vento riprese e la Pyrnes, con la coperta che fumava e
brillava alla vivida luce grigia, punt dritto sottovento. Poi
bordeggi, sulla dritta e sulla sinistra, incrociando la propria
scia, setacciando il mare in cerca delle isole Acteon, che le vedette
non avvistavano mai.
Il capitano Davenport era fuori di s. Ormai esprimeva la sua
rabbia con un ostinato silenzio e pass l'intero pomeriggio a
passeggiare avanti e indietro a poppa o appoggiato alle scotte di
sopravvento. Al cadere della sera, senza neppure consultare McCoy,
accost sottovento e punt a nord-ovest. Mr Konig, dopo aver
consultato di nascosto carta e bussola, e McCoy, dopo averle
consultate apertamente e in tutta innocenza, capirono entrambi che si
stavano dirigendo verso l'isola di Hao. A mezzanotte la burrasca cess
e le stelle vennero fuori. La prospettiva di un giorno limpido
rallegr il capitano.
Domani mattina faccio il punto, disse a McCoy, anche se in fatto
di latitudine il risultato  un rompicapo. Ma rimedier adoperando il
metodo Sumner. Conosce il metodo Sumner?
E lo spieg dettagliatamente a McCoy.
Il giorno fu davvero limpido, con l'aliseo che soffiava costante da
est e la Pyrnes che, con altrettanta costanza, faceva i suoi nove
nodi. Entrambi, il capitano e il primo ufficiale, rilevarono la
posizione della nave col metodo Sumner e i due risultati coincisero.
A mezzogiorno coincisero di nuovo e il punto ottenuto conferm quello
della mattina.
Altre ventiquattro ore e saremo arrivati, afferm il capitano. 
un miracolo come reggano i ponti di questa barcaccia, ma non potranno
durare. Non dureranno. Guardi quel fumo, aumenta di giorno in giorno.
Eppure era una coperta perfettamente stagna, catramata di fresco a
San Francisco. Quando l'incendio  scoppiato e abbiamo chiuso
portelli e boccaporti ero davvero molto sorpreso. E ora guardi!
S'interruppe per fissare a bocca aperta una spirale di fumo che
s'addugliava e svirgolava sottovento all'albero di mezzana, a una
ventina di piedi sopra il ponte.
E quello come c' arrivato l? esclam, indignato.
Sotto la spirale non c'era altro fumo. Riparata dal vento
dall'albero, doveva levarsi comunque dalla coperta e, per chiss
quale capriccio, prendeva forma e diventava visibile a quella
altezza. S'allontan dall'albero sfilacciandosi e per un attimo
rimase sospesa sulla testa del capitano come un minaccioso portento.
Un attimo dopo il vento la disperse e la bocca del capitano si
richiuse.
Come dicevo, quando abbiamo chiuso portelli e boccaporti sono
rimasto sorpreso. una coperta perfettamente stagna, eppure lasciava
passare fumo come un setaccio. E da allora non abbiamo fatto altro
che calafatarla. Dev'esserci una tremenda pressione l sotto perch
passi tanto fumo.
Nel pomeriggio il cielo si chiuse di nuovo e arrivarono vento e
piovischio. Il vento non faceva che variare da sud-est a nord-est, e
a mezzanotte la Pyrnes fu investita da un vento gagliardo da
sud-ovest, che da allora in poi non fece che soffiare a
intermittenza.
Non raggiungeremo Hao prima delle dieci o le undici, si lagn il
capitano alle sette del mattino, quando la fuggevole promessa di sole
fu del tutto annullata dalla fitta nuvolaglia che and addensandosi
nel cielo laggi a est. Un attimo dopo il capitano lev un altro
lamento: E le correnti? Che fanno?
Intanto le vedette non annunciavano nessuna terra e il giorno pass
tra calme piovigginose e violenti groppi. Al cadere della notte da
occidente arriv mare grosso. Il barometro era sceso a ventinove
punto cinquanta. Non c'era vento eppure quel mare minaccioso si
gonfiava sempre pi. Presto la Pyrnes prese a rollare impazzita tra
le enormi ondate che arrivavano dal buio a ovest in un'interminabile
processione. Le vele vennero ridotte da ambedue le guardie, di dritta
e di sinistra, che lavorarono il pi svelto che poterono. Alla fine
l'equipaggio era stremato, ma i lamenti e i gemiti, particolarmente
fieri e minacciosi, si levarono alti nel buio. A un certo punto la
guardia di sinistra fu chiamata a poppa a rizzare e assicurare e gli
uomini espressero apertamente il loro malcontento e la loro cattiva
disposizione. Ogni lento movimento era una protesta e persino una
minaccia. L'aria intanto era umida e appiccicosa come mucillagine e,
mancando il vento, tutti gli uomini sembravano ansimare e annaspare.
Il sudore ricopriva facce e braccia nude e lo stesso capitano
Davenport, il viso pi macilento e desolato che mai, gli occhi
allucinati, era oppresso da una sensazione d'incombente calamit.
laggi, a ovest, disse McCoy per incoraggiarlo. Alla peggio lo
sfioreremo.
Ma il capitano Davenport rifiut ogni incoraggiamento e alla luce
d'una lanterna lesse il capitolo della sua Epitome riguardante
la strategia da adottare in caso di ciclone. Da qualche parte
della nave il silenzio fu rotto da un lungo gemito del mozzo.
Oh, sta' zitto! sbrait il capitano, con tale impeto da
sorprendere tutti a bordo e da spaventare a morte il ragazzo.
Mr Konig, disse poi, con la voce che gli tremava per la rabbia e
l'irritazione, vuole per cortesia andare a prora a tappare la
bocca di quel moccioso con una radazza?
Ma fu McCoy ad andare a prora e pochi minuti dopo, confortato,
il ragazzo dormiva.
Poco prima di giorno, il primo alito di vento cominci ad
annunciarsi, soffiando da sud-est, e quindi a rinfrescarsi man mano.
Tutti gli uomini erano in coperta ansiosi di vedere cosa si sarebbe
portato dietro.
Siamo a posto ora, capitano, disse McCoy, standogli alle spalle,
vicinissimo. L'uragano punta a ovest e noi ci troviamo a sud. Questo
vento  solo il risucchio. Non soffier pi forte. Pu cominciare a
mollare le vele.
A che scopo? Dove dirigo? Questo  il secondo giorno senza
rilevamenti e avremmo dovuto avvistare Hao ieri mattina. Da che parte
dirigo, nord, sud, est o dove? Me lo dica e io mollo tutte le vele.
Non sono un navigatore, capitano, disse al suo solito modo dolce
McCoy.
Io credevo di esserlo invece, fu la risposta, prima di
ritrovarmi tra queste Paumotu.
A met del giorno s'ud il grido di Frangenti di prora! delle
vedette. La Pyrnes poggi e, una dopo l'altra, le vele vennero
mollate e bordate. La nave scivolava sull'acqua schivando una
corrente che minacciava di trascinarla dritto sui frangenti. Uomini e
ufficiali lavoravano come matti, il cuoco, il mozzo, persino il
capitano Davenport e McCoy, tutti davano una mano. Ce la fecero per
un pelo. Era una secca, un banco infido e pericoloso sul quale il
mare s'infrangeva incessante, un posto dove nessun uomo sarebbe
sopravvissuto e sul quale neppure gli uccelli marini trovavano
requie.
La Pyrnes vi pass vicino a un centinaio di iarde prima che il
vento la spingesse al largo, e in quel momento l'ansimante
equipaggio, che aveva fatto tutto ci che c'era da fare, ruppe in un
torrente di maledizioni contro McCoy: per essere salito a bordo e
aver proposto di raggiungere Mangareva, per averli attirati via dalla
sicurezza che rappresentava Pitcairn e per averli spinti invece alla
distruzione certa in quelle acque infide e terribili. Ma l'animo
tranquillo di McCoy rimase imperturbato. Sorrise, a loro tutti, con
semplice e affabile grazia e, chiss come, quella sua elevata
dolcezza parve penetrare di nuovo le loro nere anime, facendoli
vergognare.  proprio quella vergogna soffoc le imprecazioni che
vibravano loro in gola.
Brutte acque! Brutte acque! mormor il capitano Davenport quando
fu certo che la nave era scampata al pericolo. Poi, di colpo,
s'interruppe per fissare stupito la secca che avrebbe dovuto trovarsi
dritto a poppa e invece era ora all'anca di sopravvento della
Pyrnes e si spostava rapidamente.
Sedette e si nascose il viso tra le mani, e il primo ufficiale,
allora, e McCoy e l'equipaggio, tutti, videro quel che aveva visto
lui: a sud della secca una corrente da est li spingeva verso di essa
mentre a nord della secca una corrente da ovest, altrettanto rapida,
aveva afferrato la nave e l'allontanava da quel punto di morte.
Avevo sentito parlare di queste Paumotu, grugn il capitano
allontanando le mani dal viso pallido. Il capitano Moyendale me ne
aveva parlato dopo averci perso la nave. E io gli risi alle spalle.
Che Dio mi perdoni, gli risi alle spalle! Che banco  quello? si
rivolse a McCoy.
Non lo so, capitano.
Perch non lo sa?
Perch non l'ho mai visto prima e perch non ne ho mai sentito
parlare. So che non  segnato, questo so. Queste acque non sono mai
state perlustrate a fondo.
Quindi non sa dove siamo?
Non pi di lei, rispose McCoy, col suo tono gentile.
Alle quattro del pomeriggio furono avvistate delle palme che
sembravano spuntate fuori dall'acqua. Poco dopo sulla superficie del
mare si deline una terra bassa.
Ora so dove siamo, capitano. McCoy abbass il binocolo. Quella 
Resolution. Siamo a quaranta miglia oltre Hao e abbiamo il vento in
faccia.
Prepariamoci ad arenarla, dunque. Dov' l'ingresso?
C' solo il passaggio per una canoa. Ma ora che sappiamo dove
siamo possiamo puntare su Barclay de Tolley. a sole centoventi miglia
da qui, dritto a nord-nord-ovest. Con questo vento saremo l per le
nove di domani mattina.
Il capitano Davenport consult la carta e rimase perplesso.
Se l'incagliamo qui, prosegu McCoy, lo stesso dovremo
raggiungere Barclay de Tolley con le lance.
Il capitano diede l'ordine e, ancora una volta, la Pyrnes affront
l'inospitale mare.
A met del pomeriggio seguente disperazione e ammutinamento
s'annunciarono sul ponte fumante. La corrente s'era rinforzata e il
vento indebolito e la Pyrnes aveva scarrozzato verso ovest. Le
vedette avvistarono Barclay de Tolley a est, a malapena visibile
dall'alto, e inutilmente, per ore, la Pyrnes tent di guadagnarla.
Come un miraggio, le palme ondeggiavano all'orizzonte, visibili solo
alle vedette. A quelli in coperta erano nascoste dal rigonfio del
mondo.
Di nuovo il capitano Davenport consult McCoy e la carta. Makemo
era a settanta miglia a sud-ovest. La sua laguna era lunga trenta
miglia e l'ingresso era ottimo. Quando il capitano diede l'ordine,
gli uomini si rifiutarono d'obbedire. Annunciarono che ne avevano
abbastanza di quell'inferno infuocato sotto i piedi. La terra era
laggi, ma se la nave non ce l'avesse fatta? Con le lance ce
l'avrebbero certamente fatta. Che bruciasse, dunque. Quella che
contava era la loro vita. Avevano servito fedelmente la nave, ora
avrebbero servito se stessi.
Corsero verso le lance, scostando di forza il secondo e terzo
ufficiale, e si prepararono ad ammainarle. Il capitano Davenport e il
primo ufficiale stavano avanzando verso il cassero con le pistole in
pugno quando McCoy, che s'era arrampicato sul tetto del casotto,
inizi a parlare.
Si rivolse ai marinai che, al primo risuonare di quella tubante
voce da colomba, si fermarono ad ascoltare. E lui estese a loro la
sua pace e serenit ineffabili. La voce dolce e i concetti semplici
fluirono verso quegli uomini in una corrente magica, calmandoli loro
malgrado. Cose da tempo dimenticate riaffiorarono e alcuni di loro
ricordarono le ninnananne dell'infanzia e la pace e il riposo
tra le braccia materne alla fine del giorno. Di colpo,
scomparvero preoccupazioni, pericoli e angustie. Tutto andava come doveva andare
e fu pi che naturale che loro volgessero le spalle a quella terra e
riprendessero di nuovo a solcare quelle acque con l'inferno infuocato
sotto i piedi.
Le parole di McCoy erano semplici ma non furono esse bens la sua
personalit a risultare eloquente pi di qualsiasi umano discorso.
Era l'alchimia di un'anima occultamente sottile e profondamente
penetrante: un'emanazione misteriosa dello spirito, seducente,
dolcemente umile e terribilmente imperiosa. Divenne luce negli
anfratti bui delle loro anime, coazione di una purezza e gentilezza
enormemente pi grande di quella rappresentata dalle lucide e mortali
pistole degli ufficiali.
Gli uomini esitarono, riluttanti, fermi dov'erano, e quelli che
avevano allentato i cavi li tesarono di nuovo. Poi uno alla volta e
alla fine tutt'insieme, impacciati, si dispersero.
Allorch scese dal tetto del casotto, McCoy sorrideva, animato da
una gioia e un piacere infantili. Le difficolt erano finite; anzi,
non era finita nessuna difficolt, perch in quel mondo beato e
benedetto nel quale lui viveva non era esistita mai nessuna
difficolt.
Li ha ipnotizzati, disse a bassa voce Mr Konig, sorridendogli
incerto.
Sono bravi ragazzi, fu la risposta. Hanno cuore. Hanno vissuto
brutti momenti, hanno lavorato duro ma continueranno a farlo sino
alla fine.
Mr Konig non ebbe il tempo di rispondere, stava gi urlando ordini:
gli uomini scattarono, obbedienti, e la Pyrnes poggi lenta fino a
che la prua punt in direzione di Makemo.
Il vento soffiava leggero e dopo il tramonto quasi cess. Il caldo
era insopportabile e a prua e a poppa inutilmente gli uomini
cercavano di dormire. Impossibile stendersi sulla coperta rovente e
in pi i vapori mortali che filtravano attraverso i comenti si
diffondevano per tutta la nave come spiriti del male, penetrando in
narici e trachee e causando crisi di tosse e starnuti. Le stelle
ammiccavano pigre dalla buia volta del cielo e, sorgendo a oriente,
la luna piena bagnava con la sua luce l'intrico di fili, sbuffi e
spirali di fumo che si levavano e intrecciavano e attorcigliavano sul
ponte, sulla murata, sugli alberi e tra le sartie.
Mi dica, disse il capitano Davenport, strofinandosi gli occhi
brucianti, che ne fu dell'equipaggio del Bounty dopo che ebbe
raggiunto Pitcairn? Nel resoconto che ho letto io si diceva che
bruciarono il Bounty e che furono ritrovati soltanto molti anni dopo.
Ma intanto cosa successe? Me lo sono sempre chiesto. Erano uomini col
cappio alla gola, ma c'erano anche degli indigeni. E delle donne. E
questo puzzava di guai sin dagli inizi.
Di guai ce ne furono, rispose McCoy. Erano pessimi individui.
Litigarono immediatamente a causa delle donne. Uno degli ammutinati,
Williams, perse la moglie. Tutte le donne erano tahitiane. La moglie
di Williams precipit dalla scogliera mentre andava a caccia di
uccelli marini. Allora lui si prese la moglie di uno degli indigeni.
Cosa che infuri gli indigeni, che uccisero quasi tutti gli
ammutinati. Quelli che sfuggirono uccisero a loro volta tutti gli
indigeni. Aiutati dalle donne. E poi gli indigeni si uccisero tra
loro. Tutti uccidevano tutti. Pessimi individui. Terribili.
Timiti fu ucciso da due indigeni mentre in segno di amicizia gli
pettinavano i capelli. Li avevano mandati i bianchi a ucciderlo, e
furono poi uccisi a loro volta. Tullaloo fu ucciso dalla moglie in
una grotta perch lei voleva un bianco per marito. Brutta
gente, proprio brutta. Dio aveva voltato loro le spalle. In capo a due anni
gli indigeni erano stati tutti assassinati, e cos anche i bianchi,
tranne quattro: Young, John Adams, McCoy, il mio bisnonno, e Quintal.
Anche lui un pessimo individuo. Una volta, solo perch la moglie non
aveva pescato abbastanza pesce, le stacc un orecchio con un morso.
Brutta razza! esclam Mr Konig.
S, molto brutta, convenne McCoy e prosegu, tubando, quel
racconto di sangue e truculenza e insaziabilit da parte dei suoi
iniqui antenati. Il mio bisnonno sfugg all'eccidio e fin col
morire di mano propria. Si fabbric un alambicco e ricavava alcol
dalle radici della ti. Quintal era suo amico e si ubriacavano
insieme. Alla fine McCoy fu preso dal delirium tremens, si leg una
pietra al collo e si butt in mare.
La moglie di Quintal, quella che ci aveva rimesso l'orecchio,
anche lei mor precipitando dalla scogliera. Allora Quintal and da
Young e gli chiese la moglie, poi and da Adams e anche a lui chiese
la moglie. Adams e Young avevano paura di lui, sapevano che prima o
poi li avrebbe uccisi e cos loro uccisero lui, tutt'e due insieme,
con un'accetta. Poi Young mor. E questo  tutto quanto capit a
tutti loro.
Lo credo bene, esclam il capitano Davenport. Non c'era rimasto
pi nessuno da uccidere.
Sa, disse McCoy, Dio gli aveva voltato le spalle.
Al mattino da est non giungeva altro che un lieve alito di vento e,
incapace di fare alcun apprezzabile progresso in direzione sud, il
capitano Davenport accost sulla sinistra e fece portare le vele,
orzando raso. Aveva paura di quella terribile corrente da ovest che
lo aveva gi allontanato da tanti rifugi. La calma dur poi tutto il
giorno e tutta la notte mentre i marinai, con una magra razione di
banane secche, riprendevano a brontolare. In pi, diventavano sempre
pi fiacchi e lamentavano dolori di stomaco, dovuti alla dieta
stretta di banane. Per tutto il giorno la corrente trascin la
Pyrnes verso ovest non essendoci nessun vento che la sospingesse
verso sud. Alle prime luci del mattino, a met della prima guardia,
furono avvistate palme in direzione sud: le loro cime spuntavano dal
mare segnando il basso atollo.
Quella  Taenga, disse McCoy. Abbiamo bisogno di vento stanotte,
altrimenti mancheremo Makemo.
Che ne  dell'aliseo da sud-ovest? chiese il capitano. Perch
non soffia? Cosa  successo?
l'evaporazione di tutte queste grandi lagune. Sono tante, rispose
McCoy. L'evaporazione sconvolge l'intero sistema degli alisei.
Costringe persino il vento a cambiare e a soffiare forte da
sud-ovest. Questo  l'Arcipelago Pericoloso, capitano.
Il capitano si gir verso di lui, apr la bocca e stava per
imprecare, ma si controll. La sola presenza di McCoy era un
rimprovero per le bestemmie che gli vorticavano in mente e fremevano
in gola. Durante tutti quei giorni passati insieme l'influenza di
McCoy era andata crescendo. In mare il capitano Davenport era un
despota che non temeva nessuno e non frenava mai la lingua, ma ora,
alla presenza di quel vecchio con quei dolci occhi scuri e quella
voce da colomba, si scopriva incapace di imprecare. Rendersene conto
fu un vero e proprio colpo per lui. Quel vecchio dopotutto non era
altro che il discendente di McCoy, il McCoy del Bounty, un ammutinato
scampato alla forca preparatagli in Inghilterra, un uomo all'altezza
di tutto il male scatenato sull'isola di Pitcairn in quei primi
giorni di sangue e lascivia e ammazzamenti.
Lui, capitan Davenport, non era religioso e tuttavia in quel
momento avvert come un folle impulso a gettarsi ai piedi di quel
vecchio e a dire chiss cosa. Era un'emozione che affiorava dal
profondo di se stesso piuttosto che un pensiero coerente, e subito
lui si rese vagamente conto della propria indegnit e piccolezza nei
confronti di quell'uomo che possedeva la semplicit di un fanciullo e
la dolcezza di una donna.
Naturalmente non poteva umiliarsi in quel modo davanti ai suoi
ufficiali e ai suoi uomini, e tuttavia la rabbia che gli aveva
ispirato le bestemmie ancora gli bruciava dentro. All'improvviso men
un pugno contro la parete del casotto e grid:
Senta, vecchio, io non mi lascio battere. Queste Paumotu mi hanno
ingannato e burlato, si sono prese gioco di me, ma io non mi lascio
battere. Sono deciso a portare questa nave attraverso le Paumotu e
poi oltre e oltre ancora fino alla Cina, fino a che non trovo un
letto su cui adagiare la nave. E anche se tutti gli uomini mi
abbandonano io resto a bordo, sulla mia nave. Gliela far vedere io
alle Paumotu. Non ce la faranno a ingannarmi. Questa  una buona nave
e io non l'abbandoner finch avr una tavola sotto i piedi. Chiaro?
E io star con lei, capitano, disse McCoy.
Durante la notte brezze lievi e variabili soffiarono da sud e
l'impazzito capitano, col suo carico di fuoco, studiava e misurava la
sua deriva verso sud e ogni tanto si lasciava andare a bestemmiare a
voce cos bassa che McCoy non lo poteva udire.
La luce del giorno rivel altre palme che spuntavano dal mare a
sud.
Quella  l'estremit, la punta sottovento di Makemo, annunci
McCoy. Katiu  a sole poche miglia a ovest. Ce la facciamo.
Ma risucchiandoli tra le due isole, la corrente li trascin verso
nord-ovest e all'una del pomeriggio videro le palme di Katiu spuntare
dal mare, per riaffondarvi per subito dopo.
Ancora pochi minuti e, proprio quando il capitano scopriva che una
nuova corrente da nord-est s'era impossessata della Pyrnes, le
vedette avvistarono palme a nord-ovest.
 Raraka, disse McCoy. Senza vento non ce la faremo. La
corrente ci trascina verso sud-ovest. Ma dobbiamo stare attenti. A
poche miglia pi avanti c' una corrente che punta a nord e poi
cambia e dirige a nord-ovest. Questo ci allontana da Fakarava, e
Fakarava  il posto dove trovare un letto per la Pyrnes.
Possono trascinare quanto Cri... be', quanto vogliono loro,
esclam accalorato il capitano Davenport. Noi le troveremo lo stesso
un letto da qualche parte.
Ma la situazione della Pyrnes era ormai giunta al limite. Il
ponte era cos rovente che ancora qualche grado in pi e avrebbe
preso fuoco. In molti punti neppure le scarpe dalle spesse suole dei
marinai offrivano sufficiente protezione cos che erano costretti a
saltellare per evitare di scottarsi i piedi. Anche il fumo era
aumentato e diventato pi acre. Non uno a bordo che non avesse gli
occhi infiammati, tutti tossivano, soffocavano e ansimavano come una
compagnia di tubercolotici. Nel pomeriggio furono approntate e armate
le lance e a bordo vi furono caricate le ultime balle di banane
secche, insieme con gli strumenti degli ufficiali. Temendo che il
ponte saltasse in aria da un momento all'altro, il capitano Davenport
caric persino il cronometro nella barcaccia.
Per tutta la notte questo incubo pes su loro tutti e alla prima
luce del mattino, con occhi incavati e volti spettrali, si guardarono
sorpresi per il fatto che la Pyrnes ancora resisteva e tutti loro
erano ancora vivi.
A passo svelto, ogni tanto persino saltellando in modo poco
dignitoso, il capitano Davenport andava da una parte all'altra del
ponte, ispezionandolo.
Ormai  questione di ore, se non di minuti, annunci ritornando a
poppa.
Dall'alto dell'albero di maestra giunse il grido di Terra! Dal
ponte era invisibile naturalmente e cos McCoy sal in alto, mentre
il capitano approfittava dell'occasione per imprecare con tutta
l'amarezza che aveva in cuore. Ma di colpo le imprecazioni furono
soffocate dalla comparsa di una linea scura sull'orizzonte, a
nord-est. Non era una burrasca ma un vento regolare, l'aliseo
scompigliato, spostato di otto quarte dalla sua normale direzione,
che si rimetteva tuttavia al lavoro.
Si tenga in vista, capitano, disse McCoy appena fu di nuovo a
poppa. Quella  la punta orientale di Fakarava e noi entreremo
gloriosamente attraverso il passaggio col vento per traverso e tutte
le vele spiegate.
Nel giro di un'ora le palme e la linea bassa della terra furono
visibili anche dal ponte. Ma su tutti pesava la sensazione che la
resistenza della Pyrnes fosse agli estremi. Il capitano Davenport
fece calare le tre lance e se le lasci a poppa, a rimorchio,
ciascuna con un uomo a bordo per tenerle distaccate tra loro. La
Pyrnes costeggi la riva: l'atollo bianco di risacca era ad appena
seicento piedi.
Si prepari a virare di bordo, capitano, disse McCoy.
Un minuto dopo la terra s'apr, mostrando uno stretto passaggio e,
pi oltre, la laguna, un grande specchio d'acqua lungo trenta miglia
e largo un terzo.
Ora, capitano.
Per l'ultima volta i pennoni della Pyrnes ruotarono, obbedienti
al timone, e la nave infil il passaggio. La virata era appena stata
compiuta e nessuna manovra era stata ancora colta quando gli uomini
si voltarono di colpo verso poppa, presi dal terrore. Niente era
successo, e tuttavia avrebbero giurato che qualcosa stava per
succedere. Perch, non avrebbero saputo dirlo, sapevano solo che
stava per succedere. McCoy si avvi a prendere posizione a prua per
pilotare la nave nella laguna quando il capitano l'afferr per un
braccio e lo costrinse a fermarsi.
Lo faccia da qui, gli disse. Quella coperta non  sicura. Cosa
succede? chiese un attimo dopo. Ci siamo fermati.
McCoy sorrise.
Lei sta affrontando una corrente di sette nodi, capitano, disse
poi. il riflusso che si precipita fuori dal passaggio.
Nel giro di un'altra ora la Pyrnes era avanzata a stento della
sua sola lunghezza, ma il vento si rinfresc e la nave si tuff in
avanti.
Meglio che una parte di voi scenda nelle lance, ordin il
capitano Davenport.
Non aveva finito di dirlo, e gli uomini stavano approntandosi a
obbedire, quando a met della Pyrnes la coperta salt in aria, in
un viluppo di fiamme e fumo, dritto verso le vele e le manovre,
rimanendo in parte impigliata lass e piombando per il resto gi in
mare. Il vento soffiava per traverso e questo salv gli uomini
raggruppati a poppa, che si precipitarono ora, alla cieca, verso la
murata per guadagnare le lance, ma la voce di McCoy, carica del suo
convincente messaggio di vasta calma e tempo infinito, li ferm.
Piano, disse. Va tutto bene. Qualcuno di voi cali gi in lancia
quel ragazzo, per piacere.
L'uomo al timone, intanto, lo aveva abbandonato in preda al
terrore; con un balzo, il capitano Davenport ne afferr le caviglie
in tempo per impedire che, con una guizzata, trascinata dalla
corrente, la nave andasse a incagliarsi.
Meglio che lei prenda il comando delle lance, disse poi a Mr
Konig. Ne faccia accostare una dritto sotto l'anca... Quando lascio
qui ci salto dentro.
Mr Konig esit, poi and alla murata e si cal nella lancia.
La tenga a mezza quarta, capitano.
Il capitano Davenport sobbalz, credeva di avere la nave tutta per
s.
Sissignore, rispose. A mezza quarta.
A mezza nave la Pyrnes era una fornace aperta, tutta in fiamme,
dalla quale si riversava fuori un immenso volume di fumo che si
levava alto sopra gli alberi e nascondeva completamente la parte
prodiera della nave. McCoy, al riparo delle sartie della randa,
continu il difficile compito di pilotare la nave nel canale. Intanto
dal punto dell'esplosione il fuoco avanzava verso poppa lungo la
coperta mentre su a riva lo svettante castello di tela sull'albero di
maestra prendeva fuoco e svaniva in un groviglio di fiamme. A prua,
per, bench non li vedessero, il capitano e McCoy sapevano che
fiocco e controfiocco ancora tiravano.
Se solo le vele non bruciassero tutte prima che siamo dentro, gem
il capitano.
Ce la faremo, lo rassicur McCoy, fiducioso. C' tutto il tempo.
Dobbiamo farcela. E, una volta dentro, volgiamo le spalle al vento,
cos il fumo non ci avvolge e le fiamme sono tenute lontane dalla
poppa.
Una lingua di fiamma schizz su per l'albero di mezzana e,
affamata, cerc di lambire l'ordine pi basso di vele, lo manc e
svan. Dall'alto un frammento di sartia in fiamme piomb sulla spalla
del capitano Davenport che, come se fosse stato punto da una vespa,
allung di scatto il braccio all'indietro e spazz via quel fuoco
vorace.
Direzione, capitano?
Ovest-nord-ovest.
La tenga a nord-ovest.
Il capitano gir la ruota del timone.
Nord-nord-ovest, capitano.
Sissignore, nord-nord-ovest.
Ora ovest.
Lentamente, quarta per quarta, entrata nella laguna la Pyrnes
descrisse il cerchio che la port di poppa al vento e, quarta per
quarta, con tutta la calma certezza di disporre di mille anni di
tempo, McCoy declamava il cambiamento di rotta.
Un'altra quarta, capitano.
Un'altra quarta, sissignore.
Il capitano Davenport agguant le caviglie una dopo l'altra, poi di
colpo ruot all'indietro, quindi avanz di una, per frenare la nave.
Alla via.
Alla via cos.
Nonostante il fatto che il vento fosse ora da poppa, il caldo era
cos intenso che il capitano era costretto a gettare di scancio
occhiate alla chiesuola e a staccare ora una mano ora l'altra dalla
ruota del timone, per strofinarsi o ripararsi le guance in fiamme. La
barba di McCoy s'arricciava e accartocciava e il suo odore, forte
alle narici del capitano, costrinse quest'ultimo a guardare
preoccupato il vecchio McCoy. Quanto a lui, lasciava andare le
caviglie per strofinarsi un attimo il dorso delle mani brucianti
contro i pantaloni. A un tratto, di colpo, tutte le vele dell'albero
di mezzana svanirono in un viluppo di fiamme, costringendo i due
uomini ad accovacciarsi e a ripararsi il viso.
Ora, disse McCoy, lanciando un'occhiata alla bassa riva verso
prua, quattro quarte di contro, capitano, e vada alla via.
Brandelli di vela e pezzi di cavi in fiamme piovevano dall'alto su
di loro. Il fumo catramoso di un pezzo di cavo che bruciava ai suoi
piedi provoc al capitano una crisi di tosse durante la quale
tuttavia non moll un solo attimo le caviglie della ruota del timone.
La Pyrnes urt di prua, si sollev e, strisciando lenta, alla
fine si blocc. Una pioggia di frammenti in fiamme, scossi dall'urto,
cadde intorno ai due. La nave avanz di nuovo e di nuovo urt.
Frantumando il fragile corallo con la chiglia, avanz ancora e urt
una terza volta.
Poggia tutto, disse McCoy. Poggia? ripet un attimo dopo, in
tono di gentile domanda.
Non risponde.
Va bene. Sta girando su se stessa. McCoy lanci un'occhiata
fuoribordo. Sabbia. Sabbia soffice e bianca. Non potevamo chiedere
di meglio. Un letto magnifico.
Mentre la Pyrnes, con la poppa non pi al vento, girava
lentamente, a poppa si verific una terribile esplosione di fiamme e
fumo. Il capitano Davenport abbandon la ruota in uno spasimo di
bruciante dolore, afferr il cavo d'ormeggio della lancia che
galleggiava a poppa poi guard McCoy, che s'era fatto da parte per
farlo passare.
Prima lei, grid il capitano, afferrandolo per le spalle e quasi
scaraventandolo oltre la murata. Ma fiamme e fumo erano troppo
insopportabili e cos segu immediatamente McCoy gi per il cavo.
Dimenandosi, ambedue scivolarono insieme verso la lancia. A prua di
questa un marinaio, senza attendere ordini, tagli il cavo col suo
coltello a lama fissa; i remi tenuti pronti, affondarono nell'acqua e
la lancia schizz via.
Un magnifico letto, capitano, mormor McCoy, voltandosi a
guardare indietro.
S, magnifico. E tutto grazie a lei, fu la risposta.
Le tre lance puntarono verso la bianca spiaggia di polvere di
corallo oltre la quale, ai margini di un coccheto, si scorgevano una
mezza dozzina di capanne d'erba e una ventina o pi di indigeni,
eccitati, che guardavano con occhi spalancati quella conflagrazione
vagante venuta a incagliarsi sulla loro isola.
Le lance toccarono terra e tutti sbarcarono sulla bianca spiaggia.
E ora, disse McCoy, devo trovare un mezzo per tornare a Pitcairn.
...
.
...
FINE.